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INFORM - N. 98 - 24 maggio 2000

Convegno a Berna

Prevenzione, salute e ruolo delle comunità

BERNA - L’auditorium Ettore Rossi dell’Inselspital di Berna ha ospitato sabato 20 maggio il folto pubblico intervenuto al convegno "Storie di ordinaria prevenzione", organizzato dal Progetto Migrazione e Salute, un programma di prevenzione nazionale promosso dall’Ufficio federale della sanità pubblica e avente come destinataria la popolazione straniera residente in Svizzera. Il Progetto Migrazione affonda le radici nella dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ed agisce parallelamente alle campagne di prevenzione rivolte alla popolazione svizzera.

Ma con quali obiettivi? Il programma si pone sostanzialmente l’obiettivo di realizzare la parità delle opportunità per la popolazione migrante nel sistema sanitario, partendo da due punti principali:

I riflettori si sono dunque accesi sulla salute e sulla prevenzione dei cittadini migranti, nella fattispecie di quelli italiani, poiché il Progetto Migrazione e Salute si suddivide nel suo interno in vari sottogruppi corrispondenti ai gruppi etnici più numerosi. Ma quale prevenzione? In questi ultimi anni la filosofia che ha ispirato gli interventi indirizzati alla comunità italiana ha dovuto fare i conti con la diffusione delle tossicodipendenze, un fenomeno drammatico scoppiato in modo imprevisto tra le giovani generazioni di italiani, e con il bisogno di prevenzione e di informazione contro l’HIV-AIDS, poiché proprio i tossicodipendenti costituiscono un gruppo a rischio su tale versante.

I responsabili di Progetto Migrazione e Salute hanno puntato decisamente sulla valorizzazione e sul coinvolgimento dell’associazionismo e delle strutture che esso si è dato per dare maggior peso all’azione di prevenzione e realizzare una rete di solidarietà sul territorio. E in effetti dette strutture giocano oggi un ruolo importante nella mediazione tra istituzioni svizzere e famiglie, tra i giovani tossicodipendenti e le loro famiglie, ma anche a livello terapeutico e di formazione.

Con il convegno "Storie di ordinaria prevenzione" si è voluto ricollocare al centro dell’interesse generale il valore della comunità italiana come risorsa senza però perdere di vista il nodo dell’integrazione, sia per gli scompensi prodotti sulla salute, soprattutto psichica, quando l’integrazione stenta ad avanzare, sia per i problemi che ne derivano a livello di accesso alle strutture e ai servizi istituzionali svizzeri.

Un'opinione stereotipata: la comunità italiana perfettamente integrata nella società svizzera.

Ma la comunità italiana in Svizzera sta attraversando una delicata fase di transizione. Da una parte il passare del tempo e la fuoriuscita dalle attività lavorative di una vasta fascia di connazionali, in genere della prima generazione, hanno provocato un impoverimento di risorse umane nel tradizionale e articolato tessuto associativo. Dall’altra assistiamo all’indubbio avanzare delle seconde e terze generazioni, ma anche ad una divaricazione fattasi man mano più marcata tra chi nella società svizzera si trova a suo agio e ne coglie le opportunità con relativa facilità, e chi invece non riesce a superare le difficoltà culturali, scolastiche, d’inserimento o di accesso al mercato del lavoro e si perde nei meandri della società finendo con il cadere in quell’area del disagio, aumentato incredibilmente negli ultimi anni.

E qui si deve spazzare via un’opinione stereotipata, quella della comunità italiana perfettamente integrata nella società svizzera. Un’immagine non corrispondente alla realtà, soprattutto se si analizzano alcuni indicatori come grado di partecipazione alla vita sociale e politica svizzera, conoscenza della lingua locale, successo scolastico, professione e disoccupazione.

Guardando la realtà dal di dentro, inoltre, impressiona la crescita del ricorso all’assistenza sociale e l’aumento del ricorso all’assicurazione invalidità, non solo per le conseguenze di lavori usuranti, ma anche a causa di malattie appartenenti all’area neuropsichica o depressiva, in una fascia di popolazione in cui i lavoratori stranieri sono consistentemente rappresentati.

La prevenzione, hanno sottolineato gli esperti, è in fondo l’acquisizione di competenze specifiche che banalmente potremmo definire scontate. Tutti, infatti abbiamo appreso ad organizzarci, a disporre, a prevenire un pericolo, una situazione svantaggiosa. Abbiamo appreso, in definitiva, a chi, a che cosa e come apparteniamo e le agenzie di appartenenza primarie, come scuola e famiglia fanno parte della nostra esistenza. Ma abbiamo bisogno di stabilità e persistenza per fronteggiare i cambiamenti e interagire nel complesso mondo delle rappresentazioni sociali. E soprattutto per dare senso e ruolo alle cose, nel lavoro e nei processi educativi.

Provocatoriamente, però, bisogna dire che l’esposizione al rischio stimola l’attivazione delle difese, gli anticorpi dell’immunità. L’esposizione esagerata al rischio ha tuttavia un difetto: diventa pericolosa. Per cui una ordinaria prevenzione vuol dire cercare il punto di equilibrio tra resistenza e sovraesposizione.

L’integrazione allora è anche un compito, poiché vuol dire assegnare un significato costruttivo e non regressivo alla doppia cultura di cui sono portatori i giovani italiani, dare valore all’esperienza e alla storia che stanno vivendo per affrontare con fiducia le sfide del futuro. Ed è in tal senso che potremmo concludere dicendo "Storie di ordinaria prevenzione, ovvero… ipotesi per scenari di community care". (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario generale del CGIE


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