ITALIANI ALL’ESTERO
Edito da Cosmo Iannone, il libro è un viaggio dentro la storia dell’emigrazione italiana raccontata dai versi delle canzoni di ieri e di oggi. Sono intervenuti insieme all’autore il curatore della collana “Quaderni sulle migrazioni” Norberto Lombardi, Livia Turco, presidente del Forum immigrazione del Pd, l’ambasciatore Giulio Terzi e la giornalista Alessandra Longo
ROMA – È stato presentato domenica 7 dicembre alla Fiera nazionale della piccola e media editoria a Roma “Più libri, più liberi” il libro di Eugenio Marino “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana” edito da Cosmo Iannone. Un viaggio dentro la storia dell’emigrazione italiana raccontata attraverso i versi delle canzoni che ne hanno mostrato vicende e complessità, storiche e sociali, narrate con gli occhi dei protagonisti dell’esodo di ieri e di oggi.
“Il libro è il frutto di una ricerca attenta e prolungatasi nel tempo sul rapporto tra canzoni ed emigrazione, ricerca che restituisce attraverso numerose fonti sia l’evolversi del fenomeno migratorio in uscita dall’Italia che la sua connotazione più attuale, dalla fuga dei cervelli alla presenza immigrata cresciuta negli ultimi decenni anche nel nostro Paese – spiega Norberto Lombardi, direttore dei “Quaderni sulle migrazioni”, le pubblicazioni delle Iannone dedicate all’argomento e suddivise in collane di saggistica – che include il testo presentato, – memorialistica, lavori di scrittori migranti e realizzati da connazionali all’estero. Lombardi segnala l’importanza per il nostro Paese del retroterra migratorio, fenomeno che però “ha subito una lunga rimozione da parte delle classi dirigenti, della politica e dell’alta cultura italiana”, e la “fecondità di un’analisi che può apparire periferica, ma attraverso un potente strumento di mediazione sociale, come quello della canzone, può aiutarci a comprendere la complessità delle questioni”.
Sulla difficoltà di far comprendere l’importanza delle tematiche migratorie e di richiamare l’attenzione di politica, media e opinione pubblica in particolare sull’emigrazione italiana all’estero si sofferma anche Livia Turco, presidente del Forum nazionale immigrazione del Partito democratico, che segnala come il testo sia una piacevole lettura che riconduce canzoni spesso molto conosciute ad aspetti dell’emigrazione, restituendo legami con le vicende del nostro Paese cui abitualmente non si pensa e rendendo evidente come “l’emigrazione sia elemento integrante dell’identità italiana”. Elemento che caratterizza non solo il passato, ma il presente stesso, vista la ripresa dei flussi in uscita cresciuti con decisione in questi anni di crisi economica. “Questo tratto dell’identità italiana è però caduto nell’oblio, non ha concorso a formare un’esperienza condivisa, non è divenuto parte integrante del nostro comune sentire – afferma Livia Turco, secondo cui la ragione di tale oblio è da rintracciare nella visione “economicistica” data al fenomeno da parte della classe dirigente e politica del Paese. “In questo modo, l’emigrazione non è divenuta una componente della dimensione culturale e pubblica della Penisola e attraverso questo libro apprendiamo come la canzone popolare sopperisca a questa carenza, fornendo un contributo importante al recupero di questa componente – conclude Livia Turco, che precisa anche come l’essere un “popolo di emigranti” dovrebbe essere di aiuto alla costruzione di un futuro insieme alla presenza immigrata in Italia.
Alessandra Longo, giornalista di Repubblica, segnala come il libro metta a fuoco il ruolo della canzone quale veicolo della “storia politica e sociale della nazione” e ricorda alcuni nomi dei cantanti più conosciuti e legati più direttamente a vicende dell’emigrazione italiana: Adamo, figlio di un minatore di Marcinelle, o Sergio Endrigo, cantautore nato a Pola nel 1933 che lasciò l’Istria a 14 anni e racconta nei suoi testi la storia dell’esodo istriano – ricordata la canzone “1947” o “Il treno che viene dal Sud” dedicata invece ad un altro grande capitolo dell’Italia del secondo dopoguerra, l’emigrazione interna dal sud al nord Italia con il corredo di disuguaglianze che determinavano la partenza e spesso il destino degli emigranti nello stesso luogo di arrivo. “In tutte queste canzoni c’è l’azzardo, il coraggio, il salto nel buio della partenza, a volte il lieto fine, il sogno, la violenza del distacco, la rabbia dei perdenti, condizioni sempre trascurate dalla politica nazionale – afferma la giornalista, segnalando di conoscere bene, essendo triestina, il tema dei “confini”, che “possono separare ma anche stimolare la curiosità nei confronti dell’altro”.
“La canzone ci dimostra come l’emigrazione sia fatto vivo e vibrante della nostra storia e cultura – afferma Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore e già ministro degli Affari Esteri, che segnala come riferendosi ai connazionali presenti nel mondo si parli “giustamente di Altra Italia, se pensiamo che solo negli Stati Uniti, nel censimento del 2010 circa 20 milioni sono risultati i cittadini che si definiscono di origine italiana, 2 milioni in più rispetto al censimento del 2001 – osserva Terzi, rilevando quindi come sia cresciuto “l’orgoglio italiano” negli Stati Uniti, ossia il desiderio di sentirsi legati al nostro Paese. “Non riconoscere questa importante presenza vuol dire non conoscere il nostro Paese e le potenzialità enormi che essa comporta – afferma Terzi, ribadendo anche come la consapevolezza di questo tema debba guidare le politiche rivolte all’immigrazione. Segnalata anche la necessità di accelerare i tempi di svolgimento delle pratiche relative al riconoscimento della cittadinanza italiana all’estero, che invece si prolungano con la riduzione delle sedi consolari e del personale in esse impiegato. Richiamati poi gli approfondimenti presenti nel testo sulla collettività molisana presente all’estero e l’importanza del contenuto sociale e politico di tutta la produzione musicale riferita all’emigrazione – Terzi richiama in particolare, tra le ferite che hanno segnato la memoria dei connazionali emigrati, quella della vicenda di Sacco e Vanzetti, anarchici condannati ingiustamente a morte negli Stati Uniti nel 1927 e quella degli italiani internati negli Usa nel corso della Seconda guerra mondiale. Ricordati infine, tra i connazionali che oggi necessitano di più attenzione e assistenza, i circa 3000 detenuti nelle carceri presenti all’estero. Tra le vicende più citate dai relatori e richiamate nel testo, anche la morte di Alfredo Zardini, emigrato della Valtellina ucciso in Svizzera nel 1971, aggredito in un bar tra l’indifferenza dei presenti e apostrofato perché italiano – nella canzone che ne racconta la morte – come “randagio in cerca di pane”.
Ha concluso l’incontro l’autore del testo, Eugenio Marino, responsabile Pd per gli italiani nel mondo, che ha evidenziato come la sua ricerca sia stata formulata attraverso “uno sguardo allo specchio”, “solo così – dice – possiamo riconoscerci nell’altro e cercare di comprenderlo”. “Ripercorrere la storia dell’emigrazione italiana è un modo per guardare noi stessi e gli altri, è un modo per riconoscere negli immigrati che oggi arrivano in Italia le nostre stesse storie e le difficoltà che noi stessi abbiamo affrontato giunti in altri luoghi – conclude.
Una lettura per gettare uno sguardo più consapevole sul presente, per condannare con ancora più forza i tanti, piccoli e grandi, episodi di razzismo e intolleranza che sembrano moltiplicarsi nel nostro Paese. (Viviana Pansa – Inform)