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Storia di un italiano

CULTURA E SPETTACOLO

Dal Messaggero di sant’Antonio per l’estero, ottobre 2020

Un secolo fa nasceva Alberto Sordi. Artista eclettico in teatro, alla radio, al cinema e in tv, ha raccontato con intensità e arguzia il Novecento

Alberto Sordi ha raccontato sul grande schermo l’Italia delle due guerre mondiali, quella della ricostruzione e del boom economico, degli effetti delle conquiste tecnologiche, dei mutamenti sociali e di costume, ma anche della burocrazia e della mafia, della violenza e dell’emarginazione. Ha interpretato con sarcasmo e ironia innumerevoli tipi di italiani, narrati in quella memorabile serie tv, Storia di un italiano, su cui la Rai scommise con successo dal 1979 al 1989, realizzata in gran parte a quattro mani con Giancarlo Governi, e che resta l’affresco insuperato di un’epoca. Governi ne ha ripercorso l’esperienza nel suo godibilissimo volume Alberto Sordi – Storia di un italiano per i tipi di Fandango Libri.

Msa. C’è un lato umano che Sordi ha sempre nascosto con pudore?

Governi. Sì, la sua generosità. In occasione di un suo compleanno, ci recammo al Santuario della Madonna del Divino Amore, a Roma. Pensavo volesse raccogliersi in preghiera. Invece entrammo in un edificio vicino al santuario e ci vennero incontro una suora insieme a un centinaio di bambini che gli saltarono addosso e lo abbracciarono. C’era chi lo chiamava Alberto, chi papà. Ero stupito. Così chiesi alla suora: «Alberto è un vostro benefattore?». E lei: «Altro che benefattore. Se non ci fosse Alberto, questi bambini sarebbero in mezzo alla strada».

Eppure Sordi aveva la fama di avaro.

Perché non si sapeva che i suoi soldi finivano in attività benefiche. Un giorno Alberto mi rivelò che negli anni ’50 e ’60 quando i suoi film incassavano tantissimo, c’erano famiglie che facevano sacrifici enormi per comprare il biglietto del cinema di prima visione. «Sono loro che mi hanno arricchito – mi disse –. Se io avessi ostentato o sperperato la mia ricchezza, li avrei offesi. Non ho mai dato feste hollywoodiane nella mia villa, non ho mai posseduto né barche né auto fuoriserie». Infatti ha sempre avuto l’auto dell’italiano medio. La sua ultima è stata una Fiat Punto. Ma poiché la gente del cinema è avvezza a ostentare ricchezze e a scialacquare denaro, visto che lui non faceva nulla di tutto questo, si era involontariamente cucito addosso la fama, immeritata, di tirchio.

Alberto Sordi e Federico Fellini.

Tra i due c’era un’amicizia fraterna. Nati entrambi nel 1920, erano ambiziosi e di talento, condividevano sogni e amarezze, si scambiavano idee finché con il primo film di Fellini, del 1952, Lo sceicco bianco, Federico pensò ad Alberto. Ma il personaggio trovò resistenze nel pubblico per la sua interpretazione, per il linguaggio da borgataro. Il film non andò bene, ma l’anno successivo, per I vitelloni, Fellini si impuntò e volle ancora Alberto. I produttori, dopo molti rifiuti, accettarono Sordi a condizione che non apparisse sui manifesti dei film. Tuttavia, dopo le prime proiezioni, si resero conto che il personaggio che aveva portato al successo il film era proprio quello interpretato da Sordi. E così vennero rifatti i manifesti col suo nome. Poi il grande successo per Sordi arriverà con il personaggio di Nando Moriconi in Un giorno in pretura e in Un americano a Roma.

Sordi a quale personaggio si sentiva più legato?

Sicuramente a Nando Moriconi, e poi ai personaggi dei film con cui ha raccontato la storia d’Italia: La grande guerra, Tutti a casa, Una vita difficile dove il partigiano cui si ispira la storia, altri non è che il suo sceneggiatore preferito, Rodolfo Sonego. Poi amava il film Mafioso di Alberto Lattuada. Non altrettanto Un borghese piccolo piccolo che resta, però, la sua più grande interpretazione drammatica. Quel personaggio era un mostro, il volto oscuro dell’Italia. Il protagonista vendica l’omicidio di suo figlio, arrivando a torturare fino alla morte l’assassino. Quel film segna la fine della commedia all’italiana che aveva ritratto un’Italia innocua e divertente, quasi anticipando il clima della stagione della violenza sociale.

Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Tutti li ricordano ne La grande guerra di Mario Monicelli.

Un film rivelazione. Il produttore Dino De Laurentiis gridò al miracolo, convinto di aver scoperto la nuova coppia comica italiana. Ma nessuno dei due voleva fare coppia con l’altro. Sordi e Gassman erano due attori completamente diversi, anche se si rispettavano e si stimavano. Dopo aver assistito con Alberto alla performance teatrale di Gassman, Ulisse e la balena bianca, raggiungemmo Vittorio in camerino. Alberto gli disse: «Che te li faccio a fa’ i complimenti? È tutta la vita che te sto a fa’ i complimenti. Così li faccio a tuo figlio Alessandro (che aveva recitato con suo padre, ndr). A quel punto Vittorio si mise a piangere, e disse ad Alberto: «Hai visto? Cresce bene il ragazzo!».

Alberto Sordi e Vittorio De Sica.

Per Alberto, De Sica era una specie di padre professionale. E poi ripeteva spesso: «Vittorio mi mette una grande allegria, e mi diverto a fargli un sacco di scherzi». All’epoca Vittorio camminava tutto impettito perché soffriva di mal di schiena, tanto che portava un busto. Così il suo equilibrio era un po’ instabile. E Alberto gli dava delle spintarelle. Una volta andarono insieme alla cerimonia della posa della prima pietra degli stabilimenti Pontini di Dino De Laurentiis a Roma. L’allora presidente del Consiglio, Amintore Fanfani, si chinò per mettere la malta sul mattone. Alberto diede una leggera spinta a De Sica che cadde sopra Fanfani il quale finì con entrambe le mani nella malta. Fanfani si girò per capire cosa fosse accaduto, e De Sica gli disse: «Presidente, è stato lui! – indicando Sordi –. Me sta sempre a spigne, sempre a spigne!».

Sordi ha interpretato molti tipi di italiani all’estero. Pensiamo ai film Fumo di Londra, Un italiano in America, Mafioso, l’indimenticabile Bello, onesto, emigrato in Australia… Che rapporto aveva con loro?

Alberto godeva di una grande popolarità: venivano a vedere i suoi film; quando andava a girare all’estero lo acclamavano. C’erano tanti italiani ma anche molti americani. Quando il MOMA di New York ci chiese di proiettare le prime sei puntate di Storia di un italiano, al momento della presentazione apparve un tizio col cappello in testa e un impermeabile col bavero rialzato, che ricordava Humphrey Bogart. Si precipitò verso di noi. Si inginocchiò davanti ad Alberto, e cominciò a gridare: «That’s my teacher, that’s my teacher!» (Quello è il mio maestro!). Pensavamo che fosse un matto. Invece era nientemeno che Jack Lemmon! (a cura di Alessandro Bettero – Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero /Inform)

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