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Presentato oggi a Roma il Rapporto 2016 “Immigrazione e imprenditoria” realizzato dal Centro studi e ricerche Idos

IMMIGRAZIONE

Prosegue la crescita dell’imprenditoria immigrata in Ue e in Italia: oltre 550 mila le aziende attive nella Penisola alla fine del 2015, aumentate di oltre il 20% negli anni della crisi (dal 2011) e del calo complessivo. 8 su 10 sono ditte individuali, crescono le attività innovative e ad alta tecnologia. In totale producono il 6,7% della ricchezza complessiva

 

ROMA – È stato presentato questa mattina a Roma il Rapporto 2016 “Immigrazione e imprenditoria” – Aggiornamento statistico realizzato dal Centro studi e ricerche Idos, in un’iniziativa promossa in collaborazione con MoneyGram e la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (CNA).

Nei dati principali, si evidenzia come a fine 2015, escludendo il settore agricolo, i lavoratori autonomi stranieri nell’Ue-28 sono aumentati del 52,6% rispetto a dieci anni prima e rappresentano il 6,3% di tutti gli autonomi complessivamente attivi nell’Unione (Indagine sulle Forze Lavoro di Eurostat). In Italia l’aumento è stato del 53,7%; i non comunitari rappresentano la maggioranza (69,9%), mentre un sesto di essi ha dei lavoratori alle dipendenze (15,8% vs una media del 25,7%). Quantificate in oltre 550mila le aziende a guida immigrata registrate in Italia alla fine del 2015, il 9,1% del totale, cui si deve la produzione di 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva.

Tra il 2011 e il 2015 sono aumentate di oltre il 21% (+97mila), mentre nello stesso periodo il numero delle imprese registrate nel Paese ha fatto rilevare un calo complessivo dello 0,9%.

È netto il protagonismo delle ditte individuali: 8 casi su 10 (79,9% vs il 50,9% delle imprese guidate da nati in Italia). Le imprese a gestione immigrata, quindi, rappresentano quasi un settimo di tutte le ditte individuali del Paese (13,6%) e meno di un ventesimo delle società di capitale (4,1%).

Il commercio, in continuo aumento, rappresenta il principale ambito di attività (200mila aziende, 36,4% vs il 24,5% delle imprese a guida autoctona); segue, seppure fortemente provata dalla crisi, l’edilizia (129mila, 23,4% vs 13,1%). Notevole è anche il comparto manifatturiero (oltre 43mila aziende, 9%), caratterizzato come l’edilizia da una forte dimensione artigiana. Sono artigiane, infatti, oltre 4 imprese edili immigrate su 5 (83,2%) e oltre 2 su 3 di quelle manifatturiere (68,4%). Proprio nell’edilizia e nella manifattura, infatti, si concentrano i tre quarti (76,0%) delle aziende immigrate artigiane (180mila in tutto). Ma cresce soprattutto la partecipazione nei servizi. Dai dati di Unioncamere risulta che alla già consolidata presenza immigrata tra imbianchini e carpentieri o nel trasporto merci e nella confezione di abbigliamento, si affianca una crescente partecipazione alle aziende (per lo più individuali) anche nella sartoria, nel giardinaggio, nelle pulizie, come pure nella panetteria o nella ristorazione take away.  Più in generale, si affermano le attività di alloggio e ristorazione (41mila, 7,5%) e i servizi alle imprese (29mila, 5,3%).

I dati Sixtema/Cna sui responsabili di imprese individuali confermano il protagonismo di specifici gruppi nazionali. I più numerosi – si legge nella nota diffusa da Idos in proposito – sono i marocchini (14,9%), seguiti da cinesi (11,1%) e romeni (10,8%) e, quindi, da albanesi (7,0%), bangladesi (6,5%) e senegalesi (4,4%): sei collettività che, da sole, ne raccolgono più della metà  del totale (54,7%).

Ciascun gruppo si concentra in peculiari comparti di attività: il commercio nel caso di marocchini, bangladesi e soprattutto senegalesi (attivi in questo ambito rispettivamente per il 73,3%, il 66,8% e l’89,2% del totale); l’edilizia per i romeni (64,4%) e gli albanesi (74,0%); il commercio (39,9%), la manifattura (34,9%) e le attività di alloggio e ristorazione (12,9%) nel caso dei cinesi, che mostrano insieme a un’accentuata vocazione imprenditoriale, una maggiore diversificazione degli ambiti di attività in cui, nel tempo, tale capacità si è distinta e radicata. Ne consegue che sono cinesi la metà di tutti gli immigrati responsabili di ditte individuali manifatturiere (49,3%), come pure un quarto di quelli dediti al comparto ristorativo-alberghiero (25,0%). Quasi la metà di quelli attivi in edilizia, invece, sono romeni (27,1%) o albanesi (20,1%); e quasi 3 su 5 di coloro che operano nel commercio sono marocchini (26,7%), cinesi (10,9%), bangladesi (10,7%) o senegalesi (9,5%).

Operano al Centro-Nord 8 imprese immigrate ogni 10 (77,3% vs il 66,0% delle aziende autoctone) e quasi un terzo solo in Lombardia (19,1%) e nel Lazio (12,8%). Seguono la Toscana (9,5%) – in cui si rileva anche la più elevata incidenza delle imprese immigrate sul totale (12,6%) –, l’Emilia Romagna (8,9%), il Veneto (8,4%) e il Piemonte (7,4%) e, quindi, la Campania (6,8%), prima regione meridionale di questa graduatoria.

La crescita delle imprese immigrate viene definita “soprendente” dal sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali, Luigi Bobba, che rileva anche come tale aumento sia in “controtendenza con il dato generale”, a dimostrazione della “maggiore capacità di resilienza degli immigrati”. Tra i passi avanti compiuti, egli richiama in particolare quello relativo all’assunzione di dipendenti o alle lavorazioni innovative ad alta tecnologia, “come pure vengono maggiormente curati i rapporti con l’estero, a partire dai Paesi di origine”.

“Le difficoltà che si presentano nel contesto imprenditoriale italiano riguardano tanto gli italiani quanto gli immigrati, e anzi su questi ultimi pesano maggiormente diversi fattori: adempimenti burocratici, assistenza, credito, rapporti con la burocrazia. Ne deriva la necessità di fare di più per superare queste difficoltà, che rendono l’Italia meno incentivante rispetto ad altri contesti nazionali,

dove essere imprenditori è più facile e anche più redditizio – aggiunge Bobba, rimarcando tra i limiti del sistema Italia la bassa percentuale di investimenti per lo sviluppo (al di sotto della media europea), carenza che determina un inferiore numero di brevetti a discapito della competitività.

Per il sottosegretario è possibile passare dall’imponente crescita dell’imprenditorialità immigrata a una fase di piena maturità, con grande beneficio per il “Sistema Italia”. Una fase che includa non solo l’aumento delle imprese, ma anche la crescita dell’innovazione e della dimensione transnazionale e su cui incide, come ha evidenziato una indagine dell’Ocse, la stabilità del soggiorno.

Maria Fermanelli, vice presidente nazionale CNA, ha ricordato come ogni impresa sia produttrice di “energia, lavoro e reddito” e come le oltre 550 mila imprese di immigrati generino ricchezza e siano “una spinta incessante che non si è arrestata nemmeno negli anni duri della crisi”. Sono, inoltre, un “segnale forte e positivo di integrazione, insieme alla emersione dal sommerso e alla complessiva crescita socio-economica di chi ha scelto il nostro Paese per costruire la sua vita e il suo futuro”. Anche per Massimo Canovi, vice presidente per il Sud Europa e il Mediterraneo di MoneyGram “gli imprenditori immigrati rappresentano ormai una solida base del tessuto economico nazionale”, la cui attitudine al lavoro e alla crescita è proseguita anche negli anni più duri della crisi.

“Dall’inizio del 2008, l’Italia non è riuscita a crescere o lo ha fatto in una misura così ridotta da non riuscire a recuperare i posti di lavoro persi e i livelli di benessere precedenti alla crisi, con il conseguente allargamento del divario nella ripartizione della ricchezza. Questo problematico scenario – afferma il presidente di Idos, Ugo Melchionda – porta ad apprezzare maggiormente il dinamismo espresso dagli imprenditori nati all’estero. In Italia il percorso ascensionale degli imprenditori immigrati non si è lasciato scoraggiare dall’inflazione delle norme e delle disposizioni applicative, dalla burocrazia eccessiva, dal credito difficoltoso e da altri molteplici fattori frenanti. Ora – ha concluso – si tratta di valorizzare al meglio questo apporto”.

Nel corso della presentazione è stato assegnato anche il MoneyGram Award, iniziativa che dal 2009 mira a segnalare le realizzazioni eccellenti dell’imprenditoria immigrata, coinvolgendo nella giuria anche la Cna e Idos. La categorie del premio sono: crescita e profitto; innovazione; giovane imprenditoria; e responsabilità sociale. Dal 2015 viene assegnato anche uno speciale riconoscimento, attribuito finora a un imprenditore di seconda generazione e a un immigrato che si è distinto a livello artistico (2016).

Ogni anno si iscrivono al concorso più di 150 imprenditori stranieri, interessati a far conoscere la loro attività. Tra di essi vengono scelti tre finalisti per ciascuna categoria, tutti invitati a Roma per la premiazione; quindi, tra le rispettive terne viene individuato il vincitore e tra tutti i finalisti la giuria indica l’imprenditore dell’anno. Vincitore di questa edizione è Madi Sakande. (Inform)

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