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L’editoriale di Marco Basti: “Tra il dire e il fare”

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Su “Tribuna Italiana” del 3.7.2013 l’editoriale del direttore Marco Basti
Tra il dire e il fare
BUENOS AIRES – Sabato scorso, mentre cominciava a calare la sera, non siamo riusciti a trattenere la commozione, vedendo la statua che raffigura Cristoforo Colombo, distesa su una piattaforma a terra, dopo essere stata tolta dall’alto del monumento che i nostri antecessori e antenati regalarono all’Argentina un secolo fa per esprimere il loro sentimento di gratitudine e di appartenenza a questa terra che li aveva accolti.
Quanti eravamo in quel momento in Piazza Colón, abbiamo guardato, assaliti dall’impotenza e dai dubbi, come la grande statua di sei metri di altezza, in un modo che ci è sembrato incerto, insicuro (non sappiamo dire se è stata una impressione frutto dell’angoscia del momento o una constatazione di quel che accadeva), veniva prima issata da due gru, poi fatta scendere e quindi collocata nella piattaforma di legno senza particolari accorgimenti, senza niente che la proteggesse in quella scomoda posizione.
Davanti a questo ulteriore fatto compiuto, che come comunità italiana, come argentini discendenti di italiani ci offende e ci ferisce, non possiamo fare a meno di porci tante domande che, purtroppo, non trovano risposte convincenti, perché a certe parole dovrebbero corrispondere certi fatti che non sono, però, quelli che abbiamo registrato.
Perché c’è una misura cautelare, che vieta lo spostamento del monumento e che autorizza solo operazioni tese alla conservazione dell’opera, per le quali è richiesto il concorso del Governo della Città di Buenos Aires.
Ma da quel che si è visto, nessun funzionario del governo cittadino è stato autorizzato ad entrare nella piazza che, come è noto, è chiusa da una alta cancellata che la circonda completamente. E mentre il Segretario generale della Presidenza Oscar Parrilli ha detto che la decisione era stata comunicata al segretario di Spazi pubblici del governo comunale, dall’amministrazione di Macri negano i contatti.
Al di là del diverbio tra le due amministrazioni (e in fondo c’è da ricordare che gli amministratori, siano essi nazionali o comunali, sono proprio e solo amministratori e non padroni), sorprende l’atteggiamento verso la comunità italiana, cioè verso gli eredi morali di coloro che con i pochi o molti soldi donati di tasca propria, pagarono l’opera regalata all’Argentina, per esprimere gratitudine e appartenenza a questo paese.
Una ventina di giorni fa c’è stata la riunione del segretario generale Parrilli che, accompagnato da una numerosa delegazione politica e tecnica, volle incontrare una delegazione delle istituzioni che rappresentano la nostra comunità.
In quella riunione il governo ha spiegato la sua posizione e il suo progetto e i rappresentanti delle istituzioni rappresentative della collettività hanno manifestato la nota, comune posizione: il monumento deve rimanere in piazza Colón.
Non c’è stato accordo, perché il governo non ha detto che avrebbe rinunciato a portare Colombo a Mar del Plata e i dirigenti delle istituzioni rappresentative della collettività non hanno accettato che il monumento sia sfrattato dalla piazza che porta il nome del grande navigatore genovese. 
Nelle ultime ore il Comites di Mar del Plata, cioè i rappresentanti della comunità italiana locale, eletti col voto popolare, ha ribadito l’opposizione al trasferimento nella città atlantica del monumento che si trova dietro alla Casa Rosada. 
Durante la citata riunione del 13 giugno, è stato detto invece che, se e
ffettivamente ci fosse bisogno di restaurare il monumento, la nostra comunità non ha niente in contrario, anche perché non ha elementi per dare un giudizio al riguardo.
Ma c’è stata l’impressione che rimaneva aperto un canale di dialogo attraverso il quale le autorità avrebbero potuto anticipare e rassicurare la collettività su quel che stava per avvenire. Invece apprendere dai media che erano ripresi i lavori delle gru per smontare il monumento, ha provocato nella nostra comunità la delusione di alcuni, la rabbia di altri, l’incertezza sul futuro del monumento tra i più.
Perché lunedì il segretario Parrilli ha detto, secondo il sito Infobae che non è stato smentito:  “No estamos en contra de Colón ni de los inmigrantes; nos quieren hacer aparecer como que estamos contra la comunidad italiana. Lo que sí queremos es dar una discusión seria y profunda sobre quién debe estar en la Casa de Gobierno, en representación de nuestra soberanía. La Presidente entendió que es Juana Azurduy la persona ideal”, completó. (http://www.infobae.com/notas/718031-Parrilli-critico-la-histeria-de-Macri-y-aclaro-que-tiene-el-aval-para-restaurarlo.html).
Poi ci sarebbe stata una telefonata al presidente Luigi Pallaro, durante la quale il segretario generale della Presidenza avrebbe fatto sapere, tra l’altro, che quanto il governo ha fatto finora col monumento è quanto stabilito dalle leggi, che il monumento è stato rimosso per consentire le opere di conservazione e messa in valore dello stesso e che al momento, esistendo una misura cautelare che lo impedisce, non è previsto il trasloco in un nuovo posto. Altre telefonate il dott. Parrilli le ha fatte ai presidenti della FEDIBA e del Comites di Buenos Aires, con lo stesso obiettivo.
Quindi anche se da una parte si afferma che la statua è stata tolta dall’alto del monumento per consentire il restauro, e che non può essere inviata a Mar del Plata perché c’è una misura cautelare che in questo momento impedisce tale opzione, dall’altra, dalle dichiarazioni alla stampa, sembra evidente che non c’è alcuna intenzione di rinunciare a togliere il monumento a Colombo, donato dagli emigrati italiani, per fare spazio al monumento a Juana Azurduy donato dal presidente della Bolivia.
Per queste ragioni nella nostra comunità cresce sempre di più l’impressione che ci stanno prendendo in giro, che ci faranno un torto, una offesa – al di là delle parole che dicono per cercare di tranquillizzarci – e questo sta provocando un fermento che non si viveva da tempo. 
Cresce anche la richiesta ai dirigenti della collettività di assumere una posizione univoca, unitaria, congiunta, ferma, chiara, reclamando che il monumento donato dai nostri padri e nonni, sia lasciato nella piazza dietro alla Casa Rosada.
E’ responsabilità dei dirigenti rappresentare fedelmente questi sentimenti, lasciando da parte altri interessi o appartenenze. O, se non possono fare a meno di essi, dimettendosi dagli incarichi che occupano in rappresentanza della nostra comunità.
Perché almeno tra noi, alle parole seguano i fatti. (Marco Basti -Tribuna Italiana /Inform)
marcobasti@tribunaitaliana.com.ar
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