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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

“La letterina di Natale” e “I Pastori”

CAMMEI NATALIZI

 

LA LETTERINA DI NATALE. Non saprei in quale recente passaggio storico si sia perduta la bella abitudine di far trovare nelle famiglie, il giorno di Natale – e in alcune anche a Pasqua – la letterina con gli auguri ai genitori. In genere la si trovava sotto il piatto della tavola imbandita, complice la mamma, durante il pranzo della festa, quando, consumato il primo, si era in attesa che venisse servito il secondo.

Il papà, destinatario della missiva, nel sollevare il piatto della minestra, mostrava tutta la sorpresa per quelle letterine, una di ogni figlio, al momento in cui la mamma glielo toglieva vuoto per riportarlo in cucina. E allora se le guardava, se le girava tra le mani, le identificava, la riconsegnava, ognuna al suo piccolo mittente, secondo l’ordine, per farsele leggere. La festa, la preghiera a Gesù Bambino, l’amore per la famiglia, i buoni propositi a fronte di qualche mancanza, la tacita richiesta di perdono, e in alcuni casi, dove le condizioni economiche lo consentivano, l’esplicita richiesta del dono, che comunque anche se differito al giorno della Befana (festa dell’Epifania del Signore, 6 gennaio) non mancava mai.

A partire dagli anni 70 sono stato genitore anch’io. Ormai, anche nonno. Ma, che io ricordi, la letterina di Natale, che pure circolava in casa in quei giorni di festa – le scuole dell’infanzia e forse le primarie conservano ancora oggi la tradizione di farle scrivere ai bambini – non me la sono mai ritrovata sotto il piazzo il giorno di Natale. Forse è quello il periodo in cui anche le nostre abitudini familiari si erano modificate. Da quella stessa data, i bimbi, i doni li hanno cominciati a trovarli sotto l’albero la veglia di Natale, a mezzanotte, al ritorno dalla santa messa.

Le condizioni economiche e sociali, le mentalità e i comportamenti, i sentimenti e le aspirazioni si erano modificate; ma lo spirito del Natale legato anche alla centralità dell’infanzia, sembrerebbe immutato. Perciò, se ha senso parlarne, se può avere una giustificazione scriverne, se siamo alla ricerca di una finalità pedagogica, è solo perché vorremmo che i gesti non fossero privi di significato, che le tradizioni recuperassero il loro valore, e soprattutto i valori: i contenuti ideali e quelli morali, di cui esse sono segni manifesti.

I PASTORI . In questo tempo natalizio, la parola pastori per quello che essa significa nel contesto culturale, grazie allo scivolamento di significato subìto, già da sola va a consolidare una lunga tradizione, e pertanto potrebbe diventarne l’emblema. Molto probabilmente tra una o due generazioni la parola pastore finirà col significare – almeno a Napoli – solo ed esclusivamente “statuina del presepe” e con essa saranno indicati i diversi personaggi dei diorami natalizi, cioè i plastici che rappresentano in maniera originale e immaginifica il paesaggio in cui si inserisce la scena della natività di Gesù: i presepi, appunto. Particolarmente quelli napoletani che si vedono e si vendono a S. Gregorio Armeno, la strada dei presepi. E’ lo stesso identico processo che ha subito la parola  presepe, la quale già oggi non significa più mangiatoia o, più in generale, stalla; se non presso qualche poeta che si compiace di usare parole arcaiche.

Per effetto della antonomasia il nome pastori nella lingua napoletana si è esteso dai pastori (quelli che pascolano il gregge), di cui si parla nel Vangelo di Luca (Lc 2, 8-20), dove l’evangelista racconta la nascita di Gesù, a tutti gli altri pezzi che formano l’insieme dei personaggi in miniatura che si vedono sulla scena presepiale. Sicché sono “pastori”, nel senso di “statuine”, come les santons della Provenza, il bue e l’asino, Maria e Giuseppe, i 3 Magi, l’angelo, ecc.: uomini e cose, angeli e santi, oggetti in terracotta, e ogni pezzo o di cartapesta o scolpito nel legno – famosi quelli della Val Gardena – che nel tempo si è aggiunto all’impianto scenografico. (Luigi Casale – Inform)

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