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J. María Sanguinetti: “Vi spiego l’influenza dell’Italia in Uruguay”

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Da “La Gente d’Italia”, 13.8.2013
J. María Sanguinetti: “Vi spiego l’influenza dell’Italia in Uruguay”
Conferenza dell’ex Presidente per celebrare i 130 anni della Camera di Commercio italiana di Montevideo
MONTEVIDEO – Mercoledì 11 settembre, nell’ambito degli atti celebrativi per i 130 anni dalla fondazione della Camera di Commercio Italiana in Uruguay (la più antica delle nostre Camere di Commercio nel mondo) l’ex Presidente italo-uruguaiano, Dr. Julio María Sanguinetti, ha dato una conferenza dal titolo “Cultura ed Economia”, presso la Sala de Actos dell’istituto di Cultura Italiana di Montevideo. Presenti le principali autorità della nostra collettività, i rappresentanti di diverse associazioni e l’Ambasciatore dell’Unione Europea in Uruguay, S.E. Juan Fernández Trigo (dato che la Camera di Commercio Italiana sta ricoprendo la presidenza dell’Eurocamera in Uruguay, formata da dieci camere bi nazionali dell’UE).
Ampio l’excursus storico di Sanguinetti che ha voluto dare spazio allo sviluppo del commercio nel corso dei secoli, ricordando anche Cicerone e il suo punto di vista negativo rispetto a questo tema. “Si iniziò a rispettare il commercio con il commercio marittimo, ma non era un’attività di gran prestigio. Non dimentichiamo che l’intermediazione è sempre stata vista con sospetto, la sorella della speculazione. Sono solo pregiudizi certo, ma vanno segnalati per capire più fondo quanto stiamo trattando. […] Tutto deriva dagli antichi pregiudizi aristocratici e del clero che lo consideravano un lavoro meccanico di bassa considerazione”, ha sottolineato l’ex Presidente.
Questi preconcetti, ha continuato “sono arrivati fino a qui nelle nostre terre e ci sono casi interessanti in merito. Al Cabildo di San Carlo ad esempio, si presentò un uomo con un registro de tela e non lo volevano lasciare entrare perché dicevano che avrebbero dovuto toccare la tela con le mani e quello era lavoro manuale”. Accompagnando la narrazione di fatti storici con acute osservazioni, Sanguinetti ha voluto citare Fernand Braudel e i suoi studi sulle origini del capitalismo, per enfatizzare l’importanza che ha l’apertura nello sviluppo delle civiltà. E condanna, di chi la rifiuta, alla decadenza e persino alla scomparsa.
“Gli eserciti costruiscono le strade della guerra, ma il commercio permette la realizzazione delle rotte commerciali, che mantengono le civiltà in contatto. Pensiamo all’America, alla nostra storia, questo continente è stato scoperto perché i commercianti volevano evitare le lunghe carovane per giungere in Asia (che era molto più sviluppata dell’Europa) e acquistare prodotti preziosi”. E’ proprio per questo che i cinesi non si sentono dei new comers del commercio mondiale, ma percepiscono il loro come un ritorno dopo l’epoca gloriosa che andò dall’anno Mille al 1500. “L’epoca del Rinascimento, di Michelangelo, Leonardo, Galileo, degli scienziati e degli artisti. I Medici non si alzavano la mattina e si dedicavano ai pittori, erano grandi commercianti e per questo mecenati. E’ così che hanno fatto le cose che hanno fatto. Il Rinascimento nasce nei Paesi Bassi e nel Nord Italia, dove c’è il commercio, che lì si sviluppa insieme all’attività marittima e finanziaria”.
Dopo aver ripercorso le tappe fondamentali della storia dell’Uruguay, Sanguinetti ha dedicato spazio all’immigrazione italiana e ai pionieri che hanno costituito Montevideo nel diciannovesimo secolo. Come il suo primo abitante che conosciamo come Burgues, ma che in realtà era Giorgio Borghese. “E poi Gian Battista Crozza, il costruttore del quartierePeñarol e tanti altri. Un Paese diverso rispetto alle culture andine, con un tasso di natalità ridotto, com’era prima quello degli indigeni. Con pochi indigeni e pochi afrodescendientes, che erano addetti solo ai lavori domestici, mancando le grandi piantagioni del Nord”. Il commercio con il contrabbando ha svolto anche la funzione di importare la cultura europea e italiana, ha ricordato l’ex presidente, facendo cenno all’Università di Cordoba e ai suoi già 400 anni di attività.
“E’ tra il 1870 e il 1915 che si concentra la prima corposa ondata migratoria italiana, con i liguri e i piemontesi e a anche con i meridionali che arrivarono insieme a Garibaldi. Uno spazio immenso e vuoto da poter abitare, dove non vi erano più di 10.000 non stanziali”. Agli Orientales, “una categoria storica per differenziarci da Buenos Aires”, diventati uruguayos dopo l’indipendenza, si aggiungono, spagnoli e italiani. “Siamo tutti di diverse origini, conosciamo i nostri ancestros e riconosciamo la nostra identità come espressione vincolata a questi. Un italiano sarà sempre tano, un basco, basco, un gallego, gallego e così via. […] Ci sentiamo tutti molto uguali in questo e ci sentiamo anche tanto uruguayos, la uruguayanità consiste in ciò. Quella che ha generato un Paese aperto e tollerante in cui le libertà civiche e religiose sono antiche. E’ a causa delle nostre origini che siamo quello che siamo”.
Per quanto riguarda noi italiani quello che ci accomuna e ci ha fatto riconoscere è la nostra abilità nell’ambito costruttivo e imprenditoriale. Ci siamo incorporati molto rapidamente alla società locale grazie al nostro lavoro. Operai, costruttori, coltivatori di frutta e commercianti. Ne potremmo ricordare moltissimi. “I genovesi e i tantissimi liguri, sbarcati in Uruguay hanno creato una cultura che ora si identifica come italiana, ma che in realtà è prettamente locale. pensiamo solo al fainà, non è tipico in Italia, ma solo in Liguria ed è una parola zeneise. Penso a Carlo Anselmi che da una panetteria arrivò ad aprire una fabbrica, quella che faceva le galletitas Anselmi. e poi i molini di farina, con i Podetà. Le falegnamerie con i Caviglia… e tutti i coltivatori di frutta e verdura nei pressi di Montevideo.”
Per passare al capitolo architettonico, l’immagine fisica della città si deve ai nostri connazionali, è “molto più italiana che spagnola”. Maestri d’opera o con titoli delle scuole di Milano e Torino. “La camera della costruzione, tra il 1908 e il 1910 era fatta da italiani. Predomina la casa classica di stile pompeiano. L’architettura uruguaya è italiana, pensiamo alla grandi figure come l’italo svizzero Zucchi con il Teatro Solís a Luigi Andreoni, per l’architetto maggiore del Paese con le sue splendide facciate, l’Ospedale Italiano e la linea ferroviaria del Este, la stazione Centrale, oltre alla scoperta della fonte Salus. Ci ha lasciato cose straordinarie che furono prodotto delle sue inquietudini. E anche a Moretti, incaricato del Palacio Legislativo”.
La grande influenza italiana venne spiazzata negli anni Venti da quella francese, a cui aderì anche il “genovesissimo Figari, ma por per gli italiani venne il momento di ricoprire ruoli importanti in politica, con ben tre Presidenti di origine italiana, Serrato, Berreta e il sottoscritto” ha concluso Sanguinetti. (Stefania Pesavento – La Gente d’Italia del 13 settembre 2013 /Inform)
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