direttore responsabile Goffredo Morgia
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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo

SENATO DELLA REPUBBLICA

Conclusioni, questioni aperte e proposte: dal documento approvato dalla 7a Commissione (Istruzione pubblica, Beni culturali) e dal Comitato per le questioni degli Italiani all’estero

 

ROMA – E’ stato approvato all’unanimità, al termine dell’Indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, svolta dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero e dalla 7aCommissione, il documento finale composto di otto punti: 1. Motivazione, ambiti e finalità dell’indagine rispetto alla legislazione vigente; – 2. Politica linguistica e qualità della didattica; – 3. Certificazione linguistica; – 4 Internazionalizzazione universitaria; – 5. Ruolo dei dirigenti scolastici all’estero; – 6. La diffusione della lingua e della cultura attraverso le iniziative culturali,la promozione turistica, gli enti economici e gli organi di stampa; – 7. Le esperienze acquisite mediante i sopralluoghi all’estero; – 8. Conclusioni, questioni aperte e proposte. Pubblichiamo qui di seguito il punto n. 8 del documento.

  1. CONCLUSIONI, QUESTIONI APERTE E PROPOSTE

Le seguenti osservazioni sono il frutto di un duplice lavoro: l’esame dell’attuale disciplina delle scuole e della promozione della lingua e cultura italiana all’estero (così come prevista dal decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 64) e le informazioni raccolte nel corso dell’indagine conoscitiva svolta dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero e dalla 7a Commissione.

Lo stretto legame tra cultura ed economia è stato più volte evocato: la dimensione culturale porta infatti un sostegno decisivo a molti settori produttivi. Tuttavia una eccessiva insistenza della promozione della lingua in funzione del turismo e dell’economia in generale appare il sintomo di povertà culturale e sembrerebbe in contrasto con una inaspettata constatazione, raccolta nel corso dell’indagine: la grande attenzione al modello d’istruzione del nostro Paese.

È emersa altresì con chiarezza la richiesta di una politica linguistica di qualità, di una “cabina di regia” che, tuttavia, sarebbe inutile senza un approccio sistematico nella raccolta dei dati e nello studio dei bisogni, senza una valutazione di efficacia degli strumenti e degli obiettivi che devono essere regolarmente monitorati con premi e sanzioni.

La mancanza di una linea politica linguistica e culturale chiara è stata evidente nell’interpretazione ragionieristica delle misure di contenimento della spesa adottate, misure subite e che non sono riuscite a contenere gli sprechi senza operare tagli lineari. Si è avuta altresì la sensazione che le risorse private mobilitate nel circuito siano occasionali e non siano in grado di contribuire stabilmente al sistema di promozione culturale italiano. Ad ogni modo, un segnale positivo del rinnovato interesse pubblico è rappresentato dall’articolo 1, comma 587, della legge n. 232 del 2016, che ha istituito, nello stato di previsione del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, un fondo da ripartire con una dotazione finanziaria di 20 milioni di euro per l’anno 2017, di 30 milioni di euro per l’anno 2018 e di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019 e 2020, per il potenziamento della promozione della cultura e della lingua italiane all’estero. Gli interventi concretamente da finanziare saranno definiti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. Inoltre, sono stati stanziati 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017 per la promozione della lingua e della cultura italiane all’estero, con particolare riferimento al sostegno degli enti gestori di corsi di lingua e cultura.

L’indagine ha fino ad ora messo in rilievo due importanti elementi:

– da un lato, la grande varietà di richieste e di esperienze che caratterizza le differenti aree geografiche e il consolidamento di una nuova tipologia di emigrati, che si affianca all’emigrazione di vecchia data;

– dall’altro, il fatto che la richiesta di più lingua e cultura italiana è stata significativamente affiancata dalla richiesta di formazione italiana, con ciò riconoscendo un valore speciale al sistema formativo italiano non solo per i metodi all’avanguardia nell’educazione dell’infanzia e nell’integrazione, ma anche (e questo non dovrebbe stupire) per la tradizione culturale improntata allo sviluppo della logica e del pensiero critico, che ci derivano dall’impianto liceale ormai patrimonio solo di alcuni Paesi europei, tra cui il nostro.

Anche alla luce di questi importanti risultati, la revisione del sistema di istruzione e promozione della lingua e cultura italiana all’estero può essere un’importante occasione di cambiamento oppure può portare al consolidamento di un’impostazione vecchia. Si realizza la prima ipotesi affermando il legame tra il sistema scolastico in Italia con quello impiantato all’estero, utilizzando la rete estera e il contingente ad essa dedicato sia come strumento di diffusione del sistema formativo italiano sia come fonte di internazionalizzazione delle scuole italiane, implementando lo scambio di studenti e insegnanti al fine di contribuire al rafforzamento della conoscenza della lingua italiana all’estero e delle lingue straniere in Italia. In questo cambiamento può essere determinante il coinvolgimento del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca in un ruolo più attivo e propositivo, mentre affidare l’iniziativa sul campo e il controllo delle scuole e del contingente solo al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale consolida la vecchia impostazione.

Vale la pena portare a conoscenza di tutti che sul territorio nazionale sono stati fatti molti passi avanti per un’evoluzione della scuola statale italiana nella direzione di una sempre maggiore internazionalizzazione dei percorsi e dei titoli di studio. Solo a titolo di esempio:

  • l’introduzione delContent and Language Integrated Learning (CLIL), ossia l’insegnamento di discipline in lingua straniera, reso obbligatorio in tutte le scuole secondarie di secondo grado, e il conseguente investimento in formazione dei docenti;
  • la partecipazione a programmi di scambio europei, in un variegato quadro delle attività dell’Unione europea, tra cuiErasmus+ che riguarda sia la mobilità dello staff, dei docenti, dei dirigenti scolastici, del personale di segreteria, sia la mobilità degli studenti;
  • l’attivazione di percorsi integrati nelcurriculum dei licei statali attraverso apposite convenzioni, come l’EsaBac (il cui volume di attività risulta chiaramente dai dati disponibili sul sito internet del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca[1]) oppure i licei Cambridge (una modalità di insegnamento con docenti inglesi, abilitati nei luoghi di origine, che quindi utilizzano libri e metodologie didattiche inglesi).

Questi percorsi andrebbero consolidati e l’esperienza all’estero è quella che maggiormente può rafforzare le conoscenze linguistiche necessarie per affrontare il CLIL e più in generale implementare la conoscenza delle lingue straniere nella popolazione scolastica nazionale e consentire agli insegnanti di entrare in contatto con sistemi scolastici differenti per sperimentare forme di curricula misti.

Attualmente, pur insistendo sul coordinamento tra il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nella gestione della rete scolastica e nella promozione della lingua italiana all’estero, la normativa vigente riserva esplicitamente al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale un ruolo prevalente, attribuendogli alcune competenze delicate, quali ad esempio l’apertura e la chiusura di scuole italiane, l’istituzione di sezioni italiane e di scuole bilingui. Tuttavia il Ministero degli esteri non ha le competenze necessarie al suo interno e soprattutto non è in grado di attivare la stretta relazione tra scuole su territorio nazionale e sistema estero, che sarebbe invece auspicabile per le ragioni esposte sopra. Né pare sufficiente il personale identificato nell’articolo 13, comma 1, del decreto legislativo n. 64 del 2017 (35 unità per ciascuno dei due Ministeri interessati) per la vastità e la complessità dello scenario che viene descritto nell’articolato e di quello auspicabile in futuro.

Alle criticità legate alla difficile gestione centralizzata di un tema così articolato e complesso, si aggiunge un altro aspetto: il servizio all’estero è spesso vissuto dai docenti e dai dirigenti scolastici come un’avventura molto individuale e difficilmente, una volta rientrati, riescono a rilasciare il frutto dell’esperienza fatta nelle scuole a cui sono destinati. L’eccessiva durata del mandato ne è una causa: se un mandato di 9 anni era eccessivo, oggi addirittura dopo le modifiche recentemente apportate è stato esteso a 12 anni. Troppi: un docente motivato ed esperto, che sta investendo nella sua formazione e che ha davanti ancora una quota significativa di vita professionale non si allontana facilmente per tanto tempo, lo fanno piuttosto docenti interessati a un cambiamento della loro vita lavorativa (ambientale ma anche significativamente economico) spesso a fine carriera. La legittima ricerca di un modo per rivitalizzare il proprio rapporto con l’insegnamento non necessariamente contempla una disseminazione dell’esperienza fatta e tanto meno una ricerca metodologica sul campo; per i dirigenti scolastici poi l’assenza dal sistema nazionale per tanti anni li porta a un significativo distacco da un mondo in continua evoluzione e costituisce ostacolo al loro reinserimento. E in questo contesto non va mai dimenticato che questo contingente è lo strumento più forte (anche economicamente) per l’attività di promozione della lingua a carico e beneficio del sistema pubblico.

Inoltre la comprovata difficoltà del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale di selezionare adeguatamente il contingente (quanto alle conoscenze linguistiche, a quelle metodologiche e a volte anche disciplinari) ha di fatto prodotto un grande scontento nelle sedi di destinazione, che è stato più volte rilevato nel corso dell’indagine conoscitiva. Nel corso soprattutto delle missioni è emersa da parte sia delle istituzioni scolastiche all’estero che dei gestori dei corsi la preoccupazione per la mancanza di certezza di ricevere personale motivato e preparato e la scarsa continuità quando i docenti sono capaci o, viceversa, l’impossibilità di liberarsi di docenti inadeguati. Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha da tempo pensato di risolvere questo problema aumentando la discrezionalità propria e dei dirigenti scolastici nelle assunzioni e privilegiando personale residente nei Paesi in cui si svolge il servizio. Va da sé che questo orientamento confligge fortemente, nel primo caso, con i principi vigenti nel sistema scolastico italiano e, nel secondo caso, con la delicata questione del riconoscimento dei titoli di studio; inoltre solo un contingente in mobilità ma profondamente integrato nel sistema scolastico nazionale potrà garantire quell’aderenza di percorsi e quella qualità dei risultati che informano tutta la strategia che si vorrebbe mettere in campo. In più l’esperienza e la teoria insegnano che la continuità non sta nella permanenza di un singolo, ma nella tenuta complessiva di un sistema che garantisca un’osmosi di competenze ed esperienze. A questo pone in parte rimedio l’accoglimento nella disciplina attuale della richiesta di presentazione di certificazione ufficiale dei livelli di conoscenza delle lingue previste per l’assegnazione all’estero, ma rimane del tutto irrisolta la gran parte delle criticità. L’articolo 19 del decreto legislativo n. 64 del 2017, oltre a stabilire i livelli di certificazione, disciplina anche i titoli culturali, professionali e di servizio, menzionando, tra i titoli di preferenza, quelli rilasciati da università o altri istituti di formazione superiore equiparati sia italiani sia stranieri, conseguiti in un corso con almeno 60 crediti formativi universitari (CFU) ovvero almeno un anno accademico nell’ambito delle discipline dell’interculturalità e dell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda o lingua straniera.

Alla luce delle considerazioni sovraesposte sarebbe dunque opportuno affrontare alcune tematiche, di seguito evidenziate.

  1. Rafforzare il collegamento tra il sistema scolastico in Italia e quello all’estero, valorizzando l’esperienza acquisita anche dagli Uffici scolastici regionali e dalle singole scuole o reti di scuole.

L’attivazione di nuove sezioni italiane, assai richiesta da più parti, potrebbe essere gestita tra i Dicasteri degli Esteri e dell’Istruzione avvalendosi del sostegno e delle competenze anche degli Uffici scolastici regionali, che possono coordinare forme di partenariato efficaci e flessibili con le Istituzioni scolastiche del territorio nazionale, coinvolgendole nella progettazione dei curricula, nell’attivazione dei corsi, nella costruzione dei piani dell’offerta formativa, valorizzando prioritariamente il sistema scolastico metropolitano in una prospettiva di promozione di lingua insieme a contenuti. Una sfida che non appare troppo alta, soprattutto in rapporto alla grande considerazione in cui sono tenuti gli studenti, i laureati, i ricercatori e i professionisti di qualunque settore che dal sistema italiano sono usciti e che oggi popolano tutte le istituzioni internazionali più prestigiose e tante aziende private. Condividendo l’obiettivo di proporre un’offerta scolastica allettante in quei Paesi dove non c’è la presenza di una scuola italiana e di avviare azioni positive nell’area dei Balcani e nel Mediterraneo per il sostegno dell’italiano, si evidenzia l’esigenza di avere indirizzi e direttive chiare e trasparenti sull’apertura di nuove scuole all’estero. L’apertura di una scuola italiana all’estero potrebbe essere dunque il frutto di un “gemellaggio” tra l’Amministrazione centrale e un Ufficio scolastico regionale che potrebbe contribuire alla predisposizione dei curricula, all’integrazione con il sistema scolastico del Paese ospite, al reclutamento degli insegnanti locali e inviati dall’Italia, ovviamente con il coordinamento del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

  1. Garantire maggiore qualità e continuità all’insegnamento.

Occorre creare le condizioni per cui le associazioni tra istituzioni scolastiche, come previste dall’articolo 8 del decreto legislativo n. 64 del 2017, siano attivate anche tra le scuole o le reti di scuole metropolitane e quelle all’estero, finalizzate all’attuazione di scambi di docenti e studenti. Sarebbe opportuno inoltre prevedere la valorizzazione delle esperienze di metodologia CLIL attive in Italia e il potenziamento dei percorsi di formazione, già in atto da svariati anni, destinando all’estero prioritariamente questi docenti nel personale previsto all’articolo 24 del citato decreto legislativo n. 64 del 2017 e riconoscendo esplicitamente questi titoli nella selezione dell’intero contingente. Si potrebbero altresì coinvolgere, anche attraverso una ripartizione del contingente a livello regionale, gli Uffici scolastici regionali e le istituzioni scolastiche nella selezione del personale da destinare all’estero, responsabilizzandole in relazione alla qualità del personale inviato e alla garanzia di continuità, nel rispetto delle istanze sollevate dalle sedi di destinazione, prevedendo inoltre che la conoscenza certificata di altre lingue straniere sia un titolo riconosciuto e di priorità qualora coincida con la lingua di un Paese di destinazione.

Ribadendo che la complessità del tema della formazione richiederebbe ulteriori approfondimenti, potrebbe intanto essere utile determinare il numero preciso d’insegnanti d’italiano lingua straniera già formati e operativi attraverso: le certificazioni di master di I e II livello, le scuole biennali di specializzazione e i corsi di laurea magistrali. Sarebbe, altresì, importante riconoscere formalmente la figura dell’insegnante di lingua italiana per stranieri, attraverso modifiche della legge n. 401 del 1990 e che abbia come requisiti fondamentali quelli individuati nel decreto ministeriale n. 92 del 2016. Potrebbe essere creato un albo di docenti esperti di lingua italiana per stranieri in cui iscrivere tutti gli insegnanti che hanno prestato servizio presso gli Istituti italiani di cultura. Lo stesso criterio dovrebbe essere applicato alla rete della Dante Alighieri, a condizione che siano rispettati gli stessi requisiti di selezione previsti per gli insegnanti di cui al decreto ministeriale n. 92 del 2016. Una rete di docenti di qualità, da poter impiegare a tempo pieno presso le diverse strutture in cui si articolano la promozione e la diffusione della lingua italiana all’estero, deve inoltre poter contare sempre su condizioni contrattuali eque e con la garanzia di un contratto a stipendio garantito secondo il CCNL.

  1. Facilitare una ricaduta delle maggiori competenze acquisite con l’esperienza all’estero sul sistema nazionale, tenendo presente che una distribuzione del contingente omogenea sul territorio nazionale, assegnando una quota di contingente a ogni regione, può facilitare, attraverso una diffusa esperienza all’estero, l’acquisizione da parte di docenti e dirigenti in ogni ordine e grado di scuola di competenze nelle lingue straniere e mettere a sistema quelle derivanti dal confronto con diversi sistemi scolastici. Inoltre, attraverso la rete di scuole si può creare una rete di formazione permanente e di scambio tra docenti, al fine di condividere la responsabilità della buona riuscita delle esperienze e il trasferimento dei risultati. È auspicabile la riduzione in questa prospettiva del mandato, attualmente costruito su 6 + 6 anni, per facilitare così il rientro in Italia e un maggioreturn overa garanzia di un’esperienza diffusa e riversabile in modo più massiccio sul territorio nazionale.
  2. Anticipare l’età di accesso allo studio della lingua italiana, considerato che le innovazioni sopra descritte possono essere applicate anche ai corsi di italiano ad oggi in carico agli enti gestori, rivolti con maggiore flessibilità e impatto anche a bambini della scuola primaria (italiani di generazione successiva, ma anche ai non italiani, come le missioni hanno evidenziato); inoltre si potrebbe rispondere anche alla necessità evidenziata in alcuni Paesi di corsi di sostegno disciplinare. Una prospettiva di insegnamento precoce dell’italiano costruisce il successo dell’accoglienza di studenti nelle nostre università (mentre oggi la scarsa conoscenza del veicolo linguistico sta frenando la possibilità di un’offerta formativa completa e sta costringendo gli atenei a programmare corsi in inglese), può incoraggiare l’introduzione dell’italiano come seconda o terza lingua straniera nell’istruzione secondaria all’estero e contribuisce infine a rendere produttiva e coinvolgente la mobilitazione di risorse investendo tutta l’attività di promozione culturale che il Ministero degli esteri deve promuovere attraverso la rete degli istituti italiani di cultura.

Potrebbe altresì essere valutata l’ipotesi di predisporre servizi di dopo-scuola, proprio per aumentare l’offerta didattica indiretta.

Tutti gli strumenti di diffusione della lingua presso le scuole dell’infanzia, le scuole inferiori e superiori (programmi AP e corsi curriculari ed extra curriculari), andrebbero sempre e comunque monitorati e valutati in termini di efficacia da una autorità centrale e professionalmente competente.

  1. Promuovere la lingua e la cultura attraverso le università.

Il successo della lingua e della cultura italiana presso le università all’estero, e in Italia per gli studenti stranieri, è strettamente collegato alla precocità dell’apprendimento: è quindi indispensabile uno stretto coordinamento con l’insegnamento nelle scuole inferiori e superiori. È noto, ed è stato riscontrato nel corso dei sopralluoghi, che la lingua italiana, come le altre lingue romanze, ha oggi una minore capacità di attrazione rispetto a lingue più forti sotto il profilo dell’economia. Oltre all’adozione di azioni positive, come borse di studio per gli studenti o la promozione di stage presso aziende italiane, sembra necessaria una maggiore centralità del “Made in Italy” nell’ambito della formazione universitaria. Lo studio della lingua italiana nelle università dovrebbe essere comunque un elemento qualificante dei diversi curriculum di studio, diventando una lingua veicolare per lo studio di altre materie. Si raccomanda quindi di potenziare la metodologia CLIL, ovvero l’apprendimento integrato di lingua e contenuti e la possibilità di usare l’italiano come lingua intra curriculare. Nel corso dell’indagine è emersa chiaramente l’importanza di incentivare il numero di studenti Erasmus in Italia ma altresì la necessità di assicurare un’adeguata formazione linguistica agli studenti stranieri che vengono a studiare in Italia. Certamente un incremento dei gemellaggi tra le scuole italiane e quelle straniere potrà essere utile in tal senso, ma solo con l’inserimento della certificazione in lingua italiana, come elemento qualificante dei crediti scolastici nelle scuole superiori straniere, si potranno avere sostanziali passi avanti nella formazione.

  1. Sostenere la certificazione della lingua italiana.

Incentivare la certificazione dovrebbe essere una delle maggiori responsabilità per le rappresentanze diplomatiche italiane all’estero nell’attività di promozione della lingua. L’azione dovrebbe rivolgersi agli istituti scolastici inferiori e superiori con l’inserimento della certificazione dell’italiano nel sistema dei crediti locali. La certificazione, oltre a contribuire all’apprendimento precoce da parte di studenti in fasce d’età giovanissime, svolgerebbe così una funzione di moltiplicatore rispetto all’intero sistema di promozione della lingua e della cultura italiana all’estero. A tal fine sembra necessaria una maggiore unitarietà della certificazione della competenza linguistica alla quale potrebbe dedicarsi il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca in coordinamento con l’Associazione CLIQ. La carenza di un adeguato sostegno alla certificazione linguistica si ricollega anche al tema della formazione dei docenti, a sua volta parte in causa del fenomeno dell’abbandono precoce degli studenti. È necessario puntare sulla professionalità degli insegnanti e sui contenuti dell’insegnamento per incentivare gli studenti a proseguire gli studi della lingua. Per l’italiano infatti si registra un forte tasso di abbandono oltre il livello base d’insegnamento: occorre monitorare i dati e comprenderne le motivazioni a volte derivanti da insegnanti più fragili nei primi livelli di apprendimento.

  1. Promuovere la formazione a distanza.

L’esigenza di potenziare la formazione a distanza, in particolar modo nel continente americano in cui le grandi distanze favoriscono questo strumento di apprendimento, è stata più volte riscontrata. L’E-learning dovrebbe essere rivolto sia ai docenti d’italiano già formati, ai fini di un aggiornamento culturale e didattico-metodologico, sia agli utenti privati, ma solo per i livelli di apprendimento superiore della lingua italiana (dal b2 in su) e per le lingue settoriali. Sembra altresì necessario individuare fornitori di qualità, con un elevato livello di competenza linguistica e in grado di contrastare una concorrenza crescente, e non sempre adeguata, già presente sul mercato.

  1. Chiarire il ruolo svolto dagli enti gestori e dai soggetti privati.

Gli enti gestori sono spesso considerati come i “parenti poveri” del sistema di diffusione della lingua e cultura italiana all’estero. Costituitisi spontaneamente nel 1992, per salvare i corsi di lingua italiana a seguito di una modifica della gestione dei fondi da parte del Ministero degli affari esteri, rispondono alle diverse anime che li hanno ispirati: i sindacati, i gruppi di genitori e famiglie, gli imprenditori. Il legame con le comunità locali è continuato nel tempo.

A distanza di più di trent’anni gli enti gestori operano in condizioni complesse: una varietà di norme diverse a seconda dei territori si interfaccia con un quadro normativo italiano non ben delineato, inefficienze amministrative italiane determinano ritardi nel trasferimento dei fondi. Spesso i presidenti degli enti, non riuscendo a pagare gli stipendi agli insegnanti, sono costretti a ricorrere a prestiti fiduciari gravanti sul proprio patrimonio personale per adempiere agli oneri locali.

Gli enti gestori sono dunque strumenti utili e indispensabili per la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Attraverso questo lavoro d’indagine è doveroso – in primo luogo – riconoscere il lavoro svolto e quindi individuare soluzioni alle complessità sopra evidenziate. Partendo da un nuovo modello di rapporto tra enti gestori e Ministeri di competenza, da una maggiore fiducia tra le parti e da una progettazione condivisa occorrerà valorizzare le conoscenze del territorio, l’esperienza, i rapporti veri con le autorità locali.

Le osservazioni raccolte nel corso dell’indagine e durante i sopralluoghi hanno evidenziato che non tutti gli enti gestori sono uguali: molti sono virtuosi, altri meno. Una riforma organica del settore dovrà riguardare il loro funzionamento, regole e garanzie di trasparenza ed efficienza. Gran parte delle proposte sopra evidenziate sul collegamento tra sistemi scolastici, la qualità dell’insegnamento, la certificazione, il controllo d’efficacia degli strumenti di diffusione della lingua riguardano proprio l’attività degli enti. Al riguardo sarebbe opportuno disporre di un elenco aggiornato, dettagliato e trasparente degli enti riconosciuti che offrono corsi di lingua italiana, contenente l’ammontare del finanziamento, il numero degli iscritti ai corsi, le ore annue effettivamente svolte per ciascun studente e i risultati ottenuti.

Più in generale e a proposito del coinvolgimento dei soggetti privati nella diffusione e promozione della lingua italiana,  in base a quanto previsto dal decreto legislativo n. 64 del 2017, si ritiene prioritario esercitare un’azione di controllo su coloro che ricevono finanziamento pubblico e/o rilasciano titoli riconosciuti in Italia, non solo attraverso l’obbligo di pubblicazione dei bilanci con l’esplicitazione della destinazione concreta e visibile delle risorse erogate, ma anche con la verifica quantitativa e qualitativa del raggiungimento degli scopi per cui sono state erogate le somme.

Infine, ma non per questo meno importante, occorre chiarire il compito che il Governo sembra voglia affidare alla Dante Alighieri. Negli ultimi mesi è apparso evidente che si stia delineando per la stessa un ruolo assai più ampio sull’insegnamento della lingua italiana all’estero. In base agli elementi noti e via via raccolti nel corso dell’indagine, i comitati della Dante Alighieri all’estero non dispongono delle strutture, delle risorse e dei necessari legami con la collettività locale per svolgere con efficacia la promozione e l’insegnamento della lingua italiana.

  1. Promuovere i corsi di lingua presso gli istituti di cultura.

Si raccomanda un indirizzo politico chiaro per il rafforzamento, l’incremento e il miglioramento dei corsi di lingua e cultura italiana presso gli istituti di cultura. Al riguardo si ritiene utile: a) riportare i corsi di lingua a una gestione interna; b) migliorare l’offerta formativa; c) reclutare personale formato ed esperto sia per l’insegnamento sia per il coordinamento dei corsi di lingua; d) migliorare la dotazione tecnologica degli Istituti italiani di cultura; e) concentrarsi su attività extra-curricolari che avvicinino nuovi studenti ai corsi; f) arricchire le dotazioni delle biblioteche degli Istituti italiani di cultura e il loro uso da parte dell’utenza.

Negli Stati Uniti l’attività degli istituti di cultura, seppur pregevole, è condizionata dal ruolo e dalle funzioni riconosciute agli stessi istituti dalla normativa locale che non permette lo svolgimento di corsi di lingua in gestione diretta. Occorre individuare una soluzione che consenta ai nostri Istituti di cultura una piena capacità d’azione nella gestione diretta di corsi di lingua. Sarebbe importante prevedere, come già avviene in Italia, forme di defiscalizzazione per i capitali privati che finanziano attività di promozione culturale degli Istituti di cultura. L’insegnamento dell’italiano come seconda lingua si distingue, per quanto riguarda gli obiettivi, i tempi e i modi di acquisizione dell’apprendimento, a seconda che sia ai fini della comunicazione o dello studio. Al riguardo e in considerazione della necessità di collegare i titoli di studio ad una qualificazione in settori specialistici legati alla tradizione culturale del nostro Paese e di promuovere un insegnamento rivolto a settori culturali di nicchia, si ritiene necessario che gli istituti italiani di cultura siano destinatari d’indirizzi e strumenti d’insegnamento propri della lingua della comunicazione, e delle lingue settoriali di cui al momento mancano modelli comuni e diffusi d’insegnamento.

  1. Promuovere una cabina di regia.

È stata rilevata da più parti la necessità di una “cabina di regia” dove possa essere avviata un’azione sinergica per la diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero e in grado di definire una politica linguistica con obiettivi che non si limitino al presente ma si estendano oltre il decennio.

A tal fine si ritiene utile l’istituzione di un organismo interministeriale tra i Dicasteri degli Affari esteri, dell’Istruzione, dei Beni culturali, e dello Sviluppo economico con potere decisionale, di controllo e di applicazione rapida delle procedure, oltre che di valutazione dell’impatto delle stesse al fine di poter realizzare più rapidamente modifiche in corso d’opera.

Questo organismo interministeriale dovrebbe: a) agevolare un sistema di “buone pratiche” adattabili ai diversi contesti che veicolino la cultura italiana scevra da ogni stereotipo; b) coordinare i vari enti presenti in uno stesso territorio; c) agevolare le comunicazioni tra gli stessi e tra i Ministeri coinvolti; d) farsi garante dello stanziamento e dell’arrivo di fondi certi e costanti nel tempo; e) controllare il buon andamento delle attività e dell’utilizzo delle risorse, con operazioni di verifica dei processi attuativi; f) impostare un metodo sistematico di controllo e verifica delle procedure applicate, attraverso analisi comparative tra gli enti situati nei diversi paesi; g) impostare un sistema di valutazione dell’impatto degli enti sulla vita culturale del paese ospitante, di controllo della corretta attuazione delle procedure e attività attraverso la valutazione del ritorno di immagine dell’Italia e della corretta promozione culturale per aree di attività di ogni ente. (Inform)

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