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Camera dei Deputati: la riforma della legge sulla cittadinanza italiana approda in Commissione Esteri

CAMERA DEI DEPUTATI

 

ROMA – E’  stato avviato dalla Commissione Esteri della Camera per le parti di competenza l’esame della riforma della legge 5 febbraio 1992, recante le norme sul riconoscimento della cittadinanza italiana: un tema che spesso divide le forze politiche. Al centro del dibattito, volto a esaminare il lavoro contemporaneamente svolto dalla Commissione Affari costituzionali su cui la III Commissione deve dare un parere, il testo unificato proposto da diversi deputati: Boldrini, Nissoli, La Marca, Polverini, Orfini, Siragusa, Sangregorio e Ungaro. La relatrice Iolanda Di Stasio (M5S) in via preliminare ha sottolineato che, a trent’anni di distanza dall’approvazione della legge n. 91 del 1992, “appare opportuno prendere atto delle profonde trasformazioni avvenute nella società italiana e aggiornare le norme in materia di cittadinanza secondo una prospettiva onnicomprensiva che ponga al centro la finalità dell’integrazione, soprattutto di bambini e minori”, ha spiegato Di Stasio invocando un necessario salto di qualità teso ad assicurare il rispetto del principio di uguaglianza per coloro che sono cresciuti in Italia e anche come parte di un percorso di prevenzione di marginalità e conflitti sociali. La relatrice ha quindi ricordato che la disciplina vigente prevede che la cittadinanza italiana si acquisti iure sanguinis: cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani. Esiste una possibilità residuale di acquisto iure soli, se si nasce sul territorio italiano da genitori apolidi o se i genitori sono ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza al figlio secondo la legge dello Stato di provenienza. E’ stato rilevato che la cittadinanza può essere richiesta anche dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e sono in possesso di determinati requisiti. In particolare, il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali e di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica. Si può diventare cittadini italiani anche per matrimonio: in tal caso, la cittadinanza è riconosciuta dal Prefetto della provincia di residenza del richiedente. Esiste un’ipotesi di revoca della cittadinanza in caso di condanna definitiva per reati di terrorismo ed eversione. E’ inoltre richiesto per l’acquisto della cittadinanza italiana – per matrimonio e per concessione di legge – anche il possesso da parte dell’interessato di un’adeguata conoscenza della lingua italiana. Di Stasio, fornendo alcuni dati statistici, ha riferito che in base agli ultimi dati disponibili diffusi da Eurostat e riferiti all’anno 2020, circa 729mila stranieri hanno acquisito la cittadinanza di uno degli Stati membri dell’UE, in aumento rispetto ai 706mila del 2019 e ai 672mila del 2018. In questo contesto, l’Italia è il Paese UE che registra il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza da parte di cittadini stranieri (poco più di 131mila, pari al 18% del totale), seguita da Spagna (circa 126mila), Germania (111mila), Francia (86mila) e Svezia (poco più di 80mila). Al di fuori dell’UE, il Regno Unito ha registrato nel 2019 – ultimo dato disponibile – poco più di 159mila nuove acquisizioni di cittadinanza. A livello UE, in termini di cittadinanza originaria, nel 2020 i gruppi più numerosi erano marocchini (circa il 9,5% del totale), siriani (7%), albanesi (5,5%), rumeni (4%) e brasiliani (3,5%). Nel tempo è però cambiato il motivo di rilascio della cittadinanza in Italia: nel 2020 la tipologia più numerosa resta quella per residenza (50,5% del totale), ma negli ultimi anni è costantemente aumentata la cittadinanza concessa per trasmissione/elezione, che nel 2020 ha raggiunto il 39% del totale. Questa mutata configurazione dimostra che sempre più minori acquisiscono la cittadinanza per trasmissione dai genitori o per elezione quando raggiungono il 18° anno di età. Citando il relatore Brescia presso la I Commissione, Di Stasio ha ricordato che “nelle ultime legislature vi sono stati diversi, ampi tentativi di riforma, tutti rimasti incompiuti, con l’unico risultato di illudere e deludere centinaia di migliaia di giovani che sono figli di stranieri che hanno studiato e studiano con i nostri connazionali e hanno visto le loro vite condizionate dall’assenza di una legge che assicuri un percorso ad hoc di acquisto della cittadinanza italiana. Nel frattempo si è però intervenuti sulla materia con decretazione d’urgenza, all’interno di provvedimenti legati alla sicurezza e all’immigrazione. È proprio da questi temi che va sganciato un dibattito razionale su una nuova legge sulla cittadinanza, mettendo al centro invece il ruolo della scuola come potente fattore di integrazione”, ha riportato così la relatrice le parole espresse da Brescia. Nella seduta del 9 marzo scorso, la I Commissione ha adottato un testo base unificato che punta ad introdurre una nuova fattispecie di concessione della cittadinanza orientata al cosiddetto principio dello ius scholae, cioè il principio per cui si acquisisce il diritto alla cittadinanza dopo avere svolto un percorso di studi in Italia. In base alla proposta, la cittadinanza si acquisterebbe pertanto a seguito di una dichiarazione di volontà, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore; qualora non sia stata espressa tale dichiarazione di volontà, l’interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all’ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età. L’inadempimento di tale obbligo di informazione sospende i termini di decadenza per la dichiarazione di elezione della cittadinanza. Ai fini delle competenze della Commissione Esteri, si è sottolineato il tema della trasmissione della cittadinanza iure sanguinis per i nati all’estero: la legge del ’92 non prevede limiti generazionali alla ricostruzione della linea di trasmissione della cittadinanza italiana iure sanguinis e neppure richiede la conoscenza di lingua e cultura italiana. Osserva che siamo l’unico tra i Paesi occidentali ad avere una legge così generosa. I dati evidenziano che in circa venti anni sono stati riconosciuti, per discendenze sovente risalenti nel tempo, ben oltre un milione di nuovi cittadini italiani, il cui collegamento culturale, linguistico ed economico con l’Italia appare in molti casi affievolito e rarefatto nel tempo. Si pone, peraltro, un serio problema di sostenibilità della normativa attuale rispetto al grave sottodimensionamento della rete estera. Le richieste di riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis sono particolarmente numerose in America Latina, pari al 78% del totale, specie in Brasile e Argentina, Paesi in cui la popolazione con possibili radici italiane è stimata in svariati milioni. Una gestione più avveduta della materia si impone anche tenendo conto che in alcuni casi l’acquisto della cittadinanza italiana viene interpretato come un mero “titolo di viaggio” particolarmente utile per recarsi senza difficoltà negli USA. Non è residuale, inoltre, il fenomeno del cosiddetto “turismo di cittadinanza” per cui molti richiedenti, per accelerare l’iter, stabiliscono temporaneamente la propria residenza in Italia e al solo fine di ottenere il riconoscimento del nostro status civitatis. Si auspica, quindi, che la legge del 1992 sia rivista per aggiornare la cittadinanza iure sanguinis nel senso di porre limiti temporali ragionevoli alla ricostruzione della linea di trasmissione della cittadinanza e con l’introduzione dei requisiti che possano attestare un legame genuino con il Paese e con il patrimonio culturale e linguistico italiano, congiunto ad una reciprocità di diritti e doveri. Ciò premesso, alla luce della complessità della materia e anche dell’esame in corso presso la Commissione Affari costituzionali dei numerosi emendamenti presentati, la relatrice ha proposto il rinvio ad altra seduta della deliberazione di un parere sul provvedimento in esame, riservandosi di anticipare alla Commissione una proposta di parere. Dopo un accesso dibattito la discussione è stata rinviata ad altra seduta. (Inform)

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