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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Ricordi di emigrazione. 120 anni fa due tragedie dell’emigrazione camuna

ITALIANI ALL’ESTERO

Dal notiziario mensile dell’Associazione Gente Camuna

BRENO (Brescia) –  Dalle fucine alle miniere Dobbiamo fare un lungo passo indietro, di ben 120 anni. Siamo alla fine del 1800. In Europa non è finita la grande crisi economica che ha spinto ben ventuno milioni di europei a migrare soprattutto oltre oceano. Tra il 1873 e il 1896 la crisi, denominata “Grande Depressione”, ha messo in ginocchio l’industria e l’agricoltura continentali. I Governi sono spinti verso il protezionismo, aggravando così le condizioni delle classi più povere. A Milano, nel maggio del 1898, il generale Fiorenzo Bava Beccaris fa aprire il fuoco dei cannoni sugli operai in rivolta per l’aumento del costo del pane, lasciando sul terreno ben 83 vittime. È in questo contesto che anche molti valligiani camuni cercano lavoro all’estero per sfamare le loro famiglie, spesso assai numerose.

Da Bienno parte un gruppetto di operai per una destinazione d’oltralpe, tutti già professionalmente formati nelle locali fucine azionate dall’acqua del torrente, dove si lavorano con grande maestria zappe, badili, secchi e picconi. Non sappiamo chi primo tra i biennesi raggiunge la cittadina di Markirch, in Alsazia, allora parte dell’Impero Tedesco, dopo che la Francia è stata sconfitta a Sedan nel 1870. Situata in un vallone dei Vosgi, circondata da pinete e da pascoli, è da tempi remoti ricca di miniere. Infatti, dopo il ritorno dell’Alsazia e della Lorena alla Francia, in seguito alla Grande Guerra, prende il nome significativo di Sainte Marie aux Mines (Santa Maria delle Miniere). Qui una Società Mineraria tedesca, la Markircher Berg und Hüttenverein, a partire dal 1897, sovrastimando la consistenza dei giacimenti, sta riattivando una mezza dozzina di antiche miniere e sta costruendo una grande Fonderia.

 

La triste vicenda di Antonio Comensoli

Ha bisogno di molti operai e pertanto li chiama anche dall’Italia, da Bienno appunto. E da Bienno parte anche il quarantenne Antonio Comensoli, verso la fine dell’inverno ‘98/’99. La giovane moglie Caterina Bontempi ha già messo al mondo ben sette figli e di nuovo è gravida per l’ottava volta. Bisogna dunque rimboccarsi le maniche, trovare un lavoro più remunerativo per sfamare così tante bocche. È un fabbro provetto. Da quando ha assolto l’obbligo scolastico, che è allora di soli due anni, cioè dall’età di sette anni, ha passato tutte intere le giornate della sua vita nella fucina, dove l’assordante ininterrotto martellare del maglio procura agli uomini una precoce sordità. Ma la paga ora non basta più. Così ha accolto l’invito di un amico che già lavora nelle miniere alsaziane ed è dunque partito a “cercare fortuna”, come si usava dire allora. Non è un minatore, si occuperà di riparare attrezzi e carpenterie della miniera de la Fonderie, detta Bleigruben (miniera di piombo). Quel martedì 18 aprile del 1899 qualcuno richiede il suo intervento in galleria, forse per una manutenzione. I suoi compagni racconteranno più tardi alla vedova che non ci andava quasi mai in miniera! È difficile credere al destino, ma a volte la vita reale è davvero imprevedibile e sconvolgente. Entrato nel tunnel, inoltratosi un poco, viene improvvisamente colpito alla schiena e alle gambe da alcune rocce che si staccano dalla volta. Prontamente soccorso, portato all’esterno, caricato su un carro, non giungerà vivo all’Ospedale. Nello stesso preciso istante, raccontarono molti anni dopo i suoi figli, Caterina scoppia in lacrime e abbraccia i bimbi più piccoli, presa da un triste e inspiegabile presagio. Impossibile dire se quest’ultimo episodio sia un fatto veramente accaduto o una sovrapposizione posteriore di momenti diversi, ma quel che è certo è che la famiglia viene anch’essa travolta dalla povertà e dal dolore. I compagni di lavoro e la stessa comunità di Markirch sono profondamente turbati dalla tragedia del giovane padre. I suoi compaesani si tassano per celebrare un degno funerale. Ci rimane una fotografia delle esequie. Ritrae l’ingresso della chiesa “Sainte-Madeleine”. Vi si intravvedono, a destra della scalinata, i suonatori della banda civica; al centro i minatori con la loro caratteristica divisa e con corone di fiori tra le mani; a sinistra le donne alsaziane con i loro tipici grembiuloni bianchi. Antonio viene sepolto nel locale cimitero. A Caterina resta il gravoso compito di allevare i figli. Tra essi, sesto della nidiata, c’è il piccolo Carlo, gracile ma di precoce intelligenza, che diverrà prete e che sarà ispiratore e guida del movimento di Resistenza al Nazifascimo. Tra le sue iniziative sociali vi è anche l’idea della nostra Associazione, “Gente Camuna”, sorta in aiuto agli emigranti. Un’ idea nata certamente in coerenza con la vicenda tragica di suo padre. È proprio all’inizio degli anni sessanta del secolo scorso che egli si mette alla ricerca delle tracce del padre e che nello stesso tempo propugna la nascita dell’Associazione. Ma torniamo a Markirch.

I lavori nelle Miniere sono ripresi alacremente. Sono passati soltanto alcuni mesi ed è arrivato l’inverno 1899/1900. La cittadina e la valletta, poste oltre i 700 metri di altitudine, sono imbiancate di neve. È gennaio. Non si è ancora spento tra i camuni lo sgomento per la tragedia di Antonio, quando già se ne annuncia inattesa un’altra. È di nuovo martedì, il 30 gennaio del 1900, allorquando nella miniera di Gabe Gottes, nella valle del Rauenthal, Battista Vezzoli, pure lui di Bienno, sta predisponendo la dinamite, come tante altre volte ha fatto, nei fori scavati nella roccia con un grosso trapano a mano. Ha inserito gli inneschi nei candelotti, ha disposto le lunghe micce e si accinge col compagno Johann-Baptist Basto(?), proveniente dalla vicina Echery, a lasciare il cunicolo dove avverrà l’esplosione. Ma all’improvviso un lampo accecante illumina a giorno la galleria, poi un boato e poi ancora una scarica micidiale di pietre. Casualità? Errore umano? Imprudenza? Battista e il suo compagno vengono colpiti in pieno. Il francese sopravvivrà alle ferite riportate. Il giovane biennese, invece, spira alle quattro pomeridiane del giorno stesso, all’Ospedale, a causa delle gravi lesioni interne. Anche per lui si rinnova ora il corale e solenne rituale di commiato. Intorno alla sua bara la banda musicale, i minatori in divisa, le donne attonite. Avrebbe compiuto i 34 anni a luglio, era già vedovo e lasciava orfano un figlio ancora piccolo. Sono passati 120 anni. Tantissimi! Di Antonio, di Battista, di altri come loro si è persa la memoria. Non vi è traccia delle loro ossa, non vi è neppure più il cimitero dove furono tumulati. Per fortuna vi sono persone disponibili e sensibili, come il signor David BOUVIER del Comune di Sainte Marie aux Mines, che ha condotto una ricerca accurata negli archivi locali e ci ha fornito le informazioni necessarie per ricostruire le tristi vicende narrate. Le miniere di piombo dove sono morti sono abbandonate da tempo. Già nel 1901 si capì che non c’era la quantità di minerale sperata e nel 1905 l’attività estrattiva fu definitivamente abbandonata. Oggi non si possono nemmeno visitare; i tunnel sono allagati ad altezza d’uomo e resi impraticabili da frane e distacchi. Quel mondo sotterraneo e oscuro è ormai perduto, per sempre! Tocca a noi fare in modo che non cada l’oblio sugli uomini. In fondo è una delle ragioni per cui esistiamo come Associazione: ricordare gli eroi dell’emigrazione. Una considerazione conclusiva. Si è molto discusso in questi ultimi anni su quali siano le radici dell’Europa. L’animismo druidico, il cristianesimo, le conquiste armate dell’Impero Romano o di Carlo Magno, l’umanesimo, i Lumi della Ragione settecentesca… Ognuno ha proposto una propria visione dell’Europa. Forse, però, la radice vera ed autentica del nostro vivere comune europeo è il sacrificio di tante donne e di tanti uomini, lavoratrici e lavoratori, che hanno avuto il coraggio di varcare i confini degli Stati per portare non le armi e la guerra, ma il loro lavoro, il loro sacrificio a favore dello sviluppo di quei paesi “stranieri” che li accoglievano non sempre con fraternità. Forse Antonio e Battista sono due dei tanti anonimi “mattoni” sui quali si reggono le fondamenta dell’edificio europeo. Per questo ci è parso doveroso farne memoria e rendere omaggio, dopo tanti anni, al sacrificio delle loro giovani travagliate esistenze. (Paolo Franco Comensoli-Gente Camuna, luglio 2019/Inform)

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