direttore responsabile Goffredo Morgia
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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Presentato alla Farnesina il libro e web documentary “Italiani del Belgio”

ITALIANI ALL’ESTERO

Promosso dalla Direzione Generale per gli Italiani all’Estero del Maeci

 Primo capitolo della nuova serie del progetto “Italiani d’Europa”: l’integrazione europea vista dagli occhi degli italiani all’estero

Vignali (Dgit): Quella della comunità italiana in Belgio non è solo una storia di riscatto e sviluppo, ma di continuità. Il progetto parla anche di costruzione dell’Europa e del sostegno che gli italiani hanno dato al progetto di integrazione

Birgit Stevens (Ambasciata Belgio): La comunità italiana in Belgio si è integrata molto bene a tutti i livelli e gli italiani hanno contribuito alla costruzione del Belgio, di Bruxelles e dell’Europa

ROMA – “Italiani d’Europa” racconta la storia presente e passata della comunità italiana in Paesi europei chiave, con una serie di libri fotografici, web documentary multimediali e reportage tradizionali sul magazine di National Geographic. Il progetto nasce come espansione di “Italians and the UK”, libro e web documentary pubblicati nel luglio 2016. “Italiani del Belgio” compone il primo capitolo della nuova serie, cui prossimamente seguirà “Italiani di Germania”. Il progetto è promosso dalla Direzione Generale per gli Italiani all’Estero del Maeci.

“È Facile parlare adesso e a dire che ad essere Italiani ci si guadagna. A quei tempi ci si vergognava piuttosto, perché non eravamo visti bene. Chiamarsi Carmela era un problema; a quei tempi i miei Fratelli venivano fermati spesso dalla polizia e sentivamo i belgi che ci ripetevano ‘ci rubano il lavoro’, senza sosta. A quei tempi eravamo noi gli stranieri, eravamo tanti e facevano paura. Siamo stati un’ondata massiccia ma di poco conto: ci hanno rubato la scena i minatori degli anni ‘50 e quelli che, a partire dagli anni ’80, sono partiti per costruire l’Europa. Eppure quegli Italiani hanno Costruito le fondamenta dell’Europa che conosciamo, della Bruxelles che conosciamo: i Canali, le metro, hanno allargato i confini della città a un costo però non indifferente”. Queste le parole con cui Luigi Maria Vignali, Direttore Generale Italiani all’Estero e Politiche Migratorie, ha scelto di aprire l’incontro. Parole intense, riprese proprio dal libro che è stato presentato a Roma nella Sala Aldo Moro, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Vignali ha poi così spiegato questo testo tanto significativo: “ho scelto di iniziare con questo passo del bellissimo libro che presentiamo oggi perché si pone in una prospettiva mediana …Quando si parla di migrazione nel Belgio si pensa ovviamente a Marcinelle, si pensa ai minatori; dall’altra parte questo passo costruisce qualcosa di diverso anche rispetto a quello che conosciamo come nuova migrazione italiana verso l’Estero e il Belgio, rispetto ai funzionari delle istituzioni Europee, rispetto a qualcosa di più vicino. Questa è una prospettiva mediana relativa agli anni ‘70 perché questa storia non ha solamente un inizio importante, famoso e drammatico che conosciamo e una conclusione felice, non è solo una storia di riscatto, non è solo una storia di sviluppo della realtà italiana in Belgio e del Belgio con lei: è una storia di continuità. Anche negli anni ‘70 siamo andati in Belgio, anche negli anni ’70 gli italiani hanno contribuito a creare Bruxelles”.

Il direttore generale ha inoltre illustrato la storia del progetto: “è un percorso di integrazione nel cuore dell’Europa, che è il significato della collana che oggi presentiamo con questo secondo volume, il primo volume era stato già presentato nel 2016 sugli italiani nel Regno Unito. Subito è scoppiata la Brexit. Forse è stato un bene perché altrimenti forse non avremmo avuto quel volume che ha avuto uno splendido successo; e proseguiremo con un volume relativo alla Germania, quindi il cuore dell’Europa, la locomotiva e il punto di destinazione di tanti Italiani che hanno scelto la strada dell’estero. Il Belgio – ha ricordato  Vignali – ospita oggi 270.000 Italiani. È la prima o seconda comunità insieme a quella del Marocco. Quindi ancora oggi c’è una presenza importante di italiani in Belgio. Un percorso migratorio importante, ma anche qui in Italia abbiamo avuto un fenomeno analogo fra gli anni 2000 e 2010, un fenomeno che non ha sconvolto il nostro Paese, così come noi non abbiamo sconvolto la vita dei belgi, anzi abbiamo contribuito a creare un Paese, abbiamo contribuito a renderlo solido e forte economicamente e ci siamo integrati … Fra il 2000 e il 2010 con flussi regolari sono arrivati in Italia circa un milione e mezzo di stranieri..Il nostro Paese ha integrato questa forza giovane e importante,  così come il Belgio ha integrato i nostri lavoratori. C’è un parallelismo importante, Questo è un progetto che parla anche di costruzione dell’Europa e di sostegno che gli italiani hanno dato al progetto di integrazione.”

In un momento in cui il futuro dell’Europa si trova ad un crocevia, le storie degli emigrati italiani, tanto nel presente quanto nel passato, raccontano in prima persona un’integrazione europea ancora in corso, ma fondamentale per il successo dell’Unione. In questo, il Belgio è un esempio particolarmente importante: la comunità italiana è la più numerosa tra quelle straniere presenti nel Paese. Per questo ha deciso di intervenire Birgit Stevens, consigliere dell’Ambasciata del Regno del Belgio in Italia, che in occasione di quest’incontro ha ripercorso la storia del rapporto decennale tra i nostri paesi: “Il rapporto tra Italia e Belgio – ha esordito Birgit Stevens – è nato in un tempo molto lontano ed è sempre stato profondo. A partire dal Rinascimento i primi Italiani in Belgio furono commercianti e artigiani. Facciamo però un salto in avanti e arriviamo al secondo dopo guerra: in Belgio c’era una forte carenza di manodopera nelle miniere di carbone e per rispondere a questa carenza nel 1946 il mio paese stipulò un accordo con l’Italia. Questo fu il punto di partenza delle migrazioni Italiana in Belgio. Dopo il disastro di Marcinelle dell’8 agosto 1956, che fu una tragedia per tante famiglie Italiane e belghe, l’Italia ha posto fine all’accordo bilaterale con il Belgio. Questo disastro però – ha proseguito Birgit Stevens – non metterà fine all’emigrazione Italiana. Infatti durante questo periodo il numero degli immigrati Italiani presenti in Belgio cresce. Il flusso migratorio proveniente dall’Italia verso il resto del mondo presenta però oggi delle caratteristiche precise: un’istruzione più elevata e un’origine principalmente urbana. È importante ricordare che la comunità italiana in Belgio si è integrata molto bene a tutti i livelli e che anche gli italiani hanno contribuito alla costruzione del Belgio, di Bruxelles e dell’Europa naturalmente”. Dalla storia di questo fenomeno è passata poi a raccontare quello che è il ruolo degli Italiani oggi in Belgio: “gli Italo belgi svolgono ruoli della massima importanza. I settori in cui operano gli italiani nelle Fiandre sono principalmente il commercio, il trasporto e i servizi di alloggio e di ristorazione. Per quanto riguarda Bruxelles, gli italiani sono più numerosi nel settore amministrativo Europeo, nella sanità e nel mondo accademico. Per concludere vorrei anche citare alcuni nomi d’Italiani famosi a partire dalla regina; poi abbiamo il famoso cantante Salvatore Adamo e a seguire l’unica cantante che ha vinto l’Eurovision song contest per il Belgio, che ha proprio origini Italiane. Abbiamo poi naturalmente tanti calciatori e accademici”.

A seguire il moderatore dell’incontro Nicola Maranesi, dell’Archivio Diaristico Nazionale, ha spiegato il ruolo in questo contesto dell’ente di cui fa parte e la prospettiva storica fondamentale scelta dagli autori: “l’ente che ho il piacere di rappresentare qui, che è l’archivio Diaristico Nazionale, da molti anni si dedica alla raccolta della memoria italiana. Il lavoro che oggi viene presentato ha molti meriti, si poggia sui contenuti di Lorenzo Colantoni, sulle idee e le stupende fotografie di Riccardo Venturi. Il lavoro – ha proseguito Maranesi – ha il pregio di presentarsi tramite forme di multimedialità che sono al passo con i tempi. “Italiani del Belgio” viaggia in digitale attraverso web documentary, viaggia su carta, come è giusto che sia, attraverso questo bel libro. Naturalmente queste modalità rappresentano il modo in cui va realizzato il giornalismo l’informazione nel mondo in cui viviamo. “Italiani del Belgio” è molto più di un reportage, a metà strada tra giornalismo e informazione e anche la ricerca storica. Voglio sottolineare quanto sia lodevole il lavoro che hanno fatto gli autori nell’approfondire un aspetto, un livello di lettura di questa narrazione che avevano in mente e che avevano già impostato nella prima puntata, relativa agli italiani nel Regno Unito. Già lì erano andati in cerca di storie di italiani nel passato che in qualche modo potessero dialogare con il nostro presente. In quell’occasione ci siamo conosciuti con Riccardo e Lorenzo e ciò ha fatto sì che potesse nascere una collaborazione con l’Archivio, ha fatto sì che loro si rivolgessero all’istituzione che per la conservazione della memoria popolare è la più affidabile in Italia, per andare alla ricerca di storie del passato che dialogassero con il presente. Non è stata una scelta di poco conto perché, come direbbero oggi i più illuminati tra noi, parlando di un tema come quello dell’emigrazione, ci invitano a pensare all’immigrazione di chi viene in Italia oggi in relazione all’emigrazione degli italiani che si spostavano all’estero. Questo pensiero Lorenzo e Riccardo lo hanno trasformato in realtà. Sono andati a cercare concretamente quelle storie da porre in relazione con quelle del presente, per porre l’attenzione sul fatto che alcune traiettorie della vita e della storia si ripetono in continuazione. Per farlo hanno fatto una ricerca impegnativa, seria, indagando un fondo di molte centinaia di testimonianze, ne hanno selezionate settanta e da queste sei in particolare, le più belle che troverete nei vari format di restituzione”.

La parola è così passata ai due autori del libro e del web documentary. Lorenzo Colantoni, autore di testi e video, per raccontare questo progetto, è partito da una domanda: “perché gli italiani in Europa”? per rispondere alla quale si è addentrato nel vivo del progetto, raccontando come è nato e gli obiettivi che si è proposto di raggiungere: “all’inizio doveva essere un progetto singolo dedicato agli italiani nel Regno Unito. Doveva essere una discussione sulla nuova migrazione italiana. Dal 2014 gli italiani sono tornati ad essere a tutti gli effetti un popolo di migranti perché il numero di persone che si sposta dall’Italia è maggiore degli stranieri registrati in Italia. L’indice di una migrazione di massa che nel Regno Unito era particolarmente rilevante, un Paese che era arrivato ad avere quasi un milione di italiani. Poi abbiamo pensato di ragionare su come vengono raccontati gli italiani all’estero. Se ne fa un racconto un po’ schizofrenico. Si parla del passato come di un momento separato da quello di oggi e poi si parla di nuovi italiani come delle eccellenze, come se fossero figure mitologiche, incredibili, degli alfieri dell’Italia. In realtà la verità è nel mezzo, è un fenomeno complesso, poliedrico che va raccontato per quello che è: per persone. Poi – continua Colantoni – si è aggiunto un discorso, la Brexit. E così abbiamo iniziato a guardare all’Europa. Cosa hanno fatto gli italiani per costruire l’Europa. L’hanno effettivamente costruita con le proprie mani. Si tratta delle miniere in Belgio e della metropolitana di Bruxelles o di Francoforte. È stata una prova generale della migrazione intraeuropea e non solo che gli italiani hanno vissuto per primi. L’accordo del ’46 quando in Germania città come Colonia erano così piene di macerie che non si poteva entrare, gli italiani iniziavano ad andare in Belgio facendo conoscere chi erano questi altri europei che si erano massacrati fino a pochi mesi prima. Questa è stata l’alba di un nuovo futuro per l’Europa. Abbiamo iniziato dal Belgio per un motivo pratico, perché è il paese dove la prima comunità straniera è ancora quella italiana, circa 250.000 unità, un crocevia d’Europa dove l’Europa stessa è fondamentale per la sopravvivenza del Paese. Parlavo di una prova generale dell’emigrazione, che non è stata semplice. C’era diffidenza verso questi italiani che non si sapeva chi fossero. Questi italiani che avevano un mito del ritorno che gli faceva pensare a non costruire radici in quel paese e quindi a non integrarsi. Dopo gli Italiani hanno iniziato a farlo”.

Ad intervallare il suo intervento la proposta di un video che si concentra sulla storia in particolare dei minatori italiani in Belgio: “nessuno come un minatore può capire quanto sia bella la vita. Una delle cose che ci capitava di chiedere durante le interviste era se fossero mai andati a Marcinelle, molto vicina all’aeroporto. Molti non vanno. Sembra quasi che non esista più quella comunità, invece esiste, è solida. Bisogna cercare di evitare un ragionamento a compartimenti stagni per quanto riguarda la vecchia e la nuova migrazione”. Poi per quanto riguarda la struttura del progetto Lorenzo spiega: “l’idea è stata quella di andare oltre il giornalismo tradizionale e unire la qualità che può offrire un libro con il web documentary, che non è il classico montato online, ma un portale che unisce foto, testi, brevi clip e piccoli reportage di approfondimento che raccontino l’evoluzione della comunità italiana in Belgio, tramite tre gallery tematiche, fin dal primo approdo, fino ai professionisti di oggi. Il filo conduttore è quella di una migrazione che ha una serie di parallelismi tra vecchi e nuova emigrazione e tra emigrazione italiana e quella straniera. C’è uno studio che racconta come gli insulti verso gli Italiani abbiamo la stessa radice semantica di quelli rivolti oggi alle comunità tunisine o marocchine, ad esempio”.

Interviene a questo punto il secondo autore, Riccardo Venturi, che si è occupato in particolare delle foto: “quando mi è stato proposto questo progetto io mi sono chiesto: cosa c’entro io con l’Europa? Sì sono italiano, ma lavoravo soprattutto fuori dall’Europa. Ho coperto paesi come l’Africa e l’Afghanistan. Poi ho iniziato a pensare alla prima storia che feci che era legata alla migrazione. Raccontavo la prima storia di migrazioni di senegalesi qui a Roma. Mi affacciavo a questo mestiere e ho vissuto con loro in Prati. Loro vivevano in centinaia in questo palazzo e io ero ospite fisso a pranzo e cena, ho conosciuto la loro cultura, la loro lingua e da lì in poi la mia storia personale è costellata di viaggi a sfondo sociale. Quindi il tema delle migrazioni è ciclico, è sempre tornato nella mia vita. Così ho iniziato a pensare che questo raccontare gli italiani in Europa avesse un senso. Intanto è interessante che avesse una chiave storica. Bisogna inserire la realtà in uno sguardo molto più ampio. E quindi cercare negli archivi le immagini storiche. Io ho scelto di non usare la foto originale, ma di fotografarla nuovamente per dare nuova vita a questo passato. Questo lavoro è una riflessione su me stesso, sul mio essere italiano e sulla storia italiana. Questo progetto vuole essere un riconoscimento a tutti quegli italiani che sono migrati e stanno migrando ancora oggi all’estero a quello che fanno, perché in alcuni casi le storie sono difficili. L’integrazione non è semplice ed è stata conquistata a volte con le unghie e con i denti. Quindi da un lato vuole essere un omaggio a questi italiani, ma dall’altro è una riflessione rivolta a noi che siamo rimasti qui, che non ce ne siamo andati e che accogliamo e che dobbiamo accogliere con ospitalità. Perché non si può non vedere questo binomio di un popolo che da un lato da sempre migra e si contamina e si integra e al tempo stesso ha il dovere di essere accogliente”. Alla fine Venturi è entrato nel vivo delle tecniche da lui utilizzate: “come fotografo ho cercato di usare un approccio multiplo. Da una parte ho usato una macchina che mi consente di aprire lo sguardo con delle panoramiche, per far vedere da lontano dove ci troviamo, dove stiamo raccontando le nostre storie; poi ho cercato di raccontare l’attualità delle comunità; poi ho preso delle vecchie foto originali e li ha inserite in contesti nuovi, nella neve o su un tavolo da lavoro, cercando di trovare una nuova sinergia tra l’immagine cartacea e il digitale, quindi il passaggio del tempo nella materia. Dall’unione di questi tre espedienti ho cercato di raccontare le persone che abbiamo incontrato”.

L’ultimo intervento è quello di Marco Cattaneo, Direttore di National Geographic Italia: “Lorenzo e Riccardo si sono presentati da me qualche anno fa raccontandomi questa loro idea e devo dire che li abbiamo accolti con grande piacere dall’inizio. Loro hanno iniziato a raccontarci dal Regno Unito, proprio in occasione della Brexit, quando ci siamo trovati a raccontare una storia nella storia. Dopodiché a tracciare le altre storie è stato un tutt’uno. Sfogliando il vostro libro, i vostri racconti mi rendo conto che, tutto sommato, voi parlate di tre grandi migrazioni: la prima, quella di inizio novecento, quando gli italiani hanno iniziato a cercare fortuna all’estero; la seconda è a seguito del secondo conflitto mondiale; la terza, quella attuale, che non consegue a una guerra mondiale né locale e che quindi ci spinge a chiederci come mai sia in atto. Ci sono tante chiavi di lettura in questo lavoro: da una parte quella estetica della fotografia che Riccardo fa, dall’altra quella che si individua dei racconti stessi. E poi ci sono chiavi di lettura che bisogna un pochino interpretare, legando il tutto, andando oltre alle immagini classiche degli italiani con la valigia di cartone”.

Cattaneo ha quindi concluso con una parallelismo tra queste migrazioni e la nostra attuale predisposizione ad accogliere o meno lo straniero in Italia: “ci sono tante strade che dovremmo tenere sempre ben presenti nel momento in cui accogliamo o non accogliamo gli altri. Dovremmo sempre tenerle presente perché non è vero che gli italiani all’estero sono stati sempre ben accolti. Hanno fatto la loro fatica… Ricordare le storie di italiani che se ne sono andati ieri e che se ne vanno oggi forse ci può aiutare a progettare in maniera un pochino più aperta e ragionevole in futuro. Per questo il lavoro di Lorenzo e Riccardo è un lavoro di cui dobbiamo ringraziarli”.

Infine è intervenuto nuovamente il direttore generale Vignali: “siamo arrivati alla fine di questo importante percorso per emozioni, immagini con la storia della nostra migrazione in Belgio e quanto questo abbia contribuito alla costruzione di un sogno, di questa utopia sotto la stessa casa: il sogno dell’integrazione europea. Questo progetto è messo in pericolo dal timore dei flussi migratori, dalle tensioni di questi ultimi anni, quando invece abbiamo visto quanto la mobilità sia connaturata alla storia dell’Europa e non solo, e quanto la propensione verso l’estero abbia contribuito alla prosperità del continente, Così come è importante riconoscere che la mobilità che arriva nel nostro Paese può contribuire alla nostra prosperità. Ci sono parallelismi importanti”.

Vignali si è così soffermato su una serie di dati, che letti in parallelo tra emigrazione e immigrazione, spingono a riflettere: “ Siamo intorno ai 120/150.000 partenti e più o meno lo stesso numero degli arrivi. Probabilmente però stiamo sottostimando le partenze. In questi giorni – ha proseguito Vignali – stiamo organizzando le elezioni degli italiani all’estero e quindi abbiamo fatto un po’ di conti. Quanti sono gli italiani iscritti all’anagrafe e residenti all’estero? Negli ultimi cinque anni, circa un milione in più, ovvero il 20% in più. Ci saranno sicuramente nuovi cittadini e nuove nascite. Ma questo è il dato. 5 milioni di italiani all’estero, e 5 milioni di stranieri residenti in Italia. Questo è il parallelismo più sorprendete. Stranieri in Italia che contribuiscono alla nostra prosperità. Pagano 130 miliardi di Irpef ogni anno e circa 7 miliardi e mezzo di contributi previdenziali. C’è chi ha calcolato che ogni anno gli stranieri paghino 640.000 pensioni agli Italiani. Contribuiscono inoltre al PIL per il 9% e questa percentuale in alcuni settori, come l’edilizia, la ristorazione e il turismo, è ancora più forte. Quindi una prosperità che si vede. Ovviamente gli immigrati contribuiscono alla prosperità anche dei loro luoghi di origine con più di 5 miliardi di euro all’anno in rimesse. La medesima cosa viene fatta dagli italiani all’estero. Secondo uno studio della Banca di Italia 7 miliardi e 200 milioni sono arrivati nel nostro paese dagli italiani all’estero, circa mezzo punto di PIL. Ancora una volta un parallelismo importante.

“Il nostro impegno – ha infine aggiunto Vignali – è intanto quello di acquisire consapevolezza del fenomeno in termini di contributo positivo che gli italiani danno nei paesi che li ospitano, ma anche che gli stranieri danno all’Italia. … Per quanto riguarda la progettualità futura dobbiamo averne un altro sogno, oltre alla casa comune europea, quello della migrazione circolare. Dobbiamo portare gli italiani che vanno all’estero a tornare in Italia arricchiti umanamente e professionalmente così come vorremmo che i migranti che arrivano qui possano tornare e contribuire anche alla prosperità dei loro paesi di origine, investendo qualcosa di quello che hanno creato qui in Europa. È un sogno ma come diceva René Magritte, un importante Belga appunto: “i sogni non vogliono farvi dormire, ma al contrario vogliono svegliarvi”. (Maria Stella Rombolà/Inform)

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