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Presentato a Roma il libro di Emilio Franzina “Al caleidoscopio della gran guerra”

MEMORIA

Nel libro si intrecciano varie tematiche:  questione di genere, canzoni del periodo di guerra e emigrazione

ROMA- Venerdì 13 aprile, presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea, è stato presentato il volume “Al caleidoscopio della gran guerra. Vetrini di donne, di canti e di emigranti” (1914-1918) di Emilio Franzina, Cosmo Iannone editore, 2017. Sono intervenuti Felice Liperi, critico musicale, programmista RAI, conduttore e curatore di programmi per Radio3 e Matteo Sanfilippo, professore ordinario di storia moderna presso l’Università della Tuscia e direttore della Fondazione Centro Studi Emigrazione di Roma; mentre ha coordinato l’evento, in rappresentanza della Biblioteca, Rosanna De Longis, che ha diretto la Biblioteca in passato.

 “Il volume – ha esordito la De Longis  – è un libro molto strano e più complesso di quanto nell’introduzione non dica lo stesso autore. Aver scelto questo titolo sembra far intendere che l’accostamento sia casuale; ma i temi qui accostati sono tutt’altro che casuali. C’è un colore prevalente che è l’emigrazione. Non solo perché, dei cinque capitoli, tre sono dedicati all’emigrazione, ma anche perché i primi due, che non sono intitolati esplicitamente ad essa, comunque sono pregni di questo tema.  I capitoli iniziali infatti sono dedicati alle donne nella grande guerra e all’esperienza musicale e canora di questo periodo. Sono grandi rassegne repertori di bilanci e fonti importanti perché segnalano le novità intervenute nello studio della grande guerra anche con riferimento agli anni che stiamo ancora vivendo, quelli cioè del centenario”. La De Longis ci tiene poi a evidenziare l’altro grande tema che sta a cuore all’autore: “Franzina sottolinea la rilevanza strategica degli studi di genere. La presenza femminile nella guerra è stata molto articolata e complessa, con una poliedricità di situazioni che rappresenta un’esperienza femminile molto diversificata. Il libro infatti percorre tutto il ventaglio della rappresentazione delle donne. Una rappresentazione che comprende le madri eroiche e le metafore sessuali anche piuttosto insistite, con le diverse facce della prostituzione in guerra. Inoltre- prosegue l’ex direttrice- ciò sottolinea la rilevanza strategica del recupero delle nuove fonti. La stessa cosa si può dire per l’aspetto musicale e musicologico. Viene tracciata la storia della memoria anche attraverso le canzoni, una storia riemersa solo attraverso gli studi degli anni ’60. Ma anche quella della musica è un’esperienza mondiale, come l’intera guerra. Ricerche analoghe, infatti, si sono svolte anche in Inghilterra e Francia. Si tratta della riattivazione di scritture orali e canore che concorrono alla memoria della guerra e dell’emigrazione. Così si arriva al cuore del volume. Il capitolo dedicato al tema centrale dell’emigrazione inizia con un’autocitazione del libro dell’autore stessa La storia (quasi vera) del Milite ignoto raccontata come un’autobiografia. Questo è il tema che sta particolarmente a cuore a Franzina e che è qui messo in luce perché la questione della grande guerra apre uno squarcio sulle questioni tipiche dell’emigrazione, anche attuale. Furono molti – continua la De Longis – che vennero a combattere in Italia. Reclutati dall’Argentina, dal Brasile, dagli Stati Uniti. Il senso di appartenenza, le culture di questi migranti sono il cuore del discorso. Tutto il libro è percorso da questa sottolineatura della pluralità. Le donne sono tante e diverse, come la musica e le esperienze migratorie e sono tante le patrie. Il plurale è d’obbligo. Parlare di patrie ci può servire anche alla riflessione attuale. Andare a vedere come questi migranti condividano l’esperienza di emigrazione e di attaccamento alla patria forse ci può aiutare allo studio anche ma non solo della storia”.

 “Il libro è strano è vero- conferma Matteo Sanfilippo- perché qui in realtà ci sono tre libri insieme. Sono stati di lavorazione progressiva mai arrivati al punto finale: la questione delle donne, le canzoni del periodo di guerra e l’emigrazione. Io parlerò di quest’ultimo tema. La prima guerra mondiale per gli italiani diventa una sorta di cartina di tornasole in cui si filtrano le varie esperienze e dalla quale si ha un ritorno. Gli italiani dicono finalmente ‘siamo italiani’ e i tedeschi fanno altrettanto. Ciò non è scontato. Fino ad allora il concetto di patria era differente. È un fenomeno, quello della creazione della patria, che la prima guerra fa emergere. Iniziano ad esempio i matrimoni tra aree regionali diverse, il che significa che si arriverà all’emersione di un criterio di italianità. Ma la guerra- sottolinea subito lo storico- da una parte fa emergere quest’idea di patria e dall’altra la fa disconoscere totalmente da alcuni. C’è una parte che rifiuta questo concetto di patria. Inizierà la distinzione tra patria e nazione e si svilupperà il concetto di apolide, per cui soltanto delle mezze persone possono sentirsi appartenenti ad un’unica patria. In alcuni suoi articoli precedenti Franzina aveva sottolineato che gli italiani che erano rientrati in patria per combattere durante la grande guerra fossero tanti; in questo libro si corregge. Sono infatti relativamente pochi, l’unico gruppo consistente è quello proveniente dagli Stati Uniti. I giornali però ne parlano molto ed enfatizzano l’evento, ma in realtà questi numeri non sono affatto notevoli. A margine di questo c’è un’altra questione che è la combinazione tra il giornale tradizionale e quello alla francese, inteso come racconto di un’esperienza individuale delle persone: è vero che il giornale tradizionale mente perché fa propaganda, ma è anche vero che il diario mente perché immagina sempre che qualcuno lo legga. Si può quindi vedere come la stampa falsifica queste partenze. Nella realtà dei fatti i migranti non si trovano a proprio agio nell’esercito italiano, perché non rispettano più le forme di deferenza della gerarchia, che invece il soldato comune italiano è abituato a rispettare. Così, quando sopravvivono, tornano nei luoghi in cui erano migrati. Si può quindi dire che il concetto di patria sta emergendo, ma lentamente”.

“Sono molto felice di questo libro – afferma Felice Liperi – perché, a mio avviso mancava materiale di studio sui canti della grande guerra. Esistevano delle ricerche ma non propriamente mirate su questo repertorio. La canzone era sottoposta a una censura molto dura durante il fascismo. Infatti i lavori su questi canti sono molto lontani dal periodo in cui sono nati. Alle prime ricerche si sono aggiunti lavori di archivisti come Michele Straniero e Virgilio Savona”. Liperi cita così il saggio “E non vogliam più la guerra”, proprio di Straniero e Savona, che recita così: “alla guerra non si va per cantare, ma è difficile non cantare la guerra”. Infatti il risorgimento e la grande guerra sono, non a caso, i momenti più cantati della storia italiana. Questa è la premessa di Straniero e Savona”.

Dopodiché Liperi inizia a suddividere in diversi settori i vari canti del periodo in questione: “I canti di sostegno e propaganda; i canti di evasione e di marcia; gli inni legati al ruolo della terza armata e al ruolo degli ufficiali; i canti di rabbia e di protesta, come la celebre “Gorizia” che rievoca la battaglia del 1916, rilettura di un Canti girovago precedente; i canti di sofferenza; i canti dedicati a Cadorna e al suo ruolo nella guerra ed infine i canti di parodia. Quest’ultimo genere ci mostra come il repertorio della grande guerra sia stato sottoposto a una grossa rivisitazione. La parodia vera e propria è una modifica del testo, mantenendo la stessa base. Uno degli autori più importanti è Spartacus Picenus, che scrisse moltissime canzoni, tra le quale anche due parodie di canzoni del periodo fascista. L’ultimo capitolo è poi dedicato alle canzoni d’amore, tra le quali ricordiamo quelle di E. A. Mario, compositore e paroliere italiano, autore di molte canzoni di grande successo come la celebre Canzone del Piave”.

Alla fine dell’incontro prende la parola l’autore del libro: “Sono tre libri in uno ma ce n’è anche un quarto possibile, se vogliamo, sulla comunicazione epistolare tra una parte e l’altra del mondo durante la grande guerra. Mi sono reso conto che a raccontare certe cose ci vorrebbe un’enciclopedia. Tra gli anni ‘10 e ‘20 negli Stati Uniti c’era una grandissima industria musicale e questo contribuisce a dimostrare come la canzone e l’emigrazione siano abbastanza a contatto tra loro. L’emigrazione rappresenta quindi un nesso anche con la musica. Al Piantadosi, ad esempio, compositore americano di musica popolare, è stato anche migrante durante la guerra. Egli scrive una canzone che nel 1915 vende 700mila dischi nel giro di tre mesi”.

Per riprendere la questione del numero più o meno esiguo di migranti che rientrano in Italia a combattere, l’autore aggiunge: “Colpisce la somma di 303 mila italiani in paesi di migrazione che rientrano. Sono cifre non grandissime , ma importanti. Non c’è il problema solo dell’identità ma anche quello di un’identità mista. Queste persone si sentono non solo italiani, ma italo-argentini, italo-americani”. “Questo groviglio di questioni è problematico per essere affrontato in unico libro, ma al contempo è molto più affascinante studiarle insieme queste cose- torna a sottolineare Franzina- il nesso tra grande guerra, donne e canzoni è anche molto forte. Nel momento in cui si fa propaganda la canzone infatti è un manifesto potentissimo. Numerosi sono gli esempi di questo fenomeno: Le ragazze di Trieste ad esempio, che è diventata un vero e proprio manifesto, oppure La ragazza neutrale, che può sembrare una tipica canzone da caffè Chantal, ma che aveva un bellissimo testo e messaggio e fu trasmessa a un pubblico consistente; altro esempio di connessione tra le due questioni, quella delle donne in guerra e quella musicale, è la canzone Bambola, che racconta lo stupro di guerra”.(Maria Stella Rombolà- Inform)

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