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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

L’Italia per la Libia: siamo pronti anche noi

ASSOCIAZIONI

Editoriale di Daniele Lombardi, direttore della rivista “Italiani di Libia” dell’Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia

Un programma convincente

 

Dopo numerosi tentativi a vuoto, pare che l’Italia abbia finalmente intrapreso la giusta strada per tentare di risolvere uno dei tanti nodi della questione libica, attraverso una strategia che sull’immigrazione riceve il plauso anche delle altre nazioni europee.

Il recente vertice tenutosi a fine agosto a Parigi – al quale hanno partecipato i primi ministri di Italia, Spagna, Francia e Germania, con la fondamentale presenza dei governanti di Niger e Ciad e Libia e della Mogherini per l’UE – ha impresso un’accelerazione che ha tutta l’aria della svolta sul delicato tema dei flussi migratori provenienti dalla Libia.

Risolvere tale delicata questione che nel paese nordafricano, ma anche in Europa, sconfina nell’ordine pubblico e sociale, può essere fondamentale per porre le basi di un processo virtuoso che veda finalmente una cooperazione tra le maggiori nazioni europee e che segni magari un riavvicinamento anche delle fazioni libiche in lotta tra loro dalla morte di Gheddafi, ormai sei anni fa.

A Parigi anche Merkel e Macron hanno dovuto ammettere la bontà del cosiddetto “pacchetto Minniti” (sostegno alla guardia costiera libica, alle comunità locali, controllo delle frontiere sud, sostegno ai paesi di transito), che finora l’Italia si è sobbarcata da sola, tra la diffidenza dei partner europei. Ora invece anche Germania e Francia aprono al superamento della Convenzione di Dublino, nella quale si specifica che i migranti debbano essere accolti dal Paese dove sono identificati per la prima volta e Macron, maestro della comunicazione, dichiara: “La cooperazione tra Italia e Libia è il perfetto esempio di quello che vogliamo realizzare”.

Gentiloni, facendo suo il paradigma sulla politica estera per cui essa è la capacità di trasformare una crisi in opportunità (come ha ricordato anche Stefano Stefanini su Il Corriere della Sera), ha raccolto i frutti ma ha rilanciato, auspicando una europeizzazione dell’azione italiana: “Quello che abbiamo fatto noi italiani in Libia è cercare di mettere in crisi il modello di business dei trafficanti, lavorando su comunità locali, capacità di controllo alle frontiere, creando occasioni di sviluppo”.

L’intesa del 28 agosto e il riconoscimento all’Italia vanno dunque oltre il solito tira e molla e sembrano un primo vero passo verso una fase nuova, che contiene aspetti di solidarietà e aiuto.

Non a caso due giorni prima, a Roma, al Viminale c’era stato un nuovo incontro di quella cabina di regia inaugurata il 13 luglio scorso, in Libia, sempre dall’infaticabile e competente ministro Minniti. I sindaci della 14 municipalità libiche finora coinvolte, alla presenza del presidente dell’Anci Antonio Decaro e dell’Ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Perrone, hanno illustrato i loro progetti per superare alcuni dei tanti problemi che affliggono la vita quotidiana della popolazione e per dare alternative di crescita e sviluppo a un’economia che si alimenta sullo sfruttamento dei migranti. Scuole, ospedali, reti elettriche, centri sportivi per i giovani e ancora apparecchiature sanitarie, impianti di smaltimento per i rifiuti, per la depurazione dell’acqua, corsi di formazione professionale: queste le richieste più pressanti.

La strategia di questi progetti di cooperazione internazionale è quella di individuare una priorità per ogni città e realizzare subito il primo progetto. Ad esempio. Al Shueref, poco a sud di Tripoli vorrebbe avere un complesso sportivo per i ragazzi, oltre a un asilo e un centro medico.

Viene subito in mente l’iniziativa dell’Asdil di Hasan Gritli, raccontata tra qualche pagina, che porta avanti un’idea di sostegno e costruzione di comunità attraverso lo sport e l’assistenza ai disabili. L’AIRL Onlus, vuole e deve infatti essere presente in questi progetti di aiuto alla popolazione libica, se non in questa primissima fase, dove la situazione è ancora in divenire, non appena le opportunità si amplieranno a tutti i soggetti interessati. Le istituzioni che fanno capo alla cooperazione italiana non possono ignorare una realtà come quella della collettività italiana che in Libia è nata e vissuta, superando una volta per tutte la ristretta griglia mentale che banalmente inquadra migliaia di uomini e donne innamorati di quel Paese, come residuati del colonialismo italiano. (Daniele Lombardi-Italiani di Libia/Inform)

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