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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

L’incontro al Senato sul dramma delle Foibe

GIORNO DEL RICORDO

 

Presidente Castellati: La tragedia delle Foibe è stata per anni dimenticata.  Non dimenticare diventa un imperativo che supera confini materiali e ci supporta nella costruzione dell’Europa pacificata

Antonio Ballarin (Federesuli): Abbiamo il dovere di raccontare la memoria dei profughi. Costoro hanno dovuto ricominciare una vita in modo molto dignitoso e senza mai una violenza

 

ROMA-  Si è svolto ieri, presso la Sala Zuccari del Senato, un incontro dedicato Giorno del Ricordo che viene celebrato il 10 febbraio di ogni anno per ricordare il dramma delle Foibe.

Il Presidente del Senato  Maria Elisabetta Casellati ha introdotto così la giornata: “con l’iniziativa di oggi il Senato della Repubblica vuole dedicare uno spazio per il Giorno del Ricordo, un appuntamento al quale tengo molto; anche perché non posso non sottolineare come la tragedia delle Foibe sia stata per anni dimenticata. Gli studenti della mia generazione non hanno avuto la possibilità di conoscere la verità storica che non può essere nascosta. Furono centinaia di migliaia gli esuli costretti a lasciare la propria terra e le proprie case. Penso alle centinaia di morti. Penso ai 12 carabinieri trucidati nel noto eccidio di Malga Bala. Penso ai tanti esuli che nel dopoguerra hanno fatto onore all’Italia e portato con sé il ricordo della terra natia. Non dimenticare – ha proseguito la Casellati – diventa un imperativo che supera confini materiali e ci supporta nella costruzione dell’Europa pacificata e di un mondo sempre più dialogante. Sono questi i valori che la costituzione ha posto come fondamento. La scia di odio del ‘900 ha avuto l’ultimo epilogo nei Balcani. È giusto ricordare, tramandare e spiegare tutte le pagine della storia nazionale, anche le più tristi e inspiegabili”.

La Cassellati a poi annunciato la proiezione di  alcune scene del film, prodotto dalla Rai,  “Red Land (Rosso Istria)” di Maximiliano Hernando Bruno, prodotto dalla Rai:  “Il mio pensiero va alla memoria di Norma Cossetto, protagonista suo malgrado del filmato che vedremo. Norma era tante cose: era una cittadina italiana, una studentessa innamorata della sua terra. Non a caso stava ultimando gli studi con una tesi dedicata all’Istria rossa con riferimento alla bauxite di cui è ricca quella regione; una figlia premurosa, una sorella affettuosa, una ragazza con tanta voglia di vivere. Norma Cossetto è l’esempio più fiero delle migliaia di vittime gettate nelle foibe spesso ancora in vita dopo ore e giorni di violenze e privazioni, che non possono trovare in nessuna ideologia e in nessuna scelta di campo giustificazioni di sorta. In occasione della seconda celebrazione del giorno del ricordo – ricorda poi il Presidente del Senato –  il Presidente Carlo Azelio Ciampi le conferì la medaglia al merito civile con questa motivazione ‘giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi veniva lungamente torturata e violentata dai suoi carcerieri e gettata in una foiba; luminoso esempio di coraggio e amor patrio’. Norma Cossetto aveva terminato il liceo a Gorizia e si era iscritta a Padova e fu in quella università che nel 1943 il rettore Concetto Marchesi, latinista di fama internazionale, nel discorso di inaugurazione dell’anno accademico invitò gli studenti a ribellarsi e a lottare contro il fascismo. Subito dopo la guerra nel 1949 il consiglio della facoltà di lettere e filosofia della facoltà di Padova su iniziativa tra gli altri proprio del professor Marchesi, nel frattempo divenuto uno dei padri costituenti e deputato del Partito Comunista italiano, le conferì la laure ad honorem, una decisione che raccolse unanime consenso, un consenso che seppe superare ogni possibile steccato già 70 anni fa e che ha utilizzato un codice comune che appartiene a tutti noi e che serve ad unire anche là dove le divisioni potrebbero prevalere: il codice della cultura. Plaudo ad ogni iniziativa che partendo dalle arti e dalle scienze fornisca chiavi di lettura nuove utilizzando forme narrative in grado di arrivare alle coscienze. Gli artisti – conclude la Casellati – hanno saputo colmare quel vuoto informativo che fino a pochi anni fa aveva relegato queste vicende ad appendici periferiche della storia del novecento. Il film che stiamo per vedere si inserisce in un’attività di sensibilizzazione che ha favorito negli ultimi anni la conoscenza di un dramma che si inserisce a pieno titolo nella storia nazionale italiana. La libertà e la convivenza pacifica dei popoli sono valori che vanno sempre difesi, sostenuti e tramandati affinché nessuno sia più costretto ad un usare le parole che Sergio Endrigo dedicò alla sua Pola nella canzone “1947”: come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”.

Dopo la visione del filmato, interviene la professoressa Ester Capuzzo, docente di Storia Contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma che delinea in quadro storico degli eventi commemorati in questa giornata: “quando si parla di foibe giuliane ci si riferisce a quella violenza a danno di civili e militari in larga parte italiani scatenatasi nell’autunno del 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, con il crollo dell’esercito italiano in Istria e Dalmazia nell’autunno del 1944, a Zara e nella primavera del 1945 dopo il collasso tedesco e l’occupazione dell’intera Venezia Giulia delle forze Jugoslave in vista della sua annessione appunto alla Jugoslavia. Nelle diverse aree dell’entroterra istriano, a Trieste, a Gorizia, a Fiume vennero fatti sparire nelle cavità carsiche i corpi delle vittime a seguito delle esecuzioni sommarie. Le foibe sono assurte fin da subito a simbolo della morte oscura e della cancellazione totale di persone di cui non si poteva più trovare il corpo, accertarne l’uccisione, lenire il dolore dei cari e celebrarne la sepoltura. Dal momento che in alcuni casi delle cavità carsiche non è possibile misurare il fondo perdendosi nelle viscere della terra. Gli episodi di violenza di quegli anni resero assai labile il confine tra lo scontro politico e la vendetta privata, tra la volontà di condurre una guerra a oltranza e la criminalità politica. Anche se una certa contrapposizione nazionale si era già originata tra i vari gruppi etnici, ma non si era mai giunti a fenomeni come quelli che caratterizzarono gli della guerra e del dopoguerra. A essere colpiti dai partigiani jugoslavi – prosegue la docente – non furono solo gli esponenti delle autorità amministrative e militari italiani, come gerarchi, potestà, carabinieri, ma anche rappresentanti della borghesia come maestri, farmacisti, avvocati, medici, postini e semplici persone che esprimevano sentimenti di italianità che veniva accostata al fascismo.

 

A seguire Ester Capuzzo  si concentra sul racconto di un’altra fase della vicenda storica : “la seconda parola che ci interessa è ‘esodo’. Alla fine della seconda guerra mondiale furono più di 250.000 i soggetti di nazionalità italiana costretti ad abbandonare i territori dove erano nati e vissuti che ceduti alla Jugoslavia, con il trattato di Parigi del ’47, passarono sotto la sovranità di questo paese. La cessione ma non solo essa li spinse a prendere la via dell’esilio. L’esodo si snodò per un decennio, dal 1943 alla seconda metà degli anni 50 accelerato anche da infoibamenti e violenze. Sebbene da parte jugoslava non furono mai emanati decreti di espulsione verso gli italiani, si crearono condizioni invivibili tali da accelerare questo esodo per tentare di proteggere i proprio valori. La motivazione principale fu la rimozione dell’italianità, lo stato di continuo terrore, e la sensazione di essere separati dalla madre patria, sentendosi stranieri in patria dovendosi adattare a una nuova terra in cui la cultura la religione e la toponomastica venivano modificati e completamente alterati. La componente italiana sceglieva di abbandonare le case e le cose portando con sé perfino i propri defunti. L’esodo non si consumò in un solo momento ma fu un flusso continuo tra Italia e Jugoslavia negli anni compresi tra 1943 e il 1957. Si possono individuare – prosegue la docente – tre momenti fondamentali: il 1943 per i profughi della costa Dalmata da Zara a Fiume, Zara che fu proprio distrutta da 54 bombardamenti; e poi il 1945 data fondamentale per gli sfollati dall’Istria; il 1947 con l’esodo di Pola e con i 28.000 sfollati; infine gli anni tra il 1953 e il 1956 in cui l’esito del memorandum di Londra dispose la cessione alla Jugoslavia della cosiddetta Zona B. Lasciata la propria terra la domanda era ‘dove andare?’. L’arrivo non fu semplice né in un’unica direzione. I primi sfollati si confusero con gli evacuati a causa della guerra; quelli che fuggirono più tardi dovettero affrontare l’ostilità da parte degli altri abitanti della penisola e di alcune parti del mondo politico italiano. L’Italia uscita sconfitta dalla guerra e quindi versava in cattive condizioni e gli esuli erano visti come un peso. Inoltre gli esuli erano l’immagine materiale della sconfitta che bisogna tenere nascosta e rimuovere. Molti si riversarono in Friuli, Veneto ma anche al di là dell’Adriatico. La maggior parte si diresse nel retroterra di Trieste e altri tra Udine e Gorizia. Ma gli esuli si distribuirono a macchia di leopardo con picchi, oltre che in Friuli, in Piemonte, Lombardia e Liguria dove era più facile trovare lavoro. Ma li troviamo anche Sicilia, Sardegna, Puglia, Campania. Soggiornarono per tempi più o meno lunghi nei 109 campi profughi allestiti nel Paese. 5513 profughi erano presenti nel Lazio di cui circa 2000 a Roma in una zona alle propaggini dell’Eur che divenne il nucleo fondativo del villaggio giuliano-dalmata. Circa 80.000 emigrarono nelle altre nazioni nelle mete classiche della migrazione italiana, Stati Uniti, Canada, Argentina”. Ester Capuzzo ha poi ricordato il falso mito creato da certa pubblicistica che erroneamente alimentava sospetti su presunti collegamenti fra questa migrazione il nazionalismo e il fascismo.  “Queste donne e questi uomini – ha concluso la docente – sono stati colpiti da scelte politiche più grandi di loro. È giusto che il loro sacrificio divenga patrimonio comunitario di tutti, non solo dell’Italia ma anche dell’Europa perché abbiamo il dovere di raccontarlo alle generazioni future perché conoscano ciò che è stato,  dando strumenti per leggere il presente e diventare cittadini consapevoli”.

 

A conclusione dell’incontro interviene Antonio Ballarin, Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati:  “La Federazione ingloba tante associazioni che sono nate a seguito del fenomeno, associazioni che servivano a dare aiuto a quei profughi che vagavano per l’Italia per i 109 campi profughi sparsi sul territorio della nostra penisola. Costoro hanno dovuto ricominciare una vita in modo molto dignitoso e senza mai una violenza. Abbiamo visto uno spezzone del film “Red land” e siamo contenti della possibilità che ci viene data. Questo film potrebbe sembrare il racconto di un episodio singolo ma non è così perché dal ‘43 al ’45, e ancora nei primi anni 50, abbiamo avuto una pulizia etnica che ha coinvolto tra le 10 e le 12 mila persone. Questo evento raccontato nel film ha una coda lunghissima che si protrae ancora oggi perché quando si commette una strage non va mai in prescrizione, così come la strage di Vergarolla che è la più grande dell’età Repubblicana e che fu l’evento che determinò lo spopolamento di un’intera regione. Ci sono tanti diritti – prosegue Ballarin – che sono stati negati alle nostre persone. Io non sono uno storico ma professionalmente faccio altro: sono un fisico; ma sono nato nel quartiere giuliano dalmata di Roma e devo tanto ai miei genitori. Da persona che si impegna nella società mi sono informato sempre più e ho visto quali diritti sono stati negati in questa vicenda e ne voglio elencare alcuni: diritto all’autodeterminazione dei popoli e del loro governo; il diritto alla vita; è stato violato l’articolo 9 dei diritti dell’uomo; i diritti del trattato di Pace di Parigi dove veniva dichiarato che i beni e gli interessi dei cittadini italiani sarebbero stati rispettati. Noi – conclude Ballarin – abbiamo il dovere di raccontare la nostra memoria e nell’interlocuzione con il governo e con i politici facciamo riferimento a diverse questioni a partire dagli indennizzi rispetto alle case abbandonate e poi usate dallo stato italiano per pagare i debiti di guerra o al problema delle scuola che non racconta adeguatamente questa storia”. (Maria Stella Rombolà- Inform)

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