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La musica si sente triste e noi pure: Un anno fa ci lasciava Gian Franco Pagliaro

ITALIANI ALL’ESTERO
Da “Tribuna Italiana”, 27.3.2013

La musica si sente triste e noi pure: Un anno fa ci lasciava Gian Franco Pagliaro

“Amico mio, te ne sei andato via, ma lasci un posto nell’anima con un po’ di malinconia”
BUENOS AIRES – Un giorno come oggi, proprio un anno fa, un arresto cardiaco ci strappava via un poeta che con le sue canzoni e la sua voce inconfondibile ci ha fatto sognare. 
Un personaggio contraddittorio nonostante la sua coerenza, che fluttuava tra il romantico che scrive sull’amore e il contestatario che denuncia la realtà sociale di un’epoca. Un autore, un poeta, che ha fatto un culto dell’ironia, fino a presentarsi: “Pagliaro, battezzato Carlo, in arte Gian Franco, Classe 1941. “nato a Napoli, en tiempo de guerra y mucho espacio de muerte en mi país hecho pedazos.” 
Un personaggio amato, apprezzato e respinto. Per alcuni, un napoletano appassionato che amava cantare e dare sfogo ai suoi sentimenti. Per altri, è stato un cantante melodico figlio della tradizione italica e per i più, “un poeta in controtendenza, un sognatore dall’aria ribelle, che ci legò belle canzoni quali: “Todos los barcos”, “Vendrás con el mar “ e “Amigos míos me enamoré”, tra le altre, composizioni che appartengono alla generazione che una volta, tanto tempo fa ormai, era fatta di giovani idealisti, impegnati nell’utopia di voler rendere la società migliore e più giusta. 
Le vie della vita… si sono portate via uno dei nostri col quale, oltre all’affetto, condividevamo comuni esperienze, come quella di affrontare l’avventura di emigrare in cerca di nuove opportunità, portati in Argentina dai genitori 
Nel caso “dei Pagliaro” sperando che fosse una situazione transitoria: “Qualche anno di lavoro, e torniamo a Napoli”, dicevano. 
Con questa premessa si sono recati in America, prima in Brasile brevemente e nel 1957, con la stessa proposta, partirono verso Buenos Aires, città nella quale i genitori si stabilirono a malincuore, mentre i giovani mettevano radici, nella nuova terra. 
E’ noto che nei primi tempi il sentimento di sradicamento è amaro e così fu anche per il giovane Carlo; mentre la sua anima restava in riva a quel “Mare nostrum” che sarebbe stato un tema ricorrente nelle sue canzoni, a malapena cambia il Mediterraneo per il “Río de la Plata”. Ma il tempo, che è fugace, passa, inesorabile e il suo cuore comincia a battere al ritmo di questa città cosmopolita e complessa, a percorrere altre strade, approfondisce la sua formazione intellettuale e umanistica, si appassiona con le problematiche locali, “scopre” il tango e la sua parentela con la canzonetta napoletana e con esso il suo luogo nel mondo: il caffè “Le Caravelle”, dove frequenta, giovani emigrati (tra i quali c’ero anch’io), punto di ritrovo e di partenza verso l’avventura, a quei tempi era andare al cinema o a ballare nelle associazioni italiane, per seppellire la nostalgia cantando e Carlo lo faceva, prima tra di noi, per poi farlo anche davanti al pubblico. 
All’inizio era il repertorio italiano ma poi, man mano che restava coinvolto nelle realtà locali, liberava la sua vena poetica, creativa, per scrivere canzoni in spagnolo. 
E’ il via di un lungo percorso professionale che lungo mezzo secolo gli avrebbe riservato tempi di successi e periodi di invisibilità mediatica. Un viaggio che comincia nel 1967 quando registra in italiano, per il mercato locale, la canzone “Ciao amore ciao”, dello sfortunato Luigi Tenco. La nuova versione un successo, perché la sua voce e il suo accento italico catturano il pubblico, portandolo ad occupare i primi posti nella hit parade. 
Carlo “rinasce” in Gian Franco, il “tano Pagliaro”, nomignolo più che giustificato, visto che in Argentina è l’aferesi di “napoletano”. 
Sono tempi in cui, oltre alla crescita di un autore talentuoso, plasma la sua immagine di ribelle romantico, dalla spessa capigliatura e dalla barba abbondante, che produce canzoni quali: “Otra vez en el mismo bar”, “Este amor” e altre che ottengono un enorme consenso dal mercato della musica latinoamericana. 
Quegli anni ‘70 furono per Gian Franco tempi di luci e ombre. Negli albori del decennio sposa la “sua regina” Elena, prima fidanzata e poi moglie di tutta la vita. Inoltre vede avverarsi uno dei suoi sogni, quello di incontrare Pablo Neruda, dal quale ottiene l’autorizzazione a mettere musica e cantare alcuni dei suoi poemi. 
E’ anche l’anno del grande successo: vince il “IV Festival Buenos Aires de la Canción” con la sua canzone: “Las cosas que me alejan de tí”. Nell’edizione dell’anno successivo presenta: “Yo te nombro libertad”, considerata “sovversiva” dalla dittatura militare, che lo spaccia di inaffidabile e straniero risentito. La canzone viene squalificata dal Festival e proibita. 
Inizia un periodo durante il quale le tematiche di protesta sociale e di contestazione gli creano inconvenienti, ragion per cui tenta di dare una virata al suo repertorio. Sceglie le canzoni romantiche e sebbene ottiene un grande successo con canzoni come: “Ramito de violetas” o “No te vayas entonces”, torna ai temi ideologicamente impegnati. 
Sono anni in cui l’Argentina comincia a transitare su sentieri minati. Prima compare la “Alianza Argentina Anticomunista”, con la sua scia di paura e autocensura e dopo, nel 1976 la dittatura militare si insedia col suo regno di repressione e scomparsi. 
Anni in cui Pagliaro vive esperienze molto diverse. Da una parte diventa una specie di campione della canzone di protesta, ma “senza podio e senza medaglie”. E’ anche attore, insieme all’ex campione del mondo dei pesi medi Carlos Monzón, di “Soñar, soñar”, un film poco fortunato, fatto in un momento politico sfortunato, che segnò il debutto e il congedo di Pagliaro con il cinema. E’ un fuggitivo che va in esilio in Venezuela, paese dove tra altre vicissitudini, resta coinvolto in un incidente automobilistico che lo costringe per un tempo alla sedia a rotelle. Poi ancora più drammatico, più terribile, si manifesta il lato oscuro della vita nel modo più crudele, con la morte della figlioletta di soli tre anni. 
Ma il tenace Gian Franco non cede alla vita – tutto il contrario – nell’affermarsi nelle sue convinzioni: “la mia vita è un eterno ritorno”, sostiene. E si rimette in marcia, realizzando prima una tournée nell’interno dell’Argentina, seguita poi da un’altra in vari paesi dell’America Latina, dove le sue canzoni sono sempre vigenti. 
Con il ritorno della democrazia nel 1983, mantiene lo stesso atteggiamento provocatorio di sempre, coglie parole e canzoni di altri per rifarle a modo suo. Come fa con la canzone di Georges Moustaki “Con questa faccia da straniero, d’italiano avventuriero, ho attraversato la mia vita senza sapere dove andar…” 
Ma gli anni passano, si attenua la sua personalità ribelle, per dare il passo ad un periodo riflessivo nel quale non resta quasi niente della lontana canzone di protesta. 
Si fanno sempre più estese le sue permanenze a Buenos Aires e anche se si autodefinisce “un tipo aporteñado, sentimental y nostalgico como el tango”, in realtà c’è in lui un ritorno alle radici. Registra la sua “Antologia italiana”, che definisce il suo “umile omaggio a quelle nobili, oneste e romantiche canzoni, semplici e perfette come una mela”, mentre è sempre generoso con il tempo dedicato agli amici di sempre. 
L’epilogo arriva inatteso all’età di 70 anni, Gian Franco ci lascia e davanti all’enorme perdita, mi sia consentito di esprimere un ricordo per questo amico e appellandomi al suo magistrale, superbo uso dell’ironia, parafrasando Lucio Dalla: “Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va”. 
Un messaggio al quale Gian Franco certamente risponderebbe: “Amico mio, neanche qua, non c’è nessuna novità”. (Walter Ciccione -Tribuna Italiana /Inform) ciccioneg@speedy.com.ar
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