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Ivan Scalfarotto: “L’intervento una strategia per aumentare il peso delle esportazioni”

RASSEGNA STAMPA

Su Il Sole 24 Ore del 5.11.2019 un articolo del Sottosegretario agli Esteri

 

I grandi mutamenti che a livello globale stanno interessando il commercio internazionale da un lato e le opportunità e sfide che emergono per il nostro Paese a seguito del passaggio delle competenze dal Mise alla Farnesina dall’altro, mi inducono ad alcune riflessioni.

Negli anni in cui dal Mise ho avuto l’onore di lavorare con le imprese e con tutte le componenti del “Sistema Italia”, ho potuto toccare con mano l’importanza che il tema del commercio estero riveste per la nostra vita. Da esso derivano le possibilità di scelta che abbiamo ogni giorno quando ci sediamo a tavola, ci vestiamo o facciamo un acquisto: comprare da uno scaffale o da un computer può sembrare un’opzione banale ma in realtà è una scelta dietro la quale si celano temi essenziali come la tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della salute. ll commercio internazionale è inoltre per noi una componente essenziale dell’interesse nazionale. Nonostante la stagnazione economica, infatti, l’export ha fornito l’unico apporto positivo alla crescita negli ultimi 8 anni: senza il contributo delle esportazioni, il Pil italiano sarebbe oggi inferiore di quasi 7 punti percentuali rispetto al 2010. Nel 2018 l’export inoltre, nonostante le criticità congiunturali e le incertezze geopolitiche, è cresciuto in valore del 3,4% arrivando a rappresentare il 32% del Pil e contribuendo a un saldo positivo della bilancia commerciale di 44 miliardi di euro, pari al 2,25% del medesimo Pil. Non a caso l’Italia è il nono esportatore mondiale di prodotti e il sesto per surplus commerciale.

In prospettiva, dopo un 2018 positivo in cui le nostre esportazioni hanno registrato segnali di crescita quasi ovunque (fa eccezione in particolare la Cina dove purtroppo, nonostante gli sforzi del governo precedente, siamo passati da un +22% di export nel 2017 a un -2% nel 2018), una serie di sfide e di possibili rischi si stagliano all’orizzonte: dal rallentamento della crescita tedesca e cinese alla Brexit, dalle tensioni protezionistiche alla situazione di difficoltà dei fora multilaterali come l’Omc, dal perdurare di focolai di instabilità in Medio Oriente e Nord Africa alle tensioni su mercati come quelli dell’America Latina. Si tratta di situazioni potenzialmente in grado di mettere a rischio il livello di interscambio e di conseguenza la crescita globale.

Veniamo ora agli obiettivi che siamo chiamati a porci e soprattutto, agli strumenti che potrebbero aiutarci a conseguirli.

Per ciò che riguarda i primi, io credo che dovremmo cominciare a misurare i nostri risultati attraverso 5 “Key Performance Indicators”: 1) aumentare la quota di mercato dell’export italiano a livello mondiale, passando dall’attuale 2,7 al 3% ; 2) accrescere il peso dell’export sul Pil fino al 37% (attualmente intorno al 33%); 3) aumentare la quota dell’export verso l’area extra-Ue in grado di assicurare maggiori margini di crescita; 4) invertire il trend negativo degli ultimi anni e raggiungere il numero di 138mila imprese esportatrici (+12 mila rispetto alle 126 mila attuali), anche attraverso un maggior dinamismo delle aziende del Mezzogiorno; 5) elevare il valore medio delle esportazioni a 4,5 milioni (rispetto ai 3,3 attuali).

In tale contesto il Governo è chiamato a muoversi sia su un piano “difensivo” che “offensivo”. La fase più “difensiva” a tutela delle nostre produzioni, dei nostri marchi, delle Indicazioni Geografiche e della proprietà intellettuale, deve essere giocata sui vari tavoli multilaterali in cui è in ballo il nostro interesse nazionale ed in primis nell’Ue e nell’Omc. Il Governo deve presidiare questi tavoli con continuità, competenza e senza pregiudizi ideologici. Pur consapevoli delle complessità della globalizzazione e degli interventi cui siamo chiamati sia per sostenere i cittadini e le imprese più vulnerabili che per evitare rischi di dumping sociale e ambientale, resta innegabile come l’interesse nazionale di un Paese con una struttura produttiva come l’Italia, sia strettamente legato all’apertura dei mercati e agli scambi commerciali. Di questo dovremmo ricordarci anche in sede di ratifica degli accordi commerciali stipulati dall’Unione europea, soprattutto quando dimostrano di essere strumenti di espansione delle nostre esportazioni e di garanzia per la tutela delle nostre produzioni.

Parallelamente, siamo chiamati a sviluppare la nostra azione “offensiva”, come abbiamo fatto a partire dal 2015 con la creazione di un “Piano Straordinario per la Promozione del Made in Italy” sui mercati emergenti e a maggior tasso di crescita. È fondamentale a tal proposito che la legge di bilancio assicuri un rifinanziamento del piano almeno all’altezza degli anni precedenti rendendolo in prospettiva uno strumento di promozione non più straordinario ma strutturale. Allo stesso tempo dobbiamo assicurare all’Ice la possibilità di poter tornare ad assumere personale garantendo il fisiologico rinnovamento degli organici, messo a rischio da un pluriennale blocco del turn-over.

In generale il settore delle esportazioni ha un bisogno crescente di professionalità ed è in grado di offrire ai nostri giovani posti di lavoro qualificati e numerosi. L’esperienza del Temporary Export Manager sviluppata al Mise negli ultimi anni è una valida base di partenza sulla quale è opportuno costruire strutturati percorsi di istruzione superiore, anche di tipo duale con alternanza tra studio e lavoro come avviene in Germania.

Penso inoltre che debbano essere defiscalizzate le attività di sviluppo di know how specifico su export, sul modello dell’esperienza di “Impresa 4.0”, ivi compresi gli investimenti in formazione. Analogamente, allo scopo di promuovere la presenza sui mercati esteri delle imprese meno sviluppate internazionalmente, dovremmo sin da subito considerare, per le aziende che acquisiscono lo status di esportatore abituale, un meccanismo di deducibilità automatica del 50% del fatturato estero incrementale rispetto a quello degli anni precedenti.

Il commercio internazionale è insomma una materia al cuore dei nostri interessi, strategica per le nostre famiglie e per le nostre imprese e alla quale il Governo – in forza di una strategia unitaria e coerente, che sia all’altezza dell’indiscutibile autorevolezza del nostro Paese sui mercati internazionali – dovrà assicurare la massima attenzione. (Ivan Scalfarotto* – Il Sole 24 Ore del 5 novembre 2019)

*Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale

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