direttore responsabile Goffredo Morgia
Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Il sistema Italia negli Stati Uniti

RASSEGNA STAMPA
Da “L’Opinione” di oggi
Il sistema Italia negli Stati Uniti

Intervista di Umberto Mucci al presidente dell’Agenzia ICE RicardoMonti
Riccardo Monti ha 45 anni, è un manager italiano di successo da qualche mese a capo dell’Agenzia ICE, che ha preso in mano praticamente sul letto di una morte decretata da chi – incredibilmente – pensava che l’export italiano potesse tranquillamente fare a meno dell’esperienza decennale di una struttura che andava razionalizzata e modernizzata, ma mai soppressa. Monti (nessuna parentela con il Presidente del Consiglio) ha studiato a Napoli e poi al Brooklyn Polytechnic e alla Columbia University, parla quattro lingue oltre alla nostra e ha svolto attività con aziende e governi di oltre 30 Paesi. Incontrare un manager – finalmente un manager, lì dove ci si occupa ad alto livello di business! – giovane, brillante, preparato e cortesemente disponibile, a capo di una importante istituzione Italiana, è cosa che ci inorgoglisce e ci dà speranza. Lo ringraziamo sinceramente. 
Presidente, l’intero Sistema Italia sta ripensando la propria organizzazione. A che punto è l’Agenzia ICE? 
Qual è il futuro del Sistema Italia negli Stati Uniti? Il 2012 ci ha visto ridefinire, accorpare e razionalizzare i protagonisti istituzionali del Sistema Italia, grazie ad una cabina di regia che li coinvolge pienamente ed efficacemente e col supporto ed il consenso del mondo industriale italiano. Oggi il Sistema Italia negli USA lavora in piena sintonia, particolarmente efficace in occasione dei numerosi eventi organizzati a sostegno dell’immagine dell’Italia, quale eccellenza culturale, turistica e produttiva: ne è un esempio il successo del programma “2013 Anno della Cultura Italiana negli USA”. Sia presso i Consolati Generali sia presso l’Ambasciata a Washington si tengono incontri di lavoro che coinvolgono tutte le Istituzioni italiane – quali l’Agenzia ICE, l’ENIT, gli Istituti di Cultura – oltre ai rappresentanti di organizzazioni private, quali le Camere di Commercio italiane all’estero che hanno un ruolo molto importante. La razionalizzazione degli uffici negli USA prevede che l’ICE apra presto un ufficio a Miami, città importantissima come crocevia per il Sud America, grazie allo spostamento di alcune risorse. Proprio in una logica di sistema, l’Agenzia ICE ha rafforzato la collaborazione con SIMEST e SACE, interlocutori prioritari per il sostegno all’export delle imprese. Inoltre, all’interno della Cassa Depositi e Prestiti c’è stata la creazione di una forte struttura di finanza dedicata all’internazionalizzazione, che dovrebbe sfociare tra pochi mesi nella nascita di una vera e propria Export Bank. 
Oggi vengono messe in dubbio molte certezze istituzionali del nostro Paese. La nostra economia, però, sopravvive anche e soprattutto grazie all’export di migliaia di piccole aziende coraggiose e innovative. Concretamente, per spiegare bene l’importanza dell’Agenzia ICE, quali attività mettono in atto le vostre antenne all’estero (in particolare negli USA)? 
L’ICE ha una storia di successo, che dall’estero vengono a studiare spesso: l’Italia ha più di 200.000 esportatori. Le aziende hanno bisogno di un sostegno concreto ai loro piani di ingresso e di consolidamento nel mercato americano. Mi riferisco non tanto al sostegno finanziario, anche se molto importante per le PMI, quanto piuttosto al sostegno consulenziale che i funzionari specializzati dell’Agenzia ICE sono in grado di fornire. Le aziende italiane sono spesso poco informate sulla struttura distributiva americana, sulle normative doganali, sulla concorrenza e sulle azioni da intraprendere per incontrare controparti americane. Gli Uffici ICE della rete americana, oltre ai servizi di informazione e assistenza, sostengono le imprese nella fase di marketing e promozione, in particolare in occasione delle principali fiere settoriali, sicuramente lo strumento più efficace per conoscere la struttura e l’andamento della domanda locale e incontrare potenziali partner. L’Agenzia ICE può essere uno strumento molto utile ed efficace per le imprese italiane, se conosciuta e utilizzata bene. Purtroppo esiste ancora un forte gap di conoscenza sulle nostre reali competenze e capacità consulenziali, oltre a una diffidenza nei confronti del sistema pubblico di cui l’Agenzia fa parte. A volte le aziende, in particolare le PMI, preferiscono affidarsi a consulenti privati – spesso con limitata esperienza e conoscenza del mercato americano – con conseguenze in molti casi disatrose. La sfida più importante dell’Agenzia ICE è proprio quella di colmare questo gap, conquistando gradualmente la fiducia delle imprese con azioni di sostegno concreto e tangibile a loro supporto. In passato ci siamo impegnati più sul ruolo di sostegno all’immagine del Made in Italy e meno sul supporto concreto alle singole imprese in occasione dei momenti commerciali per fare business. Con la nuova Agenzia ICE è ora di invertire tale andamento, grazie anche a rapporti radicati e consolidati a volte da decenni con interlocutori locali che conosciamo e che ci conoscono bene. Il network è la nostra prima forza, dalla quale dobbiamo partire per continuare a migliorare. 
La sensazione è che, visti gli eccellenti rapporti e la grande amicizia tra i due Paesi, il commercio tra Italia e USA possa e debba migliorare. Quali sono i settori e i numeri dell’export italiano negli USA? 
Gli USA in molti settori sono da anni il primo mercato di destinazione delle merci italiane. Nel 2012 gli Stati Uniti hanno importato dall’Italia merci per un valore di $ 37 miliardi circa, con un incremento del 9% rispetto al 2011 e una quota – in crescita – sul totale delle importazioni americane dal mondo dell’1,62%. La domanda USA di produzioni italiane è in continua crescita e ha tenuto bene anche nel periodo più acuto della recente crisi economica. Nel 2012 le importazioni americane dall’Italia sono cresciute più delle importazioni dal mondo (3%) e dall’UE (3,4%). La meccanica è il primo comparto, con un valore di $ 7,53 miliardi, dove la meccanica strumentale ha un peso rilevante. Seguono poi il comparto della moda con $ 5,7 miliardi, quello degli alimentari e vini con $ 3,8 miliardi e della chimica e derivati del petrolio con $ 3,2 miliardi. Il vino in particolare è un prodotto del Made in Italy di grande successo negli Stati Uniti: basti pensare che in Cina i francesi ci battono 10 a 1 quanto a export in questo settore, mentre negli USA li battiamo noi 3 a 1. Anche nel comparto dei prodotti a tecnologia avanzata l’Italia ha migliorato nel corso degli anni la propria posizione, con un valore di $ 4 miliardi circa nel 2012, circa l’11% del totale delle importazioni americane dall’Italia. Aereospazio, biotecnologie e life science sono i settori di maggiore rilievo. Mentre sul versante dell’interscambio commerciale l’Italia – con un saldo positivo nel 2012 di $ 21 miliardi circa – registra andamenti molto positivi, non si può dire la stessa cosa sul versante degli investimenti in entrata e in uscita. Infatti con una consistenza di $ 25,3 miliardi l’Italia si aggiudica meno dell’1% del totale degli investimenti americani all’estero, collocandosi al 26mo posto nella graduatoria dei paesi che attraggono investimenti dagli USA. Anche per i flussi americani in Italia i dati preliminari del Bureau of Economic Analysis indicano, per i primi 9 mesi del 2012, un ammontare di $ 761 milioni. Sul versante dei flussi degli investimenti italiani verso gli USA i dati preliminari del BEA rilevano, sempre per i primi 9 mesi del 2012, un totale di $ 1,5 miliardi, con un calo del 45% rispetto allo stesso periodo del 2011. Le ragioni della debolezza dell’Italia nell’area degli investimenti sono note e dibattute da tempo. L’Agenzia ICE si è data come priorità un’incisiva azione di sostegno all’attrazione degli investimenti americani in Italia attraverso un piano di azioni sul mercato americano, finalizzato a facilitare l’incontro tra start up e spin off universitari italiani nei settori innovativi e non solo con investitori americani, in particolare venture capitalist, società di private equity e investment bank. Anche sul lato del sostegno agli investimenti italiani negli USA, l’Agenzia ICE ha iniziato una collaborazione con Select USA, Agenzia federale per l’attrazione degli investimenti, finalizzata a facilitare gli investimenti produttivi e commerciali italiani negli stati e nelle aree metropolitane più dinamiche. 
Parliamo di futuro: come rafforziamo e miglioriamo questo ponte sull’Atlantico per la diffusione del Made in Italy?L’Europa e gli USA stanno parlando di stabilire un’area di scambio comune sul modello del NAFTA: che prospettive ci sono per l’implementazione del Transatlantic Trade and Investment Partnership? 
Ci sono alcune cose che possiamo e dobbiamo fare da subito. La prima è essere più forti e capaci nel presidiare la grande distribuzione, che è la nostra debolezza storica: questa è la cosa più importante. Negli USA, al di fuori delle principali dieci città – dove siamo molto presenti – ce ne sono moltissime altre dove si arriva solo mediante le grandi catene americane diffuse in tutti gli Stati. La seconda cosa è superare le barriere non tariffarie che limitano il nostro export, in particolare nel settore enogastronomico. L’ipotesi di un’area di libero scambio tra UE e USA sul modello del NAFTA non è nuova. Già negli anni sessanta gli USA proposero un’area di libero scambio del Nord Atlantico, mentre negli anni novanta, con la caduta del Muro di Berlino, l’Europa propose di istituire un’area di libero scambio transatlantica, ma con lo scopo prevalentemente politico di evitare il disimpegno americano in Europa. Hanno fatto seguito poi la Nuova Agenda Transatlantica, un forum di cooperazione a livello normativo, sostuito poi nel 2007 dalla Nuova Partnership Economica Transatlantica. L’ipotesi è ritornata ad essere oggetto di discussione a seguito dell’accenno fatto dal Presidente Obama nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. L’intervento presidenziale è stato letto da molti osservatori americani come un tentativo di bilanciare lo strapotere economico-commerciale dei paesi BRIC e in particolare della Cina, che già oggi hanno un PIL aggregato equivalente a quello europeo e statunitense. La partnership transatlantica mira, quindi, a creare un sistema di difesa nei confronti dei BRIC, rafforzando la collaborazione economica e commerciale con l’UE. A tal fine dovranno essere rimosse le ultime barriere al commercio e armonizzate le regole europee e statunitensi. Rimane, comunque, il grosso nodo dell’agricoltura – settore molto protetto in entrambe le aree – in particolare sul tema delle produzioni OGM. Al momento le barriere tariffarie USA all’ingresso di merci dall’Italia si posizionano in media al 3%, quindi abbastanza basse. Il problema per gli imprenditori italiani è sicuramente quello delle barriere non tariffarie, in particolare normative molto restrittive e procedure di importazione complesse. L’avvio del negoziato TTIP (Transatlantic trade and investment partnership), anche se mette a rischio il sistema commerciale multilaterale GATT/WTO, sostituito gradualmente da accordi bilaterali, va a mio avviso visto come un elemento positivo che potrà rafforzare l’interscambio commerciale e non solo tra Italia e USA. 
Possiamo contare oltreoceano su venti milioni di Ambasciatori del nostro Paese: gli Italiani in America. Ci sono poi milioni di Americani non di origine italiana che apprezzano molto le nostre eccellenze. Come possono internet e le nuove tecnologie migliorare la comunicazione e la promozione dell’Italia negli USA? 
La componente americana di origine italiana è senza dubbio un efficace driver per il rafforzamento della presenza dell’Italia commerciale ed economica negli USA. Gli americani guardano all’Italia come un paese con eccellenze culturali, gastronomiche e turistiche. Proprio partendo da tali punti di forza è importante far conoscere agli americani anche l’Italia che produce, l’Italia delle eccellenze tecnologiche e l’Italia quale destinazione per investimenti remunerativi. Pensiamo solo all’attrazione degli investimenti. Ci sono circa 100 miliardari italoamericani, persone molto legate all’Italia, che ci manifestano a volte il desiderio di vedersi sottoporre un’opportunità per investire da noi. Ma pensiamo al turismo: se noi riuscissimo a convincere ognuno dei nostri oriundi a visitare l’Italia una volta ogni 5 anni, porteremmo a casa un milione di turisti in più all’anno. E il web su questo è fondamentale: per questo anche lo strumento Italia.it è in ristrutturazione. (Umberto Mucci -L’Opinione delle Libertà del 29 marzo 2013) 
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