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Registr. Trib. Roma n.338/2007 del 19-07-2007
INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Franco Pittau: Sinergie tra emigrazione e immigrazione

INTERVENTI

 

ROMA – Si è tenuto oggi alla Camera dei Deputati un seminario di studi dal titolo: “Ragionare sul futuro dell’Italia. Ruolo e contributo delle giovani generazioni degli Italiani nati all’estero”. Qui di seguito ampi stralci dell’intervento di Franco Pittau del Centro Studi e Ricerche Idos.

Tra emigrazione e immigrazione sussiste una profonda sinergia, essendo due aspetti essenziali del fenomeno migratorio su scala internazionale, ne sono consapevoli quelli che hanno operato su entrambi i versanti (ragioni esistenziali) e gli studiosi che hanno incluso entrambi gli aspetti nei loro studi (ragioni sistematiche). Non possono sfuggire alcune significative analogie: prevalenza prima dell’emigrazione, poi dell’immigrazione, per poi dar luogo attualmente a una parità numerica attorno ai 5 milioni di residenti; sono simili anche le rispettive popolazioni di riferimento: 60-70 milioni di oriundi italiani e probabilmente altrettanti i referenti che gli immigrati in Italia contano nei rispettivi paesi tra familiari, parenti, amici, persone con cui si è in contatto. Anche se raramente se ne parla, queste sono due basi importanti (in quanto costituite da persone legate in qualche modo all’Italia) per il turismo, il commercio, la cultura ecc; vi è un crescente avvicinamento tra i due gruppi anche per quanto riguarda gli espatri.

Sono oltre 300.000 gli stranieri in arrivo in Italia e si avvicinano a questo numero (non secondo le registrazioni delle anagrafi comunali ma secondo i movimenti effettivi), gli italiani che emigrano, specialmente giovani connazionali come spiegato nel volume Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive  (Roma 2016, Istituto “S. Pio V-Idos). Straordinaria vicinanza tra i due gruppi anche per quanto riguarda i bilanci complessivi dei flussi: tra gli italiani sono circa 30 milioni quelli emigrati dall’Unità d’Italia ad oggi, mentre i ritorni sono stati grosso modo un terzo rispetto alle partenza. Tra gli stranieri sono stati circa 10 milioni di arrivi dagli anni ’70 ad oggi, di cui circa un terzo cancellati dall’elenco dei residenti (attualmente vi sono in Italia 5 milioni di stranieri e 1,5 milioni di cittadini italiani di origine straniera); le cause dell’esodo sono sempre le stesse tra i due gruppi, seppure sotto diverse forme storiche: cause di natura demografica, economica, occupazionale, culturale, politica e perfino religiosa). Ù

Cercò di far capire queste analogie a una società italiana refrattaria un libro pubblicato nel 2002 dal giornalista Gian Antonio Stella: Quando gli albanesi eravamo noi. Oggi nel dibattito pubblico mancano interventi che insistano su questi parallelismi, persiste invece la ripetizione di certe tesi superficiali: noi italiani eravamo sempre ben accolti, non entravamo da irregolari, di noi c’era bisogno demografico, non ci consideravano delinquenti, non eravamo di basso livello professionale come gli stranieri di oggi e così via. Vi sono aspetti conoscitivi che non si riesce a trasmettere a livello di società. Più che dalle lezioni teoriche bisognerebbe mostrare con concretezza che si tratta delle due facce dell’unico fenomeno migratorio, effettivamente collegate, e che ne va del nostro futuro se vengono a mancare strategie operative adeguate.

Le riflessioni seguenti si ispireranno a questo filo conduttore. Non ha senso cercare di arrestare per partito preso le nuove emigrazioni verso l’estero dei giovani italiani in un paese in cui mancano le condizioni per il loro inserimento. L’Istat ha evidenziato che lascia l’Italia anche un numero significativo di giovani italiani di origine straniera: questo argomento viene approfondito nel Dossier Statistico Immigrazione 2018). Ciò avviene perché mancano le condizioni indispensabili per trattenere sul posto queste nuove leve: su di esse esercitano una scarsa incidenza gli incentivi (nazionali e regionali) al ritorno. È preferibile fare qualcosa all’estero piuttosto che restare in Italia per non fare niente. Qualcuno ha detto, non senza pungente ironia verso l’orgoglio dei nostri politici, che il sistema italiano non è efficiente a livello distributivo (per quanto concerne sia la ricchezza che i posti di lavoro) e ne sono un esempio gli uffici per l’impiego, e che tale sistema è assolutamente insufficiente a creare nuovi posti di lavoro.

In attesa di tempi migliori, per le possibilità occupazionali sul posto, sarebbero auspicabili progetti di assistenza a favore di chi si reca nell’UE. Lo spostamento in altro paese, anche comunitario, è sempre molto impegnativo e merita senz’altro di essere aiutato. Associazioni e patronati dispongono di sedi sia nelle regioni di partenza che nelle aree estere di destinazione e possono, pertanto, fungere da ponte e assistere gli interessati nell’intero processo. Non risulta, però, che in Italia siano stati presentati specifici progetti al riguardo, anche essi sono stati sollecitati dalla recente Direttiva europea sulla libera circolazione e che progetti potrebbero godere di appositi finanziamenti in Italia e a Bruxelles. È anche auspicabile una maggiore assistenza degli stranieri che arrivano in Italia per quanto riguarda la lingua, la conoscenza delle tradizioni italiane e il districarsi nei meandri della burocrazia, la tutela sindacale e la tutela socio-previdenziale. Tutti noi conosciamo la fruttuosa operatività svolta in questi ambiti e anche associazioni rivolte inizialmente solo agli emigrati italiani. Ciò è necessario per la coesione della società italiana, destinata ad avere un terzo della popolazione con cittadinanza straniera o comunque di origine straniera.

Un intervento del tutto particolare è quello che si può svolgere per la tutela previdenziale e assistenziale degli immigrati in un paese che, anche istituzionalmente, sembra dimenticare la storia della nostra emigrazione (aspetto culturale) e i diritti sanciti a livello costituzionale e dal diritto internazionale (aspetto giuridico). Non vengono così messi in crisi i valori della grande tradizione europea. I patronati potrebbero fare ancora di più per superare gli sbarramenti ingiustificati fatti valere nei confronti degli immigrati che non siano titolari di un permesso UE di lungo soggiorno (ma talvolta anche loro sono esclusi dai benefici). Sono le stesse chiusure che una volta si facevano valere nei confronti dei nostri emigrati prima che nell’Ue entrassero in vigore le normative sulla libera circolazione e sul coordinamento dei regimi di sicurezza sociale applicabili ai migranti. Un’opera meritoria viene svolta dall’ASGI, un’associazione di studiosi che monitorizza con tempestività le restrizioni non accettabili.

Si sente dire che l’emigrazione, che nel passato ha avuto un forte impatto sullo sviluppo dell’Italia, ormai ha perso questa sua funzione nel contesto attuale. Di questa “riduzione al minimo” di un fenomeno così importante  si può fondatamente dubitare, anche sulla base di alcuni studi innovativi. Il fatto di avere all’estero una presenza italiana così ampia e apprezzata e, d’altra parte, di poter fare riferimento anche a una diffusa platea di stranieri (quelli collegati con gli immigrati insediatisi in Italia), deve essere considerato del tutto ininfluente ai fini dello sviluppo del nostro paese? Ad esempio nel Meridione, dove il turismo non è sufficientemente diffuso, come meriterebbero invece le località belle e naturalistiche, delle quali è scarsa la conoscenza all’estero, si potrebbero attivare collegamenti tra gli operatori delle regioni del sud e i compaesani, o comunque gli italiani, residenti all’estero per creare un ciclo continuo di arrivi di turisti. Nel passato a scoraggiare queste iniziative era la necessità di consistenti investimenti iniziali, ora non più necessari perché si può ricorrere a internet per i contatti con l’estero, oltre a poter risolvere i problemi organizzativi in modo cooperativo anche con il sostegno finanziario regionale.

Tra gli esempi, quello riguardante i latinoamericani fa pensare al “complesso di abbandono”, perché per loro non si è pensato all’intreccio tra immigrazione ed emigrazione, riservando un’accoglienza specifica più che meritata. Questo non è il momento per pensare a illusorie aperture. Da anni non si approvano quote di lavoratori in ingresso (salvo per gli stagionali). Dopo le ultime elezioni si assiste anzi a teorizzazioni ufficiali alimentate da un miscuglio tra sovranismo, nazionalismo e xenofobia.

Si può parlare anche di una scarsa conoscenza della materia, per cui stiamo diventando “decadenti e contenti”: va oltre le 200.000 unità annue la prevalenza dei decessi sulle nuove nascite, per cui a metà secolo si arriverà a 7 milioni di italiani in meno e altrettanti stranieri residenti in più. A quel punto bisognerà ricordarsi anche dell’America Latina, un continente che è caduto in una situazione disastrosa e che nel passato ha accolto gli italiani con una straordinaria generosità. Nelle future quote ci dovrà essere uno spazio per gli italiani che hanno acquisito la cittadinanza per discendenza e anche per gli oriundi italiani. Si potrebbe di nuovo sperimentare l’ingresso “tutelato” ricorrendo alla sponsorizzazione, come si fece (purtroppo solo per due anni) dopo l’approvazione della legge 40/1998.

L’intervento più necessario è quello culturale, che favorisce anche quelli di altro tipo. La memoria dell’emigrazione non è entrata nel dibattito pubblico sul fenomeno della mobilità, pur potendo offrire degli spunti (relativamente al passato e anche alla situazione presente) interessanti e di grande impatto. Per essere certi che l’Italia si sta muovendo bene è indispensabile confrontarsi con altre realtà e la presenza italiana in altri paesi europei è un osservatorio straordinario da valorizzare. Questa dimensione manca nei dibattiti: di chi la colpa? Come operatori dell’associazionismo si poteva fare di più? In conclusione, sono destinate a continuare la presenza degli italiani all’estero e l’emigrazione degli italiani e continuerà l’immigrazione. Potranno considerare questa realtà marginale o stimolante e funzionale allo sviluppo dell’Italia. Perché si pervenga a un inquadramento positivo servono discorsi e progetti concreti. Questa la vera sfida anche per noi che ci occupiamo di questi settori. (Franco Pittau, Centro Studi e Ricerche Idos – Inform)

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