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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

“Dall’emigrazione in Romania nel passato all’immigrazione attuale dei romeni”

INTERVENTI 
Marco De Giorgi, direttore generale dell’Unar:
“Dall’emigrazione in Romania nel passato all’immigrazione attuale dei romeni”

ROMA – “Dall’emigrazione in Romania nel passato all’immigrazione attuale dei romeni”, è il tema dell’intervento di Marco De Giorgi, direttore generale dell’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali, al convegno che si è tenuto a Roma venerdì scorso dal titolo “L’integrazione dei romeni in Italia tra famiglia e lavoro” . Il convegno è stato promosso dall’Ambasciata di Romania in Italia con il patrocinio dell’Unar nell’ambito della “Settimana di azione contro il razzismo 2013” , conclusasi ieri (http://www.unar.it%20)/.

Di seguito pubblichiamo l’intervento del direttore generale dell’Unar Marco De Giorgi.

“Prendo lo spunto dal Quaderno promosso dall’Unar su “I diritti degli immigrati in un contesto interculturale”, che si sofferma sulla comunità romena in Italia, per sottolineare come la coerenza storica ci induca a praticare una politica di accoglienza, così come l’abbiamo richiesta nel passato per i nostri emigrati. Questo ragionamento vale in particolare per la Romania, che nel passato è stato un paese di emigrazione e attualmente è un paese di grande immigrazione.

Gli espatri degli italiani all’estero avvennero anche in Romania, che alla fine dell’Ottocento offriva apprezzabili opportunità per i lavoratori qualificati. Questi flussi (arrivati a circa 10mila persone l’anno) andarono scemando nel ‘900 per la concorrenza di altra manodopera estera e anche per il protezionismo della manodopera locale, fino a cessare durante il periodo comunista.

Era lo stesso impero austro-ungarico a favorire le migrazioni interne tra le regioni più povere o di confine, che continuarono anche quando parte di questi territori entrarono a far parte del Regno d’Italia (il Veneto nel 1866 e il Friuli Venezia Giulia e il Trentino alto Adige nel 1918). Ad esempio, nel 1845 i lavori della Compagnia ferroviaria romena interessarono 23 ingegneri italiani su 116 complessivamente coinvolti. Furono 2.000 operai italiani per la costruzione del ponte ferroviario di Cernavoda,

A spostarsi erano connazionali qualificati rispetto alle condizioni di quel periodo, gratificati con condizioni retributive più favorevoli rispetto alla generalità delle maestranze.. In larga misura si trattava di provetti lavoratori della pietra, carpentieri e di una sorta di geometri sul campo (Baumeister). Molti degli italiani recativi in Romania rimpatriarono, mentre altri rimasero sul posto. I loro discendenti, raggruppati in piccole comunità, sono rimasti fino ad oggi. Il segno del lavoro prestato dagli italiani è riscontrabile in molto edifici pubblici anche di piccoli comuni (l’edificio comunale o il teatro, ad esempio) o in belle ville di luoghi di villeggiatura.

A questa tradizionale collettività si è aggiunta, dopo il crollo del muro di Berlino e le nuove aperture determinatesi nei paesi dell’Est Europa, quella degli imprenditori. Per lo più si è trattato di rappresentanti di piccole e medie imprese, ma non è mancato il protagonismo delle grandi imprese e degli istituti bancari, che hanno investito in Romania, più che in altri paesi dell’Est, per riuscire a far affermare il “Made in Italy” nel mercato mondiale della concorrenza. Qualche anno fa si è stimato che a Timisoara (nel Banato, in prossimità di Serbia e Ungheria, in un’area a forte vocazione commerciale) i piccoli e medi imprenditori siano stati circa 10.000 nel Banato e circa 15.000, se non più, nell’intero paese.

I progetti migratori comportano sempre dei sacrifici e così possiamo dire che sia stato anche in Romania, sia nel periodo classico dell’emigrazione sia nella recente emigrazione degli imprenditori. Si può, tuttavia, affermare che in generale il clima di accoglienza nei confronti degli italiani sia stato positivo.

Lo stesso non è avvenuto nei confronti degli immigrati romeni in Italia che, in pochi anni sono diventati di gran lunga la prima comunità straniera, spinta dall’attrazione esercitata da un paese che discende, come loro, dai romani, parla una lingua simile, offre più occasioni di lavoro e presenta un clima mite. Purtroppo, all’apprezzamento dei romeni nei confronti degli italiani – complice qualche terribile fatto di cronaca – non corrisponde un atteggiamento benevolo degli italiani. I dati relativi alla devianza sociale riguardante gli immigrati romeni smentiscono il luogo comune che li criminalizza in maniera generalizzata e non tiene conto che la loro incidenza sulle denunce è più bassa rispetto all’incidenza che loro hanno sui residenti, così come il tasso d’aumento delle denunce è più basso rispetto al tasso d’aumento della popolazione romena venuta a insediarsi in Italia.

Come spesso avviene, il ritmo di aumento e il numero consistente ha allertato la popolazione e la convivenza non sempre è stata serena. Si assiste in Italia a un malumore diffuso nei confronti dei romeni e, al loro interno, nei confronti dei rom, una presenza molto più contenuta ma che non passa inosservata.

Purtroppo anche ad opera della comunicazione fatta da certi media , si sono diffusi degli stereotipi negativi nei confronti dei rumeni che hanno portato alla creazione di pregiudizi e discriminazioni.

Le denunce di discriminazione pervenute al Contact Center dell’Unar – che nel 2012 raggiungono un totale di 1560 con un incremento del 50% rispetto al 2011- ne sono una chiara dimostrazione: dalla casa al lavoro all’accesso ai servizi pubblici si registrano condotte discriminatorie anche nei confronti della comunità rumena.

Per questo, in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo, abbiamo messo in campo una fitta serie di iniziative ed eventi nella scuola, nei luoghi di lavoro e nello sport, in cui cerchiamo di favorire una corretta informazione sulla presenza delle comunità straniere in Italia e sul loro contributo alla nostra crescita.

Consapevoli che la battaglia delle pari opportunità vada giocata, in primo luogo, sul versante culturale, cerchiamo di favorire, con le relazioni dirette, una buona conoscenza che costituisce il migliore antidoto di ogni forma di discriminazione per una pacifica convivenza civile.

Il processo di integrazione, da intendere come un processo bilaterale di avvicinamento a una piena uguaglianza di trattamento, richiede al paese di accoglienza una maggiore attenzione al fatto che gli immigrati si trovano in una situazione di maggiore sfavore, di vulnerabilità, per cui occorre adoperarsi non per accentuare le distanze, bensì per ridurle”. (Inform)

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