direttore responsabile Goffredo Morgia
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INFORMAZIONI DEL GIORNO – NEWS PER GLI ITALIANI ALL'ESTERO

Da “Tribuna Italiana” del 7.5.2014 l’editoriale del direttore Marco Basti

STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

 

Le riforme e noi

 

BUENOS AIRES – Ieri sembra essersi arenato un’altra volta il tentativo del governo di avviare il processo di riforme istituzionali sul quale si è impegnato il premier Matteo Renzi e sul quale si gioca buona parte delle sue chances di successo. Dopo l’accordo con Berlusconi per la modifica del sistema elettorale, il cosiddetto “Italicum”, il cammino delle riforme doveva continuare con l’approvazione del nuovo schema di legislativo, che mettesse punto finale al bicameralismo perfetto previsto dalla Costituzione del 1948, prevedendo uno schema nel quale la fiducia la darebbe la Camera, mentre il Senato scomparirebbe come altro ramo del Parlamento per diventare una rappresentanza delle autonomie.

Al di là della dialettica e delle polemiche di ogni giorno, si sta discutendo sulle riforme che l’Italia sembra necessitare da tanto tempo.

C’è un aspetto delle riforme che ci riguarda, sul quale si parla poco: come andrà a finire la rappresentanza degli italiani all’estero. In genere le proposte e progetti puntano a ridimensionarla o a cancellarla. Nel progetto lanciato da Renzi, la rappresentanza al Senato scompare perché esso dovrebbe rappresentare le regioni. Alcuni politici e parlamentari sostengono che la Circoscrizione

Estero potrebbe essere identificata come un’altra regione e così gli eletti all’estero avrebbero una rappresentanza anche “geografica”. Altre proposte propongono semplicemente di cancellare gli eletti all’estero dal Senato.

Ci sono poi proposte, che partono specialmente da Forza Italia, ma non solo, che puntano a cancellare tutti gli eletti all’estero, lasciando solo il diritto ai cittadini italiani residenti all’estero, di votare secondo una legge che dovrebbe essere modificata, in quanto oggi è previsto il voto per candidati residenti all’estero e per corrispondenza.

Proprio in base a questo aspetto dell’esercizio del diritto elettorale, si punta a riformare anche il sistema di voto per le elezioni dei Comites, previste entro quest’anno. Infatti, si prevede il voto elettronico o nei seggi da disporre nelle sedi consolari, o da farlo attraverso un computer. Anche di questo si discute a Roma in questi giorni.

E’ curioso, ma rivelatore, il fatto che nei testi delle riforme proposte, si faccia una specie di pulizia degli “istituti” nati al calore del dibattito sulle questioni degli italiani all’estero, negli anni ’90 e resi concreti dalle leggi approvate tra quegli anni e il 2001, con la legge sul nostro voto. Infatti, varie tra le proposte prevedono di cancellare nei testi da riformare, i riferimenti al “ministero per gli Italiani all’estero” e anche alla “Circoscrizione Estero”.

E’ chiaro che se si cambiano le leggi si cancella quel che non va più, ma fa un certo effetto leggere che istituti o enti sui quali si è dibattuto per tanti anni, sono spariti o sono in via di farlo. Così succede con il ministero degli italiani all’estero o nel mondo, scomparso in realtà prima che fossero stati eletti i primi parlamentari rappresentanti degli italiani all’estero.

Si tratta comunque di una realtà con la quale bisogna fare i conti. L’Italia e la politica italiana, non conoscono il mondo degli italiani all’estero e non sanno che farsene delle istituzioni create come una risposta – tardiva – alle vicende emigratorie.

Ha ragione la vicepresidente del Cgie per l’America settentrionale Silvana Mangione quando protesta perché per votare alle elezioni europee dovrebbe recarsi in Italia, mentre vorrebbe farlo negli Usa dove abita. E ha ragione quando ricorda che per far votare qualche migliaia di italiani residenti nei paesi dell’Ue sono stati stanziati 15 milioni di euro, mentre per far votare i quasi quattro milioni di italiani residenti all’estero, per eleggere i Comites, di milioni sono stati stanziati soltanto due e non si sa se basteranno e nemmeno se si faranno le elezioni che vengono rimandate da anni, dopo la loro scadenza naturale nell’anno 2009. Ha ragione, ma questo avviene perché l’emigrazione non é conosciuta, è stata sempre rifiutata e non a caso oggi quando si parla solo di “nuovi emigrati” e “migliori cervelli che vanno via”, cioè tutto visto in chiave politica interna. Quando è da tempo tramontata l’era della riscoperta e dell’ “altra Italia” vista come risorsa.

Una fotografia dei resti dell’aereo che trasportava la squadra del grande Torino, schiantatosi contro la collina Superga, illustrava un 9 maggio di 65 anni fa la prima pagina del primo numero del Corriere degli Italiani. Il giornale fondato da Ettore Rossi, che alla sua morte fu diretto da Mario Basti, rispecchiò i giorni, le attese, i sogni e le opere dell’ultima grande ondata immigratoria italiana in Argentina. Una collettività, quella della fine degli anni ‘40 e inizi degli anni ‘50 costituita di circa mezzo milione di italiani che arrivarono al Plata lasciandosi alle spalle le drammatiche conseguenze della guerra persa, la povertà, la disoccupazione.

Quegli italiani, come avevano fatto in precedenza gli italiani arrivati in Argentina alla fine dell’800 e durante i primi decenni del ‘900, contribuirono grandemente allo sviluppo di questo Paese, al tempo che, lasciando spazio a chi restava in Italia e poi con le rimesse ai parenti, aiutavano anche il paese d’origine a rialzarsi. Ci sono tanti di quegli emigrati che ancora oggi danno il loro valido contributo allo sviluppo dell’Argentina, alla diffusione dell’italianità e al buon nome del Belpaese. Il ricordo è un omaggio al vecchio e caro Corriere e a quegli emigrati dei quali siamo eredi.

E ce ne sono molti altri in tanti paesi, magari più giovani. Ma l’Italia non li vede se non per fare polemiche al suo interno.

Alle prossime elezioni europee si presenterà anche un partito nato tra gli italiani all’estero, il Maie, in accordo elettorale con un partito italiano. La strategia del Maie consiste nel far confluire a Roma tanti deputati e senatori che siano espressione dell’italianità all’estero, un sogno trasmesso a Tremaglia da tanti emigrati anche in Argentina, lungo decenni di presenza all’estero.

Ci sono altre proposte. C’è chi propone di raggiungere Roma attraverso una grande raggruppamento di rappresentanze della svariata realtà italiana all’estero. Autofinanziato, questo ente dovrebbe operare, secondo la proposta, con criteri manageriali per raggiungere l’obiettivo di convincere gli italiani che siamo utili e che siamo una risorsa.

Ci sono anche le vecchie o antiche associazioni nazionali dell’emigrazione, che convocano allo Stato generale dell’emigrazione, per cercare di rilanciare una realtà che certo, è mutata parecchio dai tempi in cui quelle associazioni facevano di trait d’union tra l’emigrazione e le istituzioni italiane.

Per l’Italia del giovanissimo Renzi, gli italiani all’estero sono una realtà sconosciuta e senza interesse. Chi ritiene che c’è tanto da dare e da fare e da costruire, dovrebbe almeno partecipare al dibattito sulle strade da seguire. (Marco Basti – Tribuna Italiana del 7 maggio 20144 /Inform)

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

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