INFORM - N. 82 - 14 aprile 2005

STAMPA ITALIANA PER L’ESTERO

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

La metafora di un mondo in cui c’è davvero posto per tutti

ROMA - Agli amici italiani all’estero non dobbiamo certo noi raccontare l’evento e le emozioni che hanno accompagnato il cammino di Giovanni Paolo II nell’ultimo tratto di strada che l’ha condotto alla Dimora del Padre. Tra i doni provvidenziali al nostro tempo infatti, c’è quello dei mezzi di comunicazione che, per quanto non possano mai sostituire la presa diretta con la realtà esistenziale, tuttavia consentono livelli di grande partecipazione in ogni angolo del mondo. C’è solo qualche riflessione in più da fare per chi, come noi, lavora attorno ai temi a alle problematiche che riguardano la mobilità umana.

Non è proprio la stessa cosa essere un pellegrino o un migrante, un itinerante o un marinaio, un volontario o un soldato, un missionario o un imprenditore alla ricerca di nuovi mercati, un esule o un profugo o uno scienziato di livello internazionale. E però ognuna di queste condizioni è esaltata, nelle opportunità come nelle sofferenze, da una modernità che spinge con forza a intendere il mondo come una casa comune nella quale deve esserci necessariamente un posto e un letto e un piatto per ognuno. E nei giorni tra il 7 e l’8 aprile questo si è visto e toccato con mano a Roma. Una piccola cosa durata lo spazio di poche decine di ore, certamente. Ma di grande portata simbolica.

Neppure al più patriottico dei connazionali all’estero può venire in mente di esaltare il nostro paese come culla della capacità e dell’efficienza organizzativa. E in particolare chi vive a Roma ha giusto modo di lamentare le mille disfunzioni che angustiano la quotidianità della condizioni di cittadini o utenti, comunque costretti a confrontarsi e relazionarsi nella collettività. Eppure tra le tante straordinarietà che hanno segnato le celebrazioni in onore di Papa Wojtyla, c’è anche la naturalità con cui una città normalmente caotica ha accolto l’impatto del mondo, fisicamente rappresentato in quantità umane mai verificatesi della storia. Metafora di un mondo nel quale c’è davvero posto per tutti!

C’è un segreto per rendere stabile e permanente il miracolo della convivenza solidale e fraterna? Noi pensiamo di sì, non soltanto per ragioni di fede, di morale e di etica, di civiltà o filosofie o ideologie anche le più nobili e raffinate o per ragioni di buonismo facile o di tolleranza o dovere di reciproca sopportazione. Lo pensiamo invece nella convinzione che ogni persona umana, dalla più carismatica e dotata alla più umile, rappresenti una ricchezza totale, assoluta e infinita, capace di rigenerare il mondo da cima a fondo e di riscriverne la storia, indirizzandola verso traguardi creativi inimmaginabili. In fondo è questa l’eredità più bella che ci lascia Giovanni Paolo II.

Certo, bisogna vincere l’angoscia, la paura che l’Altro, il diverso, lo sconosciuto, ci porti via qualcosa approfittando della confusione e dalla babele delle lingue. Ed è per questo che nessuno deve perdersi nella massa informe, bensì occorre coltivare ogni identità nelle sue radici personali, di popolo, di cultura; come occorre aiutare l’Altro, lo straniero, a conservare e coltivare la sua identità, in armonia complementare reciproca.

E anche in questo senso c’era la metafora di un mondo in cui c’è davvero posto per tutti, nella Roma dell’8 aprile 2005, piena di bandiere e cartelli e lingue le più colorate e diverse, ma anche dei gesti e della gioia dello scambio fraterno.

Giovanni Paolo II assunse come sua missione quella di traghettare il popolo di Dio dal secondo al terzo millennio. Ora ci siamo e il Mosè del nostro tempo gode del meritato riposo. Il lascito è grande ma anche gli operai sono milioni e milioni. E nel piccolo campo assegnato alle cure del sindacato e del nostro patronato, non ci tireremo indietro. (Corrispondenza Italia/Inform)

 


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