INFORM - N. 60 - 16 marzo 2005

ESTERI

Almeno 180 mila le vittime del conflitto in Darfur

Arbour (Onu): "Finora non siamo stati all’altezza del nostro compito di far rispettare i diritti umani"

ROMA - Violenze senza fine nel Darfur. Negli ultimi 18 mesi il conflitto nella martoriata regione sudanese ha provocato più di 180mila vittime. "I morti sono almeno 180mila, ma potrebbero essere anche più di 200mila" , ha dichiarato il Segretario aggiunto dell’Onu per i problemi umanitari, Jan Egeland. In seguito alla guerra civile in corso nella zona sono morte in media 10mila persone al mese, "da quando la situazione si è aggravata nel 2003".

La gravissima situazione del Darfur è stata al centro dell’apertura della 61a sessione annuale della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra. E l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Louise Arbour, ha denunciato l’insufficienza della risposta della comunità internazionale alla drammatica crisi in questa regione del Sudan: "Finora – ha detto - non siamo stati all’altezza del nostro compito di far rispettare i diritti umani". "Il nostro approccio della diplomazia dei diritti umani è selettivo e sporadico", ha aggiunto Louise Arbour sollecitando approcci più efficaci. Poiché "la nostra risposta stata ben al di sotto di quanto esige la nostra responsabilità collettiva nei confronti dei più deboli".

L’Alto commissario Onu per i diritti umani si è detta anche "estremamente preoccupata dall’osservare che alcuni diritti stabiliti da lunga data, come il diritto a non essere torturati, siano adesso oggetto di interpretazioni senza precedenti". Secondo alcuni osservatori le parole dell’Alto Commissario sono da collegarsi alla vicenda del trattamento a prigionieri, da parte degli Usa, nel contesto della lotta al terrorismo.

Ma tornando al Darfur, le stime di Jan Egeland, hanno fatto infuriare il governo di Khartoum. Che lo ha fatto capire benissimo ai 53 delegati della 61a sessione plenaria della Commissione per i diritti umani. Il governo sudanese ha respinto le pressioni internazionali bollandole, per bocca del Ministro della giustizia Ali Yassine come "pressioni smisurate, sbilanciate e ingiuste. Inoltre, per Khartoum "i segnali mandati dalla comunità internazionale hanno esacerbato una situazione già delicata come quella del Darfur"

Per il governo sudanese tali pressioni rischiano anche di intralciare il dialogo coi ribelli sponsorizzato dall’Unione Africana. Negoziati sospesi il dicembre scorso e da allora mai ripresi, nonostante i molti tentativi di riallacciare il dialogo. Del resto lo stesso Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, di fronte al Consiglio di Sicurezza venerdì scorso ha sottolineato che "nessuna delle due parti ha dimostrato di essere davvero coinvolta in colloqui seri e in buona fede, l’unica soluzione necessaria per riavviare un processo che è chiaramente in stallo". E proprio il Consiglio di Sicurezza, informa l’agenzia Misna, potrebbe mettere ai voti entro la fine di questa settimana la nuova bozza di risoluzione sul Sudan presentata nelle scorse settimana dagli Stati Uniti. Il documento prevede l’invio di 10mila caschi blu in Sudan, ma non in Darfur, bensì nel Sud dove si è recentemente conclusa una guerra ventennale. Compito di questa missione dovrebbe essere proprio quello di sostenere la pace raggiunta tra il governo centrale e gli indipendentisti meridionali e sancita con l’accordo definitivo siglato ai primi di gennaio. Ma nella bozza presentata dagli Stati Uniti nelle scorse settimane, ricorda la Misna, si prevede anche la possibilità, previa autorizzazione di Annan, di consentire ai peacekeeper dispiegati nel Sud di collaborare con la missione dell’Unione Africana (Ua) già presente in Darfur.

Sempre riguardo al Darfur, la bozza di risoluzione prevede che l’embargo sulle armi, già deciso nei confronti dei due gruppi ribelli (Jem e Sla) e delle milizie arabe filogovernative (Janjaweed), venga esteso anche nei confronti dell’esecutivo di Khartoum. La risoluzione non contiene invece nessun accenno alla possibilità di giudicare di fronte alla Corte penale internazionale (Cpi) i responsabili di crimini contro l’umanità e crimini di guerra individuati dalla speciale commissione d’inchiesta Onu guidata dal giurista italiano Antonio Cassese. Proprio sul ricorso alla Cpi e la possibilità di nuove sanzioni, ricorda la Misna, si è spaccato il Consiglio di Sicurezza. Alcuni (Stati Uniti) non volendo legittimare la Corte internazionale al cui lavoro si oppongono da tempo continuano a rifiutare un tribunale internazionale, preferendo invece una Corte ad hoc per il Sudan ad Arusha in Tanzania, altri invece non accettano la possibilità di sanzioni, né vedono di buon occhio l’intervento di una forza di pace che non sia africana.

Il Vaticano: "La situazione dei rifugiati in Africa, una cicatrice per tutta la famiglia umana". La Santa Sede chiede all’Onu una soluzione per il Darfur

Intanto un monito viene anche dal Vaticano: che riguarda la situazione dei rifugiati in Africa e la crisi nel Darfur." La situazione dei rifugiati in Africa resta una cicatrice per tutta la famiglia umana. Le precarie condizioni di vita in cui sono costretti milioni di persone strappate dai loro villaggi e dalle loro terre richiede concrete e rapide decisioni per alleviare queste sofferenze e proteggere i loro diritti. La comunità internazionale non può tardare a dare queste risposte. Un ulteriore ritardo significherebbe un ambiguo concetto di solidarietà ai danni di coloro che sono emarginati e senza voce".

Parole, riferite dall’agenzia Sir, di mons. Fortunatus Nwachukwu, consigliere della Missione permanente della Santa Sede presso l’Ufficio dell’Onu e delle Istituzioni Specializzate durante la 32a Riunione del Comitato permanente del Comitato esecutivo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) tenutasi a Ginevra dall’8 all’11 marzo. Nel suo intervento, reso noto dalla sala Stampa vaticana il 14 marzo, mons. Nwachukwu ha parlato anche della crisi in Darfur denunciando "attacchi sistematici alla popolazione civile e la distruzione di infrastrutture e di interi villaggi. Gli attacchi sono brutali e violenti e la violazione dei diritti umani è giornaliera". Nwachukwu ha ricordato che "negli ultimi anni qualche segno positivo si era visto grazie anche alle organizzazioni di volontariato e a quelle che si occupano di rifugiati, ma tutto il processo si era poi arrestato a causa dell’insufficienza di fondi e dalla recrudescenza della violenza e di malattie tra la popolazione del Darfur dove la situazione umanitaria è critica".

Una situazione resa ancor più drammatica dalla mancanza di mezzi: "Gli addetti al monitoraggio dell’Unione militare africana sono insufficienti, mancano i mezzi logistici e le autorità sudanesi non sembrano in grado di proteggere i diritti del loro popolo". "La Santa Sede - ha concluso mons. Nwachukwu - incoraggia la realizzazione di un chiaro sistema di responsabilità verso le persone rifugiate che richiede maggiore risorse umane e finanziarie e soprattutto una politica che agisca e intervenga per disarmare gli aggressori. Per questo chiede lo stop al commercio di armi nel conflitto e l’accertamento di eventuali responsabilità per crimini di guerra e contro l’umanità". (Inform)

 


Vai a: