* INFORM *

INFORM - N. 264 - 24 dicembre 2004

MIGRAZIONI

La Migrantes sul Messaggio pontificio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni del 2005

L’integrazione interculturale: un dono natalizio del Papa ai migranti

ROMA - Integrazione è uno dei nomi nuovi della pace, che è l’annuncio cantato dagli angeli nel Natale degli anni zero e che ritorna con freschezza sempre intatta e affascinante da due millenni per il compleanno del Figlio di Maria, mandato dal Padre nella pienezza dei tempi e che continua a vivere "ieri, oggi e nei secoli". Chi celebra il Natale entrando in questo alone di fede e non per pura spinta di una tradizione esteriore, dopo aver reso "gloria a Dio" per il dono del suo Figlio, augura e annuncia la "pace agli uomini". A quali uomini? A quelli che il Padre ama, anche a quel ricchissimo campionario di umanità che i flussi migratori portano tra di noi, gente che rivive sulla propria pelle le vicende di quel Bambino che è nato fuori casa e fuori patria, costretto dalla spada di Erode a mettersi in salvo in Egitto.

Il messaggio del Papa, nelle immediate vicinanze del Natale, sulla "integrazione interculturale" sembra provocarci a questa seria riflessione. Integrazione, si diceva, è quasi sinonimo di pace; ne aveva parlato a lungo Giovanni Paolo II nel messaggio per la Giornata della Pace 2001, nel quale integrazione trova l’equivalente in "pacifica convivenza", "reciproca comprensione e comunione", "dialogo tra le differenti culture e tradizioni". Al tema egli ha voluto dedicare anche il messaggio per la Giornata delle Migrazioni dell’anno seguente e, ciò che maggiormente sorprende, viene già presentato nel primo della lunga ininterrotta serie di questi messaggi, quello del 1986, che ha per titolo: "Il diritto dei fedeli migranti alla libera integrazione ecclesiale". Sarebbe interessante sostare un momento per evidenziare come questa "libera integrazione ecclesiale" sia la logica conseguenza e quasi l’altra faccia della formula, introdotta essa pure da Giovanni Paolo II, "Nella Chiesa nessuno è straniero".

Per noi credenti il fascino di queste formule scaturisce da tanti aspetti del mistero cristiano, a partire dal mistero che sta al centro delle feste natalizie: il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi (cf Gv 1, 14), nascendo da una donna nella pienezza del tempo "perché noi ricevessimo l’adozione a figli"(cf Gal 4, 5). Questo "noi" non è circoscritto a greci o barbari, a ebrei o gentili, a vicini o lontani, ma ha tutta l’estensione della paternità di Dio e dà all’integrazione tutto lo stile e il gusto della fraternità. Un’integrazione dunque non subita da rassegnati, ma ricercata, accolta e costruita con impegno e fatica sia personale che dei nostri vari gruppi di appartenenza, a partire da quello ecclesiale. E con tanto intelligente realismo, perché l’integrazione non è un percorso unidirezionale, ma l’incontro di due che si muovono l’uno verso l’altro, disposti ad accogliere ed apprezzare le peculiarità ed anche le diversità dei singoli, nel rispetto della propria e dell’altrui identità.

É penoso pensare che sia proprio qualche italiano, qualche insegnante italiano, a voler rimuovere dalla scuola il presepio o almeno rimuovere Gesù dal presepio e sostituire questo nome che richiama il volto ben definito di un Bambino che è entrato nella nostra storia con altra evanescente parola. E perché? Per rispetto al pluralismo religioso degli alunni. Ad essere coerenti in questa logica si dovrebbe abolire anche l’augurio di "Buon Natale" o la stessa festività infrasettimanale, perché il bambino non cristiano – si obietta - potrebbe chiedersi che significano quelle parole o quelle festività e potrebbe rimanerne turbato. Invitiamo questi insegnanti a leggere con attenzione il Messaggio del Papa e fermarsi in particolare sul suo invito a "promuovere una fecondazione reciproca delle culture…, la conoscenza e l’apertura delle culture tra loro, in un contesto di comprensione e di benevolenza…". É "di qui - conclude il Papa - che scaturisce quel clima di ragionevolezza civica che consente una convivenza amichevole e serena" e rimuove il pericolo di trasferire sui bambini pregiudizi e complessi di cui sono vittime gli adulti. (Migranti press/Inform)


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