* INFORM *

INFORM - N. 259 - 18 dicembre 2004

POLITICHE COMUNITARIE

L’Unione Europea socchiude la porta alla Turchia

Chi dice sì, chi dice no, e c’è anche il ni, tutti con le loro buone ragioni. Il dibattito interessa anche la Svizzera

L’annuncio è del 16 dicembre: il 3 ottobre 2005 inizieranno i colloqui per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Nove mesi di intervallo, il tempo giusto, si è detto, per consentire al governo turco di riconoscere Cipro. E’ una delle condizione preliminari, perché la domanda aggiornata e più vera è questa: quale Turchia raggiungerà l’Europa tra dieci anni? E si sottolinea subito l’aspetto economico, che al momento preoccupa e fa temere un’invasione di disoccupati negli altri Paesi dell’Unione, anche se alcune proiezioni, fatte dai competenti centri studi, parlano di un balzo economico spettacolare da qui al 2025: si passerà dai 4.016 dollari a testa annuali di oggi a 12.829. Ma qualcuno avanza anche un dubbio: i mercati daranno fiducia? E ancora: e l’immensa popolazione agricola dove finirà?

Si apre poi un secondo capitolo, i diritti dell’uomo, che toccano vari aspetti della vita in Turchia: il problema kurdo con tutte le sue implicazioni, la pena di morte, il reato d’opinione, anche se qualche passo verso la democratizzazione si è fatto.

Terza fonte di domande l’immigrazione, già toccata al primo punto: si prevede che i 73 milioni di abitanti saranno 90 milioni nel 2025, quanto basta per inquietare Bruxelles sul rischio di una immigrazione di massa.

In un rapporto del Senato francese dell’aprile 2004 si dice: "Non si tratta di ammettere in Europa la Turchia com’è oggi: Bisogna permetterle di proseguire la sua trasformazione e di darne la prova". Un’anticamera che dura da 45 anni e non è ancora finita.

Per i partigiani dell’adesione turca, l’Europa sarà definita dai suoi valori, valori che la Turchia deve accettare: democrazia, separazione dei poteri, Stato di diritto, rispetto dei diritti dell’uomo e delle minorità, laicità, libertà individuale, economia di mercato. Sono questi i criteri che, a partire dal 1993, sono alla base di ogni negoziato di adesione all’UE, e sono questi gli esami che aspettano la Turchia per essere promossa. Ma la faccenda non è così pacifica, se Giscard d’Estaing ribadisce con l’abituale solennità: "La Turchia non è europea, la sua capitale non è i Europa, il 95% della popolazione è fuori dall’Europa". Ma i partigiani dell’adesione rispondono: è falso! La storia dice anche che nel 1566 l’impero ottomano arrivava fino in Serbia, cioè in piena Europa.

Qui viene fuori da parte della Commissione europea un approccio più soft: il cosiddetto PEV, cioè una "politica europea di vicinanza", che prevede una "integrazione progresssiva". Ed è qui che qualcuno cala un fendente micidiale: se le cose stanno così, è la Turchia o l’Europa a non avere punti di riferimento? Chi ci rimetterà la propria identità?

Una scheda sulla Turchia

- Superficie: 779 452 Kmq; il 3% del territorio è sul continente europeo

- Popolazione: 73 milioni, di cui il 3% in Europa

- Religione: 99% musulmani in maggioranza sunniti

- Minoranze: Kurdi, cioè il 20% della popolazione, più Armeni ed Ebrei

- Popolazione di origine turca in Europa: 3.860.000 (dati del 2001), di cui il 67% in Germania

- Esercito: 514 850 uomini. La Turchia è membro della Nato dal 1952.

Una Turchia europeizzata o un’Europa islamizzata? I dati di un sondaggio

Dietro i turchi c’è l’islam? E’ questa la convinzione che anima il dibattito in Svizzera sull’entrata della Turchia in Europa e abbiamo già avuto modo qualche tempo fa di registrare valutazioni diverse. Vogliamo allora dare un’occhiata alla realtà musulmana che vive in Svizzera? Può aiutare a farci un’opinione.

Un sondaggio del SonntagsBlick del 28 novembre 2004 ha raccolto questi dati:

- Il 78% della popolazione svizzera di ogni confessione ritiene che i 340 mila musulmani che vivono nella Confederazione non costituiscono una minaccia. Anzi, la percentuale cresce fino all’84% nella categoria dai 15 ai 34 anni.

- La proposta di creare una cattedra per la formazione degli imam, finanziata da fondi privati, raccoglie il 61% di favori contro il 30% di contrari. I favorevoli salgono al 63 % nella Svizzera tedesca e scendono al 54 nella Svizzera romanda.

- Questione del velo: 36% sono contrari, 53% favorevoli, il 7% giudica che dipende dalle circostanze.

Musulmani in Svizzera

Prendo questi dati dal numero del 9 dicembre 2004 di HEBDO.

Centri di origine araba - Sono 26, di cui 17 nella Svizzera romanda, con 22 imam e 10-12 mila fedeli. Cinque imam ricevono un sussidio dalla Lega islamica mondiale, che versa 350 mila franchi annuali per un centro a Basilea. In tutta la svizzera i musulmani di origine araba sono circa 17 mila. Si tenga inoltre presente che nel 2000 i musulmani di nazionalità svizzera erano 36 000, di cui quasi una metà convertiti.

Centri albanesi - Sono 49, di cui nove in Svizzera romanda, con un totale di 15 imam. Secondo l’importanza dei centri, i fedeli che partecipano sono da 50 a 250 persone, per un totale di 4-5000 persone. L’intera comunità musulmana albanese in Svizzera è di circa 150 mila persone.

Centri bosniaci - Sono 21 (5 in Svizzera romanda), con dodici imam formati per lo più a Sarajevo. Solo quindici centri organizzano la preghiera del venerdì e raccolgono circa 800-900 fedeli. La comunità in Svizzera tocca le 25 000 persone.

Centri turchi - Sono 31, essenzialmente nella Svizzera tedesca. Secondo l’ambasciata turca gli imam professionisti sono 20, finanziati dal Dayanet, una specie di Ministero del culto turco. I fedeli sono 4-6000. La comunità intera è di 60 mila persone.

E aggiungo questi ultimi dati: il 65% dei musulmani rispetta prima di tutto la legge svizzera; l’84% dice di essere ben accettato in Svizzera; il 20% pensa che una musulmana ha il diritto di portare il velo.

Sono solo dei dati, dai quali partire per schiarirci le idee e farci un’idea nostra. (Silvano Guglielmi*-Inform)
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* Missionario Scalabriniano


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