* INFORM *

INFORM - N. 249 - 6 dicembre 2004

ITALIANI ALL’ESTERO

L’opinione di Marcello Alessio

Assemblea del CGIE: istruzioni per l’uso

Come sempre, forse oggi più che mai, all'apertura di un'Assemblea del CGIE ci si chiede: riusciranno i nostri eroici Consiglieri, in particolare quelli che rappresentano in qualche modo le collettività all'estero (quelli di nomina governativa in linea di massima rappresentano la palude politica italiana e quindi più o meno gli va bene tutto) a riservare tempo e attenzione sufficiente a quei quattro o cinque argomenti che veramente interessano e importano alle masse dei cittadini italiani e soprattutto dei loro discendenti, che in aree come l'America e l'Australia costituiscono ormai la schiacciante maggioranza rispetto agli ormai scarni gruppetti di anziani emigrati "in senso stretto" e ai loro figli ancora troppo impegnati ad affermarsi sul posto? O ancora una volta prevarranno gli argomenti secondari e "autoreferenziali"?

Bisogna riconoscere che questa volta, se non il vero, auspicabile dibattito precongressuale -che ormai Internet consentirebbe a tutti - ci sono state però alcune importanti prese di posizione, che, da punti di vista diversi e anche opposti, hanno opportunamente posto l'accento su alcuni punti-chiave.

- Al primo posto, va messo ovviamente il dilemma sul ruolo e significato politico del CGIE, o meglio, di tutto il complesso costituito da Comites, Associazioni e CGIE. Argomento che è stato affrontato, aggirato o sfiorato da più parti specialmente in occasione della elezione del Comitato di Presidenza, ma su cui nessuno ha detto o scritto parole più chiare e conclusive che Luciano Neri, il vero rappresentante, anzi il guardiano, della più tradizionale partitocrazia italiana all'interno del CGIE. In un commento pubblicato il 20 ottobre, egli ha lanciato un perentorio ammonimento: "E' tempo di superare un consociativismo negativo... che tende a presentare un CGIE "indistinto", genericamente e tutto proiettato a fare il "bene degli italiani all'estero". Occorre cominciare a riconoscere che c'è differenza tra chi i tagli li fa e chi li contrasta, tra chi smantella i servizi e chi li vuole mantenere e qualificare, tra chi vorrebbe cancellare i patronati e chi al contrario rafforzarne l'insostituibile e storico ruolo di assistenza e protezione sociale, tra chi mina l'unità del Paese e chi la vuole mantenere all'interno di un federalismo solidale, tra chi sta con le "Madri di Plaza de Majo" e chi con i dittatori criminali, tra chi crede in Bush e chi nell'Europa, tra chi ha voluto la guerra e chi è contrario". Insomma, gli italiani all'estero sarebbero obbligati a "schierarsi" secondo le casuali, cervellotiche e pretestuose combinazioni del gioco politico italiano. Guai, allora, a chi osa riconoscere, sia pur sommessamente, che qualche merito ce l'ha anche quel pasticcione di Tremaglia, che persino la Lega con tutte le sue sciocchezza qualche contributo alla modernizzazione del paese lo ha dato, che in certe aree del mondo i patronati hanno sicuramente fatto il loro tempo, che anche la sinistra quando è stata al governo ha fatto i suoi tagli di bilancio (e meno male!), ha partecipato alle sue guerre e ha promosso i suoi inutili e costosi convegni... Guai, in definitiva, a quell'atteggiamento "consociativo" (un tempo si sarebbe detto, con identica improprietà, "qualunquistico") di chi rifiuta di scegliere e schierarsi, quando le proposte politiche che si presentano come "alternative" sono in realtà ugualmente inconsistenti e deludenti. La verità è che Il vero consociativismo, il vero qualunquismo, in Italia, è quello di una classe politica che in tutte le sue componenti è ormai quasi completamente e tristemente omologata, per non dire appiattita, su contenuti e su "slogan" intercambiabili, con i quali rincorre clientele e interessi corporativi, senza ideali ma senza neppure quell'autentico professionismo che altrove tiene ancora in piedi un minimo di democrazia partecipata.

- Se la posizione espressa da Neri fosse condivisa da tutta la sinistra, verrebbe quasi da pensare che tutto sommato la destra sia davvero più moderna...per fortuna, in questi stessi mesi, altre parole, più moderate e sensate, sono state pronunciate, in particolare da Rodolfo Ricci. Ad ogni modo, un efficace banco di prova della modernità e della buona fede dei politici potrebbe essere costituito da un approfondito dibattito su un tema apparentemente secondario, cioè quello dei c.d. corsi di formazione professionale, che soprattutto in Argentina e in Brasile hanno continuato a dilagare anche dopo la denuncia presentata da un membro del CGIE, e conseguente rimozione di un alto funzionario del Ministero del Lavoro. Il fatto che in questi corsi, anche dopo le iniziali, accorate denunce del compianto Vice Segretario Generale Macrì, hanno continuato a scorrere milioni di Euro, e a tutt'oggi non è stata pubblicata nessuna statistica seria sul loro presunto impatto sulla condizione dei "giovani" italiani all'estero. Ci dobbiamo per ora accontentare delle assicurazioni dell'amico Fabio Porta, il quale ancora recentemente si è affannato a dire che questi corsi hanno avvicinato chissà quanti giovani alle istituzioni della comunità....il costo medio di questi corsi è intorno ai 300.000 Euro: quanti saranno i giovani "recuperati alla collettività" da ciascuno di essi? Facendo un'ipotesi: quanto è giusto che paghi il contribuente italiano per ogni giovane "avvicinato" alla collettività? E, se per attirare i giovani bisogna pagare tanto, non sarà per caso meglio lasciare che le collettività seguano il loro ciclo naturale, e, arrivate a un certo punto, si estinguano?

- Sul problema generale, del rapporto tra "vecchi emigrati" e "giovani discendenti", è stato ancora una volta Randazzo a scrivere le parole più sagge in un recentissimo editoriale, riferito all'Australia ma perfettamente adattabile anche alla realtà sudamericana. In esso, egli ha rilevato che, dopo decenni e secoli di indifferenza, "nello spazio di un ventennio si è cercato di mettere insieme i cocci rotti, di ridare identità nazionale e regionali che intanto si erano sbiadite, di recuperare linguisticamente e culturalmente le nuove generazioni che in massima parte non sono più italofone". Sforzo non solamente tardivo, ma spesso anche basato su una serie di presupposti falsi e addirittura assurdi, di cui Tremaglia è certamente il maggiore vessillifero, ma da cui non sono certo indenni tanti sedicenti esperti e "addetti ai lavori" di tutte le inclinazioni politiche. Agli errori dello Stato, si sono poi aggiunti quelli delle Regioni, su cui sempre Randazzo aveva pubblicato appena una settimana prima aveva pubblicato significative riflessioni L'iperattivismo a cui molte Regioni, e anche qualche Provincia e altri enti pubblici più o meno locali, sembrano abbandonarsi sempre più volentieri nei confronti dei connazionali all'estero e/o dei paesi che li ospitano (da ultimo, va molto di moda il Brasile), sembra spesso ispirato a ragioni di piccolo cabotaggio politico che non giustificherebbero neppure le frequenti, lunghe ed estenuanti trasferte di tanti rappresentanti politici e burocratici locali. Senza tirare in ballo la solita retorica sull'Unità Nazionale - un'ossessione per Randazzo, che però è fuori luogo perché una vera politica per l'emigrazione, come una vera e autonoma politica estera, lo Stato centrale italiano praticamente non l'ha mai avuta - e a parte il solito rischio di buttar via milioni per giustificare piccoli favori da quattro soldi, il vero pericolo in queste iniziative è quello di "bruciare" quelli che potrebbero essere dei legami culturali ancora miracolosamente sopravvissuti dopo numerose generazioni, soprattutto in aree relativamente isolate come quelle venete e trentine nel Sud del Brasile. Proprio da qui sono venuti recentemente sintomi preoccupanti, come la polemica fra "Trentini nel Mondo" e "Famiglie Trentine" intorno all'Assessore Berasi, la sovrapposizione di un "Comitato veneto di S. Catarina" alla preesistente rete associativa, le incursioni del misterioso Istituto Siciliano Fernando Santi, sui vascelli garibaldini, a Laguna e dintorni....e invece con queste cose non bisognerebbe scherzare né procedere con leggerezza, perché se esiste una speranza di riaccendere un vero rapporto fra l'Italia e i discendenti dei suoi remoti emigrati, esso è affidato essenzialmente alla capacità di elaborare una vera politica culturale, certamente da coordinare tra le diverse regioni e con quel che resta del "livello centrale", e che, per cominciare, non sia più incentrata sull'apprendimento a tutti i costi di una lingua italiana di cui per ora la maggioranza dei discendenti non sa assolutamente che cosa fare, né sulla elargizione di premi e regalie (come i viaggetti in Italia) che creano soprattutto cupidigie e gelosie in seno alle collettività locali.

- La questione della lingua italiana ci porta a sfiorare un altro argomento, quello della riforma della Legge 153, che in teoria dovrebbe essere ampiamente discusso in seno al CGIE, ma rischia in effetti di restare in secondo piano dato che ormai esso è considerato "terreno di caccia riservata" per gli Enti gestori, il cui ruolo sembra ormai impossibile da modificare. Almeno fino a quando continueranno a piovere i finanziamenti, nel rispetto dei monopoli ormai consolidati da unna decennale e miope politica.

- Meglio non parlare neppure dei problemi relativi all'anagrafe e al voto, che comunque riguardano una ristretta minoranza (i connazionali di passaporto), e, all'interno di essa, un gruppo ancor più ristretto, cioè quello dei votanti, ma poi, a guardar bene, anche all'interno del gruppo dei votanti, solo i pochissimi che si possono considerare effettivamente motivati, e votano sapendo quello che fanno e non per mero conformismo.

- Il più grave dei problemi, almeno per il Sudamerica, resta quello delle "file" per i riconoscimenti di cittadinanza. Esso andrebbe una buona volta affrontato da un punto di vista tecnico e prescindendo da ogni pur legittima considerazione sul merito delle motivazioni che spingono tanta gente ad affrontare un percorso sempre più difficile e aleatorio per conquistare una cittadinanza di cui poi la maggioranza non saprà che fare, una discreta parte farà un uso improprio (Miami, Madrid...) e solo un'infima - ma preziosa - minoranza saprà o potrà realmente fruire, trasferendosi nella terra degli avi, dove certamente sarà bene accolta. Su questo, continuano ad arrivare notizie inquietanti da diverse circoscrizioni consolari, mentre sembra assai lontana una informazione di base, indispensabile punto di partenza per qualunque tentativo di soluzione del problema: e cioè, QUANTI sono i discendenti in lista di attesa, QUANTI se ne aggiungono ogni giorno, e QUANTI riconoscimenti vengono portati a termine nello stesso periodo e nella stessa circoscrizione? Informazioni talmente essenziali che, "per non sapere né leggere né scrivere", qualche Ufficio consolare avrebbe addirittura sospeso l'accettazione delle nuove domande. Se confermata, si tratterebbe di una delle più tipiche applicazioni della "politica dello struzzo"!

Infine, possiamo concludere col problema più antico, quello della natura giuridica dei Comites, che Tommaso Conte ha avuto il grande merito di sollevare in una lettera indirizzata l'11 novembre a Narducci, e su cui Castellani è poi tornato poco dopo. A tale proposito, mi permetto di ricordare che per circa due anni, quando ancora credevo nella capacità dei nostri parlamentari di studiare, e capire, gli argomenti sui quali ritengono di dover legiferare, avevo cercato di richiamare la loro attenzione sulle più evidenti contraddizioni e carenze del testo unificato sulla riforma dei Comites adottato il 14 maggio 1997. Il 23 marzo 1999 "Inform" pubblicò una mia lettera al Comites di Caracas, col titolo "La Riforma dei Comites non affronta il grave problema della responsabilità contabile degli amministratori"; ma sullo stesso argomento la mia corrispondenza, con deputati e senatori di tutti i gruppi, era iniziata già da un anno, e andò avanti sino agli inizi del 2001. Una volta addirittura riuscii, con una telefonata all'On. Cerulli Irelli, a far bloccare l'approvazione in Commissione della legge, che era già stata concordata per il giorno dopo. Alla fine comunque prevalsero, come sempre, le ragioni della demagogia, coalizzate con l'indifferenza dei politici di mestiere, e la rozza sbrigatività dei vari "uffici legislativi", cioè della burocrazia che in definitiva è quella che veramente fa le leggi. E la riforma dei Comites venne fuori così com'è, più "deforma" che riforma. Tuttavia, sarebbe senz'altro possibile eliminarne le anomalie più stridenti senza tornare a scomodare il Signor Legislatore, semplicemente diramando opportune istruzioni alle Rappresentanze, e consentendo di configurare una veste giuridica coerente e decente ai Comites, in funzione delle normative locali (che poi variano ben poco). eventualmente mediante accordi con le competenti Autorità locali. Insomma, che i diplomatici ritornino un po' a fare il loro mestiere! (Marcello Alessio-Inform) <m.alessio@italbrasileiros.adm.br>


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