MIGRAZIONI
Emigrazione e immigrazione, facce della stessa medaglia?. A colloquio con padre Lorenzo Prencipe, presidente del CSER
"Oblio quasi volontario di quella che è stata la nostra emigrazione. Nella legislazione italiana mancano politiche per l’integrazione degli immigrati"
ROMA - Entrando nel Centro Studi Emigrazione di Roma, e guardandosi intorno, oltre che sui numerosi volumi (la prestigiosa biblioteca del CSER ne annovera ormai 43 mila) può capitare di posare l’occhio su...Ellis Island. O meglio, su una piccola riproduzione in ceramica di quello che oggi, sull’isola, è il Museo dell’emigrazione e una volta stazione di controllo sanitario e di identità. Tappa obbligata prima di poter entrare in Usa. Ad Ellis Island si mescolava gente dalle diverse nazionalità, tra cui gli italiani. Innumerevoli italiani. Alla ricerca di un mondo migliore, di un futuro dignitoso. Lo stesso futuro che oggi cercano tanti stranieri che approdano nel nostro Paese.
Si dice sempre, padre Prencipe, che emigrazione e immigrazione siano le due facce della stessa medaglia…
E’ vero, si dice che siano le facce della stessa medaglia…di fatto, viviamo in Italia un processo di oblio, quasi volontario, di quella che è stata la realtà dell’emigrazione italiana con le sue connotazioni e le sue caratteristiche. Un oblio, secondo me, anche più colpevole per il fatto che questa emigrazione italiana, che si considera finita negli anni settanta, di fatto ancora continua. Sicuramente con forme e modalità nuove e diverse ma sempre dettate dalla stessa ricerca di migliori condizioni di vita. Non dimentichiamo che, soprattutto dal sud d’Italia, ancora oggi decine di migliaia di connazionali all’anno si recano all’estero. Fra loro, persone altamente qualificate sul piano professionale ma anche italiani senza o con scarsissima qualifica, che tentano di inserirsi in un mercato del lavoro sempre più mobile, mutevole e che nel nostro Paese non offre ancora oggi garanzie di avvenire.
E’ in questa realtà, un po’ triste, di oblio quasi volontario della storia della nostra emigrazione che si inserisce tutta la problematica dell’attuale immigrazione in Italia. Problematica che viene vissuta quasi essenzialmente sotto due vertenti.
Quali?
La prima, più immediata e scontata, è quella dell’accoglienza, dell’aiuto, del tentare di rispondere alle urgenze e alle necessità. E, da questo punto di vista, tutto ciò che si fa è ben fatto. Anche se non mi troverebbe d’accordo chi dicesse che ci si deve limitare alla prima accoglienza, che questa è l’unica cosa da fare.
La seconda mi preoccupa di più: l’immigrato, oggi, è considerato essenzialmente un clandestino. Se andiamo a vedere, tutta la nostra attuale legislazione in materia di immigrazione, dalla legge Bossi-Fini e ultime modifiche appena varate, poggia su questo tipo di presupposto. Il pensare che la maggioranza degli immigrati siano clandestini è alla base delle diverse disposizioni.
Non dobbiamo mai dimenticare, invece, che coloro che noi definiamo "clandestini" sono in genere persone che partono alla ricerca di condizioni di esistenza migliori, così come continuano a fare gli italiani ancora oggi. Chiamarli clandestini vuol dire, in certo qual modo, costruire loro attorno una barriera di sfiducia, di sospetto, di criminalizzazione che non aiuta certo l’Italia e gli italiani a fare il passo ulteriore: quello che dall’emergenza porta all’accettazione e alla integrazione nella nostra società di persone che, con culture e apporti diversificati, vogliono fare parte del nostro mondo.
Poiché questa è la cosa importante di cui tenere conto: l’immigrato oggi non vive tanto la temporaneità quanto l’idea di cercare un posto dove poter stare, costruire una esistenza e relazioni stabili e durevoli. Ed è in questa ottica che vanno create precondizioni e condizioni per la sua permanenza, e realizzate politiche per l’integrazione che ancora oggi mancano nella nostra legislazione.
Comuni italiani si stanno muovendo per consentire il voto amministrativo agli immigrati. Sembra un passo importante nei loro confronti. Lei che ne pensa?
Sicuramente importante. Ma, credo, non tanto per l’atto in se stesso quanto per il fatto che così si aiuta a ingenerare l’idea nell’opinione pubblica e nei media – molto riluttanti a trattare l’immigrazione come un fenomeno complesso e pronti, nella notizia, a semplificare e a cercare scorciatoie - che con gli immigrati dobbiamo convivere, costruendo insieme quello spazio comune sociale che ci vede tutti quanti attori. Il diritto di voto, essendo l’espressione democratica per eccellenza di una società che dice libera, aperta e tollerante, è senz’altro un aspetto importante. Ma oltre a questo ve ne sono altri altrettanto importanti: l’accettazione e la comprensione di culture diverse, la capacità di farle "dialogare"... In questo processo educativo alla intercultura il cammino da percorrere è ancora lungo.
Torniamo agli italiani all’estero. Quali, secondo lei, le politiche che andrebbero perseguite, specialmente in Paesi come quelli dell’America latina dove le crisi sociali ed economiche mettono a dura prova i nostri connazionali?
Governo e amministrazioni, più che sotto forma di interventi diretti dovrebbero aiutare quel Terzo settore, quel mondo associativo e del volontariato capaci di proporre progetti innovativi, di sviluppo, di cooperazione in quei luoghi dove anche è stata forte, ed è forte, la presenza delle nostre comunità. E’ questo che spesso manca alle politiche governative e amministrative. Molte volte si tende a risolvere in proprio o a dare una sovvenzione, un determinato aiuto "una tantum" per mostrare che il governo italiano è presente. Ma il governo sarebbe maggiormente presente se valorizzasse tutto quel settore che dall’Italia si muove verso Paesi come Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela... dove comunità storiche di emigrati vivono, insieme a quelle locali, situazioni di grave disagio, di sottosviluppo, di precarietà. Iniziative progettuali di carattere economico, sociale, culturale possono incidere in maniera nuova, e notevole, sul tessuto sociale di quei Paesi. Questo il passo che il governo, secondo me, dovrebbe fare in modo più esplicito.
Rimanendo nell’ambito dell’emigrazione, quali iniziative ha in programma il CSER?
Abbiamo in cantiere pubblicazioni insieme alla nostra rivista "Studi Emigrazione". Una, che uscirà all’inizio del 2005, riguarda l’attuale realtà emigratoria in Germania: in sintesi, come la comunità italiana vive il mondo del lavoro, della scuola, l’inserimento nella società tedesca.
Ci proponiamo poi di organizzare verso la fine del 2005, insieme all’Università di Lecce, un convegno sulla realtà dell’emigrazione italiana dal 1970 ad oggi. Poiché l’emigrazione, come già sottolineato, esiste ancora. E ogni tanto se ne parla in qualche giornale dove si legge la notizia di siciliani che partono dalla loro isola su corriere che portano in Germania… Mancano però studi e dati capaci di mettere in prospettiva questa realtà. In occasione del convegno ci sarà la pubblicazione dello "status questionis" sulla realtà dell’emigrazione italiana oggi. (Simonetta Pitari- Inform)