* INFORM *

INFORM - N. 241 - 25 novembre 2004

CULTURA

Scritture migranti... per una poetica del futuro

Incontro in Campidoglio con la scrittrice brasiliana Christiana de Caldas Brito

ROMA - Amanda, Olinda, Fausta, Azzurra, Sylvinha, Ana... Sono donne approdate da terre lontane, da Paesi latinoamericani in una Italia per loro tanto diversa e difficile da affrontare. Sono donne che hanno subito e vissuto fino in fondo lo sradicamento: dalla propria famiglia, dalla propria terra, dalla propria lingua. Un triplice e doloroso strappo che le costringe a fare i conti giorno dopo giorno, nel paese che le ha accolte, con una nuova e dura realtà, con i numerosi e complessi problemi che si parano loro davanti.

Sono le donne protagoniste dei racconti di Christiana de Caldas Brito, brasiliana di Rio de Janeiro, dove è nata nel 1939. Sposata ad un italiano, vive da molti anni a Roma, dove esercita la professione di psicologa e psicoterapeuta. E dove scrive i suoi testi: tutti in lingua italiana.

Christiana de Caldas Brito porta scolpita nel Dna la vocazione per la scrittura letteraria: suo nonno era un poeta e sua madre una scrittrice. In Italia ha vinto alcuni importanti premi per le sue opere.

I suoi sono racconti come in Amanda, Olinda, Azzurra e le altre; storie per ragazzi come La storia di Adelaide e Marco; pièces teatrali. E sta per uscire nelle librerie Qui e là, racconti editi dalla Cosmo Iannone nella collana Kumacreola diretta da Armando Gnisci (il libro sarà presentato ufficialmente il 12 dicembre a Roma in occasione della fiera della piccola e media editoria "Più libri più liberi").

Sono racconti brevi quelli della narratrice brasiliana ("Se con poche pagine sento di aver detto quello che volevo, mi fermo"). Ma sono testi nei quali, con toni lievi e ammantati di ironia, si parla di temi forti, soprattutto attraverso personaggi femminili. Si parla di solitudine ("rumori di persone assenti" viene definita in un racconto), di problemi di identità ("Chi" è il nome di un personaggio, una donna immigrata che non trova la sua: un racconto del disagio, della sofferenza), di "saudade" (quella sottile malinconia che nasce dalla nostalgia: "dentro di te è un grande orologio che batte sempre senza fermarsi mai. L’orologio batte forte ma tu non sai mai che ora è", dice un personaggio).

Solitudine, identità, "saudade" sono i tre cardini attorno ai quali si sviluppano le sue opere, come ha spiegato Christiana de Caldas Brito nel corso dell’incontro in Campidoglio (parte del ciclo Scritture migranti. Incontri per una poetica del futuro promosso dal Comune di Roma-Ufficio alle Politiche della Multietnicità. V. Inform n. 223 del 4 novembre) introdotto, dopo un breve saluto della Consigliera Franca Eckert Coen e del prof. Armando Gnisci, dalla giornalista del Tg3 Lazio Alessandra Atti di Sarro. Che ha posto l’accento sull’importanza di "ragionare di immigrazione anche in termini di apporto culturale".

Alle storie dei personaggi della scrittrice - che ha saputo trascinare il pubblico, tra i quali molti giovani, nel mondo dei migranti attraverso la lettura di brani dal ritmo coinvolgente, dal linguaggio fortemente espressivo – fanno da sfondo la terra madre e la terra di accoglienza, con le loro tradizioni, le loro culture. Sono storie in cui si riflette la complessità del vivere in due mondi diversi. Che alla fin fine, però, si intersecano, arricchendosi della cultura dell’altro. Come le lingue. Dalla lingua madre – "barca che porta i pensieri" - nella quale lo straniero cerca rifugio all’impatto traumatico con l’idioma sconosciuto - dai suoni estranei che da una parte respingono e dall’altra incuriosiscono - alla nuova lingua che piano piano entra, penetra nel tessuto interiore. Con un processo di mescolamento che non può che arricchire le due lingue, quella delle proprie radici e quella di adozione. Dando loro nuova vitalità, facendo entrare parole nuove, creando a volte parole nuove. Ana de Jesus (il racconto omonimo vinse nel 1995 il secondo premio di narrativa al concorso per scrittori migranti Eks&Tra) è una colf che parla in quello che Christiana de Caldas Brito definisce "portuliano": un italiano al quale si mescola il portoghese, dando vita a un nuovo idioma. Un po’ come il "talian" dei nostri emigrati veneti nel sud del Brasile, lingua nata dall’innesto del brasiliano nel dialetto veneto.

"Leggerezza" della narrazione ma temi forti, abbiamo detto. Sylvinha con la Ypsilon, è una giovane venditrice di calzini con una grande passione: il teatro. E’ per il teatro che il suo cuore palpita. Ma è una passione che non può coltivare. Sylvinha, nel cui nome vi è la lettera Y estranea all’alfabeto della sua lingua, sacrificherà sia il suo cuore (impiccandolo) sia la lettera (gettandola dalla finestra). E’ un racconto che, dietro una narrazione quasi favolistica, parla dell’annullamento di una persona.

"Io non faccio letteratura d’intrattenimento, il mio è un grido di denuncia", ha sottolineato la scrittrice. Denuncia del disagio, delle ingiustizie (come in un libro, di prossima pubblicazione, in cui per la prima volta affronta la corposità del romanzo per raccontare la vita in una favela di Rio de Janeiro) Fino a portare l’autrice a scrivere un "racconto politico". Io, polpastrello 5.423 (pubblicato in Diaspore europee & Lettere migranti e che farà anche parte dei racconti di Qui e là) denuncia le discriminazioni operate nei confronti degli immigrati. Schedati nelle questure come se fossero dei criminali: "Non siamo criminali, siamo venuti in questura per rispetto della legge", tenterà di spiegare, invano, il polpastrello di un immigrato ai poliziotti dal manganello facile. (Simonetta Pitari-Inform)


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