RASSEGNA STAMPA
Intervista de "Il Giornale" al Ministro degli Esteri Gianfranco Fini
Soldati in Irak per tutto il 2005
ROMA - Politica interna? «Non ci provate nemmeno!», ribatte secco Gianfranco Fini. Dal question time che lo vede protagonista tra le rive del golfo di Aqaba e il mar Rosso fuoriesce il capitolo tasse. Le incombenze sono altre. E nemmeno di così poco conto visto che il neoministro degli Esteri rulla da due giorni in una fitta serie di incontri al vertice. Lunedì a Bruxelles, i colleghi della Ue. Ieri in Egitto, a latere della conferenza sull'lrak, i faccia a faccia con i pari grado di Usa, Iran, Irak, Turchia, Egitto e Siria per cercare di dipanare l'aggrovigliata matassa mediorientale. Giro d'orizzonte complesso, tra affermazioni formali dì intenti al tavolo della conferenza e dissociazioni di fatto una volta girato l'angolo, da parte di alcuni Paesi arabi. Ma Fini è soddisfatto. Fa capire che ci sono almeno tre elementi del puzzle che sono a questo punto sistemati: la permanenza delle truppe italiane fino alla fine del 2005, per garantire le «doppie elezioni», il forte richiamo ad Allawi a tener conto di tutte le espressioni etniche e politiche e ancora - ultimo ma non meno importante - il mutamento dell'atteggiamento di Francia e Germania. «A questo punto - dice il titolare della Farnesina - è importante che quei Paesi che avevano espresso forte contrarietà all'intervento della forza multinazionale, la riconoscano oggi come elemento essenziale per lo svolgimento delle elezioni, la sicurezza degli iracheni e il completamento del processo di pace».
Parigi e Berlino ravvedute?
«Diciamo che hanno storicizzato la loro contrarietà. A questo punto è chiaro come l'intervento angloamericano non costituisce più un ostacolo alle diplomazie per mettersi al lavoro, cercando di coinvolgere maggiormente l'Onu nel processo di pacificazione».
Kofi Annan in realtà è apparso molto tiepido su un maggiore intervento delle Nazioni Unite...
«Questo è un suo giudizio. E io non lo commento».
Ministro Fini, nel suo intervento ha esortato i Paesi arabi ad assumere un ruolo di rilievo. Ma tanto la Lega araba che Egitto, Giordania e Siria pur accettando il testo finale della conferenza, hanno poi fatto sapere alle loro tv che sarebbe stato meglio rinviare quel voto...
«lo sto a quello che ho ascoltato al tavolo. Poi capisco che ognuno abbia le proprie opinioni pubbliche di cui dover tenere conto. Qui comunque si è stabilito che i ministri degli Interni dell'Irak e dei Paesi confinanti si vedranno tra pochi giorni a Teheran per analizzare il problema del controllo delle frontiere. Non e poco. E ancora c'è, nero su bianco, l'accordo di tutti contro il terrorismo».
Il problema è che i Paesi musulmani sunniti non sembrano fidarsi di Allawi e dei suoi. Pensano che l'attuale leadership irachena voglia privilegiare gli sciiti.
«Con il ministro degli Esteri di Bagdad ho parlato a lungo e mi pare che abbiano ben chiara in mente la necessità di coinvolgere tutti, di non fare discriminazioni di alcun tipo. Sono coscienti che tutte le formazioni presenti in lrak devono avere un ruolo nella fase costituente e Allawi del resto ha promesso un'iniziativa per marciare in quella direzione».
Gli iracheni sono grati per l'intervento dei nostri soldati. Ma da noi ci si chiede: fino a quando resteranno?
«La scadenza è al compimento del processo politico prevista dalla risoluzione 1546 dell'Onu che prevede la presenza della forza multinazionale per le elezioni costituenti di fine gennaio e poi per quelle politiche, da tenersi entro il dicembre 2005. Se poi il governo di Bagdad ci chiedesse una disponibilità ad una ulteriore presenza, ne discuteremo».
Quindi quest'appuntamento di Sharm non è stato poi così inutile come si prevedeva solo pochi giorni fa...
«Si è garantita la volontà di tutti di sostenere questa fase di transizione, si è rilanciato il ruolo dell'Onu e si è messo fine alle polemiche sull'intervento. Questa conferenza è un punto di partenza, non di arrivo. Ora, bisogna guardare avanti». (Alessandro M. Caprettini- Il Giornale)
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