Editoriale su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney di lunedì 8 novembre 2004
"Un cambio di guardia e gli italiani nel mondo", di Nino Randazzo
Dato per scontato il passaggio di Gianfranco Fini alla guida del Ministero degli Esteri (a meno di un terremoto al vertice del centrodestra), torna alla mente la celebre metafora coniata nel gennaio del ’95 dall’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro all’atto di conferire l’incarico di formare il nuovo governo a Lamberto Dini, in successione a quello di Berlusconi messo in minoranza dall’uscita dalla maggioranza della Lega Nord di Bossi: "Il Cavaliere deve ingoiare il rospo, per intero, testa, corpo, zampe e coda". E con humour, insolitamente cattivo per lui, Scalfaro in quell’occasione alludeva anche alla fisionomia di Dini. Oggi, ancora una volta a Berlusconi tocca ingoiare un rospo, dalle fattezze magari più levigate ma ugualmente indigesto. Perché Fini alla Farnesina non ce lo voleva proprio, dopo che il leader di Alleanza Nazionale, in combutta con quell’altro scalpitante alleato, il segretario dell’UDC Follini "benedetto" dal presidente della Camera Casini, ha creato un vivace blocco d’opposizione interna nella Casa delle Libertà. Quel blocco che sull’istanza cardine della politica sociale fece a suo tempo fuori il super-rigorista ministro dell’Economia Giulio Tremonti e in questi giorni contesta l’originaria sbilanciata proposta berlusconiana di taglio delle tasse.
Forse, avendoci fatta una certa abitudine, e incassata la figuraccia del pasticcione post-democristiano Buttiglione ricusato dalla Commissione Europea, il capo di Forza Italia sarà disposto ad ingoiare anche il rospo del post-democristiano Follini alla vicepresidenza del Consiglio vacata da Fini. Sempre che glielo permetta dal letto di clinica svizzera Bossi, che a vicepremier vorrebbe invece, e fortemente, l’ex ministro Tremonti. Nel qual caso sarebbe proprio un’indigestione di rospi.
Senza fare troppe ipotesi sui possibili risvolti dell’operazione di rimpasto governativo, qualche considerazione è legittima sul cambio di guardia alla Farnesina, quel dicastero degli Affari Esteri che dopotutto condiziona una parte notevole dell’immagine Italia nel mondo, anche in quel mondo fuori dai confini nazionali abitato da milioni di italiani di nascita e oriundi. Ed è inoltre tempo di fare qualche sommario bilancio della gestione degli Esteri del ministro uscente Frattini, perché non c’è dubbio che – se per il meglio o il peggio solo il futuro lo dirà – lo stile del suo quasi sicuro successore si presenta marcatamente diverso.
Dopo la breve e tempestosa fase dell’irascibile Renato Ruggiero e la reggenza ad interim dello stesso Berlusconi piuttosto avvolta nel fumo di arditi progetti ("Ogni ambasciatore, ogni console un rappresentante di commercio"), il Cavaliere ebbe il buonsenso e la fortuna di mettere a capo delle feluche un personaggio intelligente, pulito, compassato, autorevole, l’essenza stessa della discrezione, della moderazione e della diplomazia. il giurista ed ex magistrato "romano de Roma" Franco Frattini, vicesegretario della Presidenza del Consiglio del governo Ciampi nel ’93, ministro nel governo post-Berlusconi di Dini nel ’95, consigliere comunale a Roma dal ’97 al 2000, deputato di Forza Italia eletto prima nel Trentino-Alto Adige e dopo nel Veneto, da ministro degli Esteri ha lasciato nei rapporti internazionali un’impressione, rara nei suoi predecessori, di calmo realismo e insieme di signorilità, quasi di "undestatement" inglese, una ricerca di consenso oltre la propria parte politica anche nei passaggi più delicati della vicenda italiana come l’intervento in Iraq. L’impegno genuino e il discorso misurato sono valsi a lui e all’Italia anche prestigio e rispetto, oggi messi a frutto al vertice dell’Unione Europea.
Dal suo canto Fini, il più quotato candidato alla successione di Frattini, porterà senza dubbio sul ponte di comando della Farnesina la tipica carica di emotività e di autonomia della sua personalità. Non sarà l’ombra del capo del governo, come non lo è stato finora. Continuerà a gettare davanti a Berlusconi l’istanza di fondo della socialità della sua parte politica alla cui leadership non rinuncerà minimamente. In contrasto con la tesi utopistica del suo collega di partito e di governo, il ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia, di sciogliere tutte le correnti interne di Alleanza Nazionale, resterà a capo della più forte corrente di AN che in più di un’occasione si è definita "coscienza critica" del governo Berlusconi. Infine, l’impatto e i risultati di una gestione Fini degli Esteri saranno seguiti con attenzione non soltanto dagli osservatori, dalle controparti e dagli interlocutori stranieri, ma anche dagli ambienti più consapevoli e formati degli italiani nel mondo. (Nino Randazzo*)
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Nino Randazzo è direttore de "Il Globo" di Melbourne e Presidente della Commissione Informazione e Comunicazione del CGIEInform