Riparte alla Camera l'indagine conoscitiva sugli Istituti Italiani di Cultura. Ascoltati gli ex Direttori degli Istituti di Tunisi, Bucarest e New York
Opinioni divergenti di Lucio Godi e di Furio Colombo sui rapporti con le comunità italiane
ROMA – E’ ripresa alla Camera dei Deputati l'indagine conoscitiva sugli Istituti italiani di cultura all'estero. Dalle Commissioni Affari Esteri e Cultura, riunite in seduta congiunta, sono infatti stati ascoltati tre ex Direttori di Istituti che hanno operato in Paesi molto diversi fra loro e di varia collocazione geografica. La discussione si è aperta con la riflessione dell'ex direttore dell'Istituto italiano di cultura di Tunisi Lucio Godi che ha sottolineato come a tutt'oggi i nostri Istituti siano ostacolati nella loro azione sia dalla costante incertezza che caratterizza l'entità ed i tempi d'erogazione degli stanziamenti ministeriali, sia dall'incessante avvicendarsi del personale alla competente Direzione Generale del Mae che non permette quella continuità di rapporti necessaria alla puntualizzazione degli indirizzi complessivi. Da Godi è stato inoltre auspicato l'inserimento nella nuova proposta normativa di un'esatta definizione del personale del settore. Uomini e donne che, pur dipendendo direttamente dal Mae, spesso si trovano in una situazione di "limbo".
Rispondendo alle domande dei deputati Valerio Calzolaio (DS), Valdo Spini (DS), Saverio Vertone (Comunisti Italiani) e Claudio Azzolini (FI) sul ruolo dei Direttori di chiara fama, sullo sviluppo culturale del nostro Paese, sul numero degli Istituti di Cultura e sui rapporti con le collettività all'estero Godi ha in primo luogo sottolineato come spesso la presenza dei dirigenti di chiara fama sia stata avvertita dalla categoria alla stregua di un'intrusione. L'ex Direttore, dopo aver ricordato la necessità di valutare al meglio il rapporto fra gli "istituti pilota" e le varie sezioni periferiche, si è poi soffermato sul rapporto con le nostre collettività all'estero "Da parte mia - ha spiegato Godi - ho maturato esperienze nell'America Latina: in quelle aree, oltre al non risolvibile problema delle distanze, ve n’è un altro rappresentato dal rapporto con le comunità italiane residenti. Tra le problematiche dell'istituto, in tale ipotesi, vi è infatti anche il difendersi dalle intrusioni della collettività italiana. In termini brutali questa è la situazione".
Della scarsezza dei finanziamenti ministeriali ha parlato anche l'ex Direttore dell'Istituto di Cultura di Bucarest Salvatore Mastropasqua che ha inoltre ricordato come i ritardi nell'erogazione dei fondi spesso si riflettano negativamente sulla stessa programmazione culturale dell'istituto. Mastropasqua si è poi soffermato sulla necessità di non limitare, ad esempio vietando il licenziamento dei dipendenti incapaci, le tanto pubblicizzate prerogative manageriali dei direttori e di non dimenticare, soprattutto quando si chiede a queste strutture di trovare sponsorizzazioni private per le iniziative culturali, i variegati contesti in cui operano gli Istituti. A causa di specifiche chiusure da parte dei Governi d'accoglienza e dell'agguerrita concorrenza di manifestazioni che offrono allo sponsor maggiore visibilità non tutti gli istituti di cultura posso infatti utilizzare questo tipo di autofinanziamento. Rispondendo al quesito, sollevato da Calzolaio, sull'opportunità di legare di anno in anno la promozione culturale a tematiche specifiche come la gastronomia o la moda italiana, Mastropasqua ha poi sottolineato come questa strategia abbia dato vita ad una fattiva collaborazione fra gli Istituti di Cultura e gli uffici dell'ICE. Una sinergia che ha permesso di organizzare manifestazioni dai risvolti culturali e commerciali.
E' stata poi la volta dell'ex Direttore dell'Istituto italiano di cultura di New York Furio Colombo che ha in primo luogo posto in evidenza il carattere "ornamentale", spesso attribuito agli Istituti di cultura, e la fatuità degli indirizzi programmatici che, in questo ambito, variano costantemente ponendo di volta in volta al centro dell'attenzione, senza tenere conto della preparazione del personale e dell'esiguità dei fondi, o la diffusione della cultura o l'insegnamento della lingua italiana. Una fluttuazione decisionale che per Colombo non va però attribuita ai dirigenti del Mae, ma alle contrastanti prese di posizione dell'esecutivo politico.
Dopo aver ribadito l'esigenza di valutare il fenomeno della sponsorizzazione rispetto ai vari contesti del Paese ospitante, Colombo si è detto convinto che occorra decidere finalmente, e per un determinato numero di anni, che cosa debbano essere con esattezza gli Istituti italiani di cultura. nel lodare i suoi collaboratori dell'Istituto della grande mela e gli eccellenti Dipartimenti di Italiano della New York University, Columbia University, Hunter College e City College, ha quindi evidenziato come negli Stati Uniti, mancando un accordo tra i due paesi dal punto di vista fiscale, si possa insegnare l'italiano solo gratuitamente. Ha inoltre illustrato i contenuti della proposta di legge, da lui presentata nel giugno del 1998, in cui si chiedeva la costituzione di una struttura per il coordinamento degli Istituti di cultura italiani nel mondo - un ente con a capo un personaggio di chiara fama ed in diretta connessione con il Mae ed i Ministeri dei Beni Culturali e dell'Istruzione - e la presentazione dell'elenco delle iniziative alla stampa ed alle Commissioni Esteri e Cultura di Camera e Senato. In pratica un vero e proprio Dipartimento di cultura italiana all'estero che eliminerebbe la segretezza che, sebbene non voluta, ancora oggi circonda l'attività degli Istituti di cultura.
Per quanto poi riguarda i rapporti con la comunità italiana, a differenza di Lucio Godi, da Furio Colombo è stato evidenziato come questo contatto lo abbia arricchito e spinto a collaborare, nella sua successiva veste di deputato, con l'attuale Ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia per la piena inclusione dei nostri connazionali all'estero. "Questa comunità di New York - ha proseguito Colombo - ha rappresentato per me una grande occasione sia perché avevo già studiato autori come Pascal D'Angelo, che negli anni venti era divenuto da "spaccapietre" il principale poeta americano di quel tempo, sia perché potei venire a contatto con il Presidente della Società di poesia americana Joseph Tusiani. Un luminare ed un punto di riferimento della cultura americana che scriveva i suoi poemi in latino, in dialetto del Gargano ed in uno splendido inglese…".
"Poter beneficiare della sua presenza - ha proseguito Colombo ricordando anche il grande successo di pubblico ottenuto con la recitazione dei versi di Dante da parte di Roberto Benigni - e leggerne le poesie in inglese e in italiano, ha rappresentato un evento straordinario, grazie al quale è stato possibile attrarre una quantità di italiani ed americani che non avevano mai messo piede nell'Istituto". Colombo ha infine ricordato la fruttuosa, scambievole ed intelligente collaborazione messa in atto dall'Istituto di cultura con gli uffici dell'Ice. (Lorenzo Zita-Inform)