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INFORM - N. 218 - 28 ottobre 2004

L’editoriale di "Corrispondenza Italia del 1° novembre 2004

Le elezioni Usa, i vincoli atlantici e il nostro lavoro sociale

Quando questo numero del nostro notiziario raggiungerà gli amici in Italia e nei paesi in cui vivono e lavorano i connazionali in emigrazione, saranno già noti i risultati del grande evento democratico rappresentato dalle elezioni negli Stati Uniti d’America. E dunque potrebbe avere scarso senso una riflessione su fatti che viaggiano molto al di sopra delle nostre teste di lavoratori e organizzatori sociali di un paese certo significativo ma non di primissima fila sulla scena mondiale.

Ma gli Usa non sono soltanto la massima (e unica) potenza davvero globale in questa fase storica. Sono anche un pezzo della nostra identità italiana. E ciò per i legami di consanguineità con larga parte della sua popolazione. Ma anche perché c’è un tessuto culturale comune che si rafforza e cresce senza annullarsi nella grande società nord-americana, nella indistinzione di un melting pot amorfo.

Molti filoni dell’indagine e delle analisi sul versante delle scienze sociali e storiche insistono, come è noto, nel pronosticare un Atlantico sempre più largo. Si tratterebbe di due continenti che si allontanano sempre più tra di loro in termini di sentire comune della gente, di aspettative, di percezione del loro ruolo e della loro missione nel mondo.

Si dipinge impropriamente, ad esempio, un’America sotto il segno di Marte, il Dio della guerra, e un’Europa sotto quello di una Venere intesa come passività e come rinuncia. Si intravedono erroneamente orizzonti conflittuali tra i due continenti, se non sul terreno bellico, certo su quello della concorrenza commerciale oppure sulle concezioni del welfare State. Si evocano insomma due modelli di civiltà in crescente contrasto.

E’ forse la frequentazione continua dell’ambiente italo-americano che spinge invece il nostro patronato Inas a preferire, l’ipotesi opposta di una prospettiva di amicizia e integrazione? Certo il nostro lavoro di assistenza e di tutela ci porta a rilevare più immediatamente i dati comuni tra la gente che bussa alle nostre porte. Sono comuni, ad esempio, i bisogni, al di là delle opzioni politiche (uno dei segni della forte integrazione degli italo-americani è peraltro il dato delle loro

preferenze elettorali che si dividono quasi egualmente tra democratici e repubblicani). Sono comuni, al di là di razze e credi e nazionalità, le condizioni e le urgenze di coloro che incontriamo, come Inas, in Italia e all’estero. Ma non crediamo che questa visione d’insieme, improntata a solidarismo e condivisione da parte nostra, si traduca in perdita del senso della differenza o in un quietismo pacifista ingenuo e facilone.

Proprio perché vediamo bene quali sono i veri, tragici conflitti che caratterizzano il nostro tempo e qual’è l’entità della minaccia del terrorismo, che ha scatenato quella vera e propria Quarta guerra mondiale che stiamo attraversando, proprio per questo non siamo portati ad enfatizzare le competizioni, le dialettiche e i contrasti secondari, sia quelli interni che quelli che caratterizzano le esperienze concrete delle democrazie americane, europee e quelle che vengono faticosamente alla luce, perfino in posti impensabili come l’Afghanistan e ­ augurabilmente ­ l’Irak del prossimo 2005.

E’ la ragione per la quale, dopo il 2 novembre, condivideremo i sentimenti e le speranze degli italo-americani: quelli che avranno votato Bush e quelli che avranno votato Kerry. Ma anche le speranze di tutti gli uomini e i popoli di buona volontà. (Corrispondenza Italia/Inform)


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