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INFORM - N. 218 - 28 ottobre 2004

A proposito del dibattito IILA su vecchia e nuova emigrazione

Marcello Alessio: "La vera sfida"

Ho assistito, trovandomi a Roma, alla presentazione del libro "Il Grande esodo" dell'Ambasciatore Incisa, e visto il resoconto pubblicato su Inform n. 214, mi sembra utile integrarlo con una osservazione.

Fin dalla introduzione del Prof. Sabatini, e poi lungo i vari interventi, che pure esprimevano posizioni abbastanza diverse fra loro, si notava il dato comune della totale assenza di qualunque riferimento alla stratificazione generazionale, che rappresenta oggi il principale motivo di originalità e di interesse, in tutti i sensi, dell'emigrazione italiana.

All'inizio, Sabatini ha citato quasi distrattamente la nota cifra dei "sessanta milioni" di italiani all'estero: senza specificare, però, che su questo totale, gli emigrati propriamente detti (nati in Italia) sono al massimo due o tre milioni, e ovviamente quasi tutti molto anziani; i figli di emigrati, nati all'estero, possono essere a loro volta stimati a cinque, sei, forse sette milioni; ma la stragrande maggioranza, cioè gli altri cinquanta milioni, sono nipoti, pronipoti e comunque discendenti fino alla quinta, sesta e persino settima generazione (si consideri che la prima consistente ondata emigratoria diretta ai paesi del Sud Pacifico ebbe luogo dal Regno di Sardegna nei primi decenni dell'800, e molti discendenti di quei pionieri hanno mantenuto, o riscoperto, notevoli caratteristiche etniche italiche).

L'aspetto più originale di questa stratificazione, è che, a parte la prima generazione dei nati all'estero che in genere - salvo notevoli eccezioni - cerca di integrarsi e mimetizzarsi al massimo nella società di accoglimento, dopo la seconda generazione, il legame culturale e sentimentale con l'Italia non segue un andamento analogo, e analogamente decrescente, rispetto alla distanza temporale e genetica dall'avo o dagli avi emigrati. Si verificano, invece, inaspettati risvegli di interesse verso l'italianità rimasta latente nel patrimonio etnico, anche a distanza di molte generazioni.

E' vero che in molti casi questo risveglio può presentare caratteristiche di strumentalità o comunque di artificialità, in relazione a fattori esterni e contingenti, per lo più di origine politica e spesso assai maldestri; ma vi sono altrettanti casi in cui la riscoperta dell'italianità corrisponde invece a una genuina percezione di una positiva differenza culturale, che alcune società, in particolare quelle americane, tendono a stimolare anche come reazione alla povertà e all'appiattimento della cultura dominante.

La vera sfida, per chi si occupa oggi dell'emigrazione italiana nel suo insieme, e non solo di sue frange importanti ma numericamente marginali, consiste appunto nel riconoscere, ed eventualmente aggregare in modo efficace e corretto, quel tanto di autentico retaggio "italico" che è sopravvissuto attraverso lo scorrere delle generazioni e la scalata della integrazione nelle società di accoglimento. (Marcello Alessio) m.alessio@italbrasileiros.adm.br

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