Commissione Continentale CGIE Europa Nord Africa
Un commento di Giorgio Mauro: "Più attenzione ai Comites, i soli organi di rappresentanza diretta delle comunità italiane"
AMSTERDAM - Con i lavori del 21, 22 e 23 ottobre ad Amsterdam, la Commissione Continentale del CGIE per l’Europa ed il Nord Africa ha avviato gli incontri biennali del proprio mandato.
Argomenti di spicco sono stati nella prima giornata del convegno l’approfondimento degli aspetti della nuova Costituzione europea che sono tendenzialmente più vicini al quotidiano di chi vive in Europa, ovvero la Carta dei diritti e la cittadinanza europea di cui ha parlato il dottor Paolo Ponzano della Commissione UE e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali la cui presentazione è stata fatta da Antonio Giacchè esponente del Comitato Economico Sociale europeo. Nella seconda giornata è stata approfondita la questione dell’integrazione dei nostri connazionali che vivono in Europa con le comunicazioni delle delegazioni provenienti dai vari Paesi. Sabato 23 è stato dedicato ad un incontro del CGIE con i rappresentanti della comunità italiana in Olanda, vivissimo nei contenuti e nel dibattito.
Ma al di là ella cronaca dei lavori, che comunque è puntualizzata da relazioni e documenti che prima o poi saranno resi pubblici, l’attenzione si pone sull’avvio del nuovo CGIE in Europa e Nord Africa quale strumento politico che le comunità hanno eletto perché sia portavoce di situazioni e promotore di attenzioni nei confronti dei vari organi di governo.
E’ certo che l’intensità delle domande che provengono dalle comunità di nostri emigrati in Europa è in fase calante. L’evoluzione stessa dei processi di radicamento, la fine assoluta delle migrazioni costrette e di massa, la velocità ed il pluralismo dell’informazione il cui approccio è di estrema facilità per le giovani generazioni che si spostano per lavoro, fanno perdere alla partecipazione l’affanno di un tempo. Concetti come cittadinanza europea, passaporto europeo, diritti europei impregnano sempre più l’esistenza della nostra gente nel vecchio continente. La fine graduale nei paesi europei dell’obbligo del permesso di soggiorno per quanti vi si spostano, facilita di gran lunga l’approccio paritetico alla promozione socio economica. La doppia cittadinanza è un fatto acquisito non solo tra i paesi che hanno ratificato il secondo protocollo del trattato di Strasburgo. C’è insomma un territorio nuovo rispetto al passato, che, come è emerso ad Amsterdam nelle comunicazioni sull’integrazione, chiama CGIE e Comites ad essere interpreti e portavoci di una italianità "sempre più vissuta ma sempre più individualmente vissuta" come ha detto Eros Capostagno, relatore sullo stato dell’integrazione della nostra comunità in Olanda.
Il CGIE però non è stato in grado di approfondire questi messaggi. Ne ha preso atto e l’auspicio è che ciò possa servire a meglio organizzare i lavori futuri.
L’ha fatta da padrone il dibattito sulla situazione dei Comites che si è infatti incentrato sulla ormai consolidata povertà di mezzi che è alla base della conseguente povertà di iniziativa.
E’ rimbalzato invero che in Svizzera i Comites "fanno cose egregie e funzionano benissimo" e ciò è consolante anche se è chiaro che nelle grandi città dove sono raccolte migliaia di italiani c’è anche la spinta delle grandi organizzazioni di rappresentanza, quali associazioni nazionali, enti di formazione professionale, partiti, piattaforme varie e quant’altro.
Ma la maggioranza dei Comites non sa come sbarcare il lunario, presa soprattutto da impegni amministrativi sempre più complicati e margini operativi sempre più ristretti. Sarebbe bene che il Comitato di Presidenza del CGIE, del resto in risposta all’Assemblea, metta all’ordine del giorno dei propri lavori l’insieme delle problematiche attorno ai Comites ma non con una semplice giornata nelle assemblee plenarie, bensì con assemblee continentali interamente dedicate ai Comitati. Questi sono il solo organo di rappresentanza diretta delle comunità, beneficiari della dignità del suffragio universale, come detto alle prese con situazioni in veloce evoluzione, problematiche nuove e questioni scottanti che però, in mancanza di emersione, giacciono nel silenzio, mortificano gli eletti e allontanano gli elettori. Fatto questo che senza tema di smentite torna comodo a chi vuol soffocare voci ed istanze che potrebbero diventare scomode per molti, per esempio per i Consolati, poi per gli Istituti di Cultura, poi ancora per i partiti, per i governi e così via.
L’assemblea di dicembre del CGIE dovrà dare un programma alle cose da fare, decidendo le priorità ma anche l’impegno pubblico da dedicare a queste. Una questione pesante e seria come lo stato dell’integrazione della prima generazione di emigrati italiani in Europa non può più nascere e morire nello spazio di una comunicazione di un paese durante un’assemblea per poi ripetersi al prossimo incontro. Essa incide profondamente sull’immagine dei Comites e va trasformata dal CGIE in questione politica su cui chiedere a gran voce punto su punto l’impegno di governo e Parlamento. Da anni essa è mortificata in una sequela di questue e lamentele sparse capaci solo di destare compassione. Va finalmente affrontata dal CGIE come emergenza assoluta, ma non può più essere l’argomento primario di nuove assemblee continentali o plenarie nelle stesse vesti in cui lo è stato fino ad oggi.
Il CGIE è chiamato a trovare il tempo di far politica anche su altre questioni e tutte devono mirare ad aiutare i Comites ad avere la possibilità di poter essere i veri organi di rappresentanza della comunità. Non può il CGIE inventarsi motivi di esistere diversi da questi.
La prima delle assemblee continentali in Europa non aveva il compito di essere esaltante. Doveva servire per calibrarsi in vista di quelle che si succederanno a cominciare dalla primavera dell’anno prossimo.
Ha pesato in questo contesto, l’assenza di rappresentanti politici ai lavori dell’assemblea. Il dibattito è stato soltanto interno. L’assenza non è stata recriminata anche se ormai è diventata un’abitudine. Con un po’ di cattiveria si potrebbe dire che il CGIE non è capace di coinvolgerli ma non sarebbe giusto. Ognuno, nel CGIE, si impegna al massimo negli spazi che gli sono consentiti. E’ certo che il governo ha altri canali per aggiornarsi sulle evoluzioni socio-antropologiche della nostra comunità in Europa ma è altrettanto certo che la voce del CGIE può essere quella più diretta, la più collegata alla realtà del territorio e quindi da preferire. Ma niente. Anche ad Amsterdam non c’era nessuno, cosa questa che, insieme ad un’immagine di leggerezza, dà dei nostri governanti l’impressione che siano poco ligi al dovere che la legge del CGIE ed il senso del rispetto dovrebbero imporre anche a loro. (Giorgio Mauro*-Inform)
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* Componente del CGIE in rappresentanza della Comunità italiana dei Paesi Bassi