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INFORM - N. 217 - 27 ottobre 2004

L’editoriale di Nino Randazzo su Il Globo di Melbourne e La Fiamma di Sydney

Lo scempio dell’unità nazionale italiana

A forza di sentirle e ripeterle, certe parole perdono d’impatto. Come le parole "federale" e "federalismo", che in un Paese come l’Australia sono necessariamente d’uso quotidiano sui mezzi d’informazione perché descrivono una ben definita realtà istituzionale che nessuno mette in dubbio ed ai cui reali significato e portata il popolo, a parte un ristretto gruppo di politici e accademici, non rivolge il minimo pensiero. Qui il federalismo è come l’aria: si respira, si accetta per tutto quel che è, perché così nacque la nazione odierna centoquattro anni fa dall’unione di sei Stati coloniali. Ma il termine "federalismo" non passa, e non può passare, con la stessa indifferenza nell’Italia di questi giorni, dove l’obiettivo separatista della Lega Nord di fare delle 20 regioni altrettanti staterelli è stato conficcato nel cuore dell’unità nazionale con la forza della prevaricazione e del ricatto politico, pervertendo oltre che la democrazia costituzionale della Repubblica anche il significato delle parole. Perché "federalismo" vuol dire "unione di Stati già esistenti" e non lo smembramento di uno Stato. "Riforma costituzionale" dovrebbe voler dire modifica, adeguamento, aggiornamento e non smantellamento della Costituzione. "Decentramento" è rendere gli organi amministrativi dello Stato più funzionali e accessibili su tutto il territorio, e non è la "devolution", il passaggio di poteri, inclusi quelli in delicate materie quali l’istruzione e la sanità, alle autonomie locali.

Ma tant’è, con tutto il suo meccanismo perverso di stravolgimento della Costituzione, il progetto di "federalismo" dell’Italia ha fatto il primo passo, è stato approvato dalla Camera a colpi di maggioranza e tappe forzate, ora, come tutte le leggi costituzionali, dovrà andare al Senato e quindi tornare alla Camera e al Senato per un’eventuale approvazione finale; potrebbe diventare operativo in un periodo previsto tra il 2011 e il 2016. Nel frattempo un referendum abrogativo, certissimo in caso di approvazione parlamentare definitiva della riforma costituzionale, darà la parola decisiva al popolo.

In siffatta situazione sono ovvi i motivi di perplessità, disagio morale, indignazione, dissenso forte di tanta parte degli italiani in patria e nel mondo. Una reazione generalizzata di contestazione e ripulsa che potrebbe costare cara sul piano elettorale a quella che è oggi una straripante maggioranza governativa, neppure all’interno della quale mancano prese di posizione duramente critiche di questo dissennato corso. Come quella del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che avverte: "L’esperienza ci ha insegnato che la forza dei numeri, da sola, non basta a realizzare riforme solide e durature".

E non è soltanto l’opposizione parlamentare a condannare il disegno di riforma federalista. Dai suoi rischi mettono in guardia, sulle sue insidie all’unità nazionale si levano le voci di alte autorità istituzionali (a cominciare dal presidente della Repubblica Ciampi che non perde occasione di tornare sull’argomento), di insigni costituzionalisti, dei dirigenti delle più importanti strutture associative della nazione. Il presidente della Confindustria, Montezemolo: "Ho il sospetto che con il federalismo aumentino il personale pubblico, i costi e il fisco: un tunnel di maggiori spese e minore efficienza. Ho solo dubbi in proposito, e sono i dubbi degli imprenditori italiani". Il governatore della Banca d’Italia, Fazio: "Le forme di decentramento presuppongono sempre un ordine superiore di coesione e solidarietà, un interesse generale e nazionale da rispettare". I leader delle centrali sindacali Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Pezzotta e Angeletti, si recano dai presidenti della Camera e del Senato per dichiararsi "fortemente preoccupati sulla devolution, in particolare in alcuni settori come scuola, sanità e sicurezza". Riempirebbero ormai una dozzina di volumi i commenti di costituzionalisti e le loro feroci condanne dei poteri diminuiti per il presidente della Repubblica e accresciuti per il presidente del Consiglio, e del progettato pasticcio, senza precedenti e senza uguali nella storia delle democrazie, di un "parlamento federale" diviso in "Camera politica" e "senato federale" e dove fra l’altro al Senato dovrebbero figurare rappresentanti delle Regioni e degli enti locali senza diritto di voto.

Parlare di vergogna e indignazione sarebbe poco. E’ prospettiva da nausea, da voltastomaco. Un affronto alla stessa presenza italiana nel mondo. E per singolari coincidenza e associazione d’idee di questi giorni in questa parte del mondo, viene spontaneo paragonare le farneticazioni federaliste del progetto politico italiano con la pressante proposta di alcuni Stati d’Australia di una "devolution" all’incontrario, di uno scaricamento totale della spinosa gestione delle politiche della sanità e della pubblica istruzione sul governo federale a Canberra. E, ancora, mette i brividi pensare che lo Stato italiano debba cedere poteri essenziali alla vita nazionale a talune amministrazioni e assemblee regionali notoriamente inaffidabili e disastrate, a dir poco. Come, per fare un solo esempio, quella della Sicilia che alle quattro dell’altra mattina, con l’approvazione della costruzione di una mezza dozzina di nuovi alberghi e una nuova colata di cemento sulle Isole Eolie in spregio al piano paesistico e in conformità alla prevalente politica di scempio ambientale e culturale, condanna quell’arcipelago unico al mondo per le sue bellezze naturali alla cancellazione dal "Registro dei Beni dell’Umanità" dell’UNESCO nel quale è entrato da pochi anni. Immaginabili tutti gli orrori di autonomie scatenate dal progettato federalismo. La Lega non ha potuto fare la secessione della Padania, prova a rifarsi con la disgregazione dell’Italia. La realizzazione del sogno padano di Bossi sarebbe poi facilitata.

"Salviamo la Costituzione" è stato il titolo di un recente grande convegno a Roma, presieduto dall’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Un appello che non può non echeggiare, e riproporsi con l’urgenza dei momenti critici nella vicenda nazionale, anche fra gli italiani all’estero. Perché dietro la Costituzione c’è l’Italia. (Nino Randazzo, direttore de "il Globo" di Melbourne

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