L'editoriale di "Corrispondenza Italia", 16 settembre 2004.
Ancora una stagione in salita. Sindacato, patronato e Finanziaria 2005
ROMA - I sociologi ci dicono che settembre è diventato, di fatto, il primo mese dell’anno per il mondo del lavoro: un anno che si chiuderà col luglio 2005. Tempo di ripresa dunque ma anche tempo di programmazione e di tensione sociale sia sul versante dell’azione rivendicativa e contrattuale del sindacato sia su quello delle prospettive sociali che saranno condizionate dalla Finanziaria 2005 che il Governo si è impegnato a varare entro questo mese.
Intanto, a proposito di impegni, il Governo ha ripetutamente affermato per bocca sia del Presidente del Consiglio che del ministro dell’Economia, che la spesa sociale non solo non subirà tagli (e ci mancherebbe altro!) ma non sottostarà al tetto del +2 per cento che riguarderà l’insieme delle 8 mila voci che compongono il bilancio dello Stato. E’ un paletto significativo, anche se non consente di abbassare il livello di vigilanza da parte del sindacato e delle organizzazioni di tutela degli interessi delle classi popolari. Troppo volte infatti abbiamo assistito a giochi di prestigio come quelli che limano qualcosina sulla fiscalità centrale e moltiplicano qualcosona sulla fiscalità regionale e locale, o sulle bollette o sulle tariffe dei servizi pubblici o sui ticket sanitari.
Il fatto è che non dovremo mai perdere di vista un dato basilare e cioè che le politiche sociali costituiscono un sistema globale che deve rispondere certamente ai livelli di equilibrio generale legati allo stato di salute della finanza pubblica, ai risultati della produzione della ricchezza reale del Paese, ai parametri di efficacia ed efficienza della spesa delle organizzazioni amministrative. Ma deve rispondere altresì a quei criteri di giustizia distributiva che non discendono dall’applicazione meccanica di principi astratti bensì vanno gestiti in relazione ai concreti bisogni personali e sociali evidenziati da situazioni di disagio che non sono uguali per tutti. E’ qui che subentra il ruolo imprescindibile della rappresentanza sociale delle nostre organizzazioni di sindacato e di patrocinio. Ed è per questa ovvia e naturale ragione che noi poniamo in cima alle nostre rivendicazioni la necessità della concertazione, dal negoziato e, in definitiva, della partecipazione alla fase di progettazione e costruzione delle politiche sociali. E si tratta di una richiesta alla quale le istituzioni di governo a livello centrale, regionale e locale volentieri sfuggono oppure accedono solo formalmente, fingendo di confondere il confronto con il cosiddetto "dialogo sociale" che quasi sempre si limita a un monologo informativo.
Dunque, ancora una stagione in salita, quella che ci accingiamo a vivere, pure come patronato. Anche per noi infatti è sempre tempo di riconquista delle certezze di organizzazione e di sviluppo. La legge 152 del 30 marzo 2001 è chiarissima nella sua scrittura che ha confermato il nostro ruolo di servizio di pubblica utilità in Italia e nei paesi di emigrazione. Così come è precisa nell’esigere quei parametri di efficienza capillare cui l’Inas ottempera con i suoi 900 sportelli in tutt’Italia, con i suoi 1134 operatori di cui 131 all’estero, con i suoi 2 milioni e mezzo di contatti regolarmente registrati all’anno e con un milione di pratiche riconosciute dal Fondo patronati per il finanziamento garantito dal prelievo dello 0,226 del gettito dei contributi che già i lavoratori e gli imprenditori versano agli enti di previdenza.
Ma è a questo punto che il meccanismo si inceppa e procede in modo defatigante e ricattatorio mentre si manifesta invece l’endemico ritardo con cui il Governo e il Ministero competente gestiscono il finanziamento dei nostri enti oppure minano il campo sociale nel quale noi coltiviamo le prospettive e i programmi di tutela e di solidarietà.
Non ci si accusi infatti di pregiudizi antigovernativi faziosi se denunciamo, proprio agli occhi della gente che più ha bisogno di ricorrere alla nostra assistenza gratuita, che tra i tagli che il Governo si propone di fare nella Finanziaria 2005 c’è quello che riguarda i patronati, che si vogliono trattare alla stregua di "enti inutili". Certo! Se l’obiettivo è quello di trasformare i diritti sociali universali in diritti esigibili solo da chi si può permettere di pagare avvocati e consulenti, il patronato più che inutile, diventa dannoso per gli interessi che si vogliono "allargare".
Ecco perché anche questa fase comincia controvento per noi. E perché chiamiamo i nostri amici ad una vigilanza attiva e determinata, assieme a tutto il movimento sindacale italiano. (Corrispondenza Italia/Inform)