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INFORM - N. 150 - 20 luglio 2004

L’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney

Migrazioni in un mondo tragicamente così piccolo

Chi non ricorda il "caso Tampa"? Fece il giro del mondo a suo tempo e rimane come uno spartiacque nella storia politica dell’Australia la vicenda del mercantile norvegese che tre anni fa salvò da sicura morte per naufragio al largo delle coste settentrionali di questo continente un folto gruppo di profughi mediorientali ed asiatici ai quali, con l’intervento della marina da guerra, il governo di Canberra impedì di mettere piede su suolo australiano. Da quell’episodio, com’è ancora vivo nella memoria collettiva, derivarono rapidamente una serie di draconiane misure di legge, appoggiate tanto dalla maggioranza liberale-nazionalagraria quanto dall’opposizione laburista, per impedire ai chiedenti asilo di sbarcare. Per arrivare alla tragicommedia della dichiarazione di extraterritorialità di isole australiane, approdo dei barconi di sventurati, ed esimersi così dall’obbligo umanitario internazionale della concessione di primo asilo. Per arrivare alla vergognosamente fantasiosa "soluzione del Pacifico" (scaricare e mantenere i "boat people" in campi di detenzione su vicine isole-Stati ad altissimi costi per l’erario australiano). Per generare insomma quella psicosi nazionale circa il profilarsi di una "invasione di orde fameliche" che nel frattempo, insieme alla orripilante favola dei "bambini buttati in mare dai barbari clandestini", sigillò il successo della campagna elettorale del governo Howard.

Oggi, alla vigilia di un’altra elezione generale australiana e nel mezzo di una sostanziale crisi di governo in Italia che potrebbe facilmente sboccare in elezioni anticipate, anche l’Italia ha il suo "caso Tampa", anche se corretto e riveduto con altro nome. Si chiama "Cap Anamur", dal nome della nave tedesca di un’organizzazione umanitaria che, imbarcati 37 naufraghi africani, fu tenuta due settimane al largo della costa meridionale siciliana e, raggiunto di riffa o di raffa Porto Empedocle, è stata posta sotto sequestro, il comandante, il suo secondo e il capo dell’organizzazione umanitaria arrestati con l’accusa di "favoreggiamento d’immigrazione clandestina", 23 del suo carico di reietti umani accettati con la formula di "protezione umanitaria", gli altri 14 minacciati di espulsione. Intorno al caso s’è scatenata una sarabanda di polemiche, talune per genuino spirito di solidarietà, altre per spirito di parte politica, altre ancora per spirito di xenofobia. Un po’ come ma anche un altro po’ diversamente dagli eventi di tre anni fa in Australia. Ai salvati del "Tampa" neppure fu consentito di mettere piede in Australia, se non ad una parte di loro dopo traumatici anni di "soluzione del Pacifico". Più fortunati nel complesso gli africani del "Cap Anamour", che hanno trovato in Italia una solida sponda politica di partecipazione alla lotta per i fondamentali diritti umani, i diritti dei più deboli, che in qualche maniera li protegge dalla deriva rigorista del governo. Al contrario, per gli sventurati del "Tampa" ci fu un rigetto quasi totale da parte dell’establishment politico australiano, laburisti inclusi.

Intanto a Roma non poteva capitare più a proposito di così la sentenza di quattro giorni fa della Corte Costituzionale che dichiara anticostituzionali un paio di articoli della, draconiana quanto fallimentare, Legge Bossi-Fini sull’immigrazione con i quali per i clandestini si prevedeva in pratica l’immediato arresto ed espulsione e si negava ogni difesa in tribunale. Come noto, anche in Australia c’è stato e perdura un braccio di ferro tra governo federale e magistratura - che il governo molto spesso fortunatamente perde, facendo rodere il fegato all’implacabile ministro della Giustizia ed ex dell’Immigrazione Phil Ruddock - per un trattamento più umano e civile dei chiedenti asilo. Non solo a Canberra, ma anche in riva al Tevere c’è nel governo chi stramaledice i giudici e chi, come il ministro leghista della Giustizia, l’ingegnere Castelli, sarebbe felice di mandarli in blocco al rogo. Per buona ventura di due lembi di civiltà europea, lì e qui restano ancora sulla breccia uomini e donne delle istituzioni che difendono contro la tracotanza autoritaria lo Stato di diritto con garanzie di uguaglianza e dignità per tutti indistintamente gli esseri umani. (Anche se la Lega Nord sta rabbiosamente sostenendo che se la Legge Bossi-Fini è anticostituzionale, si cambi la Costituzione e non la legge!).

Da cambiare ci sarebbero le coscienze dei governanti, gli egoismi dei popoli più ricchi, le politiche nazionali di fronte ad una delle più grandi sfide mondiali del ventunesimo secolo, quella delle migrazioni forzate, che è tutt’una con le sfide e le tragedie della fame, delle guerre, dello sfruttamento economico di intere società, delle persecuzioni razziali, politiche e religiose, del terrorismo e delle epidemie. Ma è un’impresa oggi sovrumana, un obiettivo lontano che difficilmente le odierne generazioni potranno, sapranno o vorranno raggiungere. L’accostamento fra le circostanze di due realtà territoriali fisicamente così distanti, quali appunto l’Italia e l’Australia, ci sta a dimostrare ancora una volta quanto tragicamente piccolo e complicato sia diventato il mondo. E quanto sia necessario lottare perché non si spenga la fiaccola della solidarietà umana. Ricordando alcuni versi di Giovanni Pascoli: "Pace, fratelli: sulla prona Terra / troppo è il mistero e solo chi procaccia / d’aver compagni in suo dolor non erra". (Nino Randazzo)*

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* Direttore de "Il Globo" di Melbourne e componente del CGIE Australia

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