Elezioni europee: in una ricerca del Censis, le motivazioni del voto in Italia
Italiani, popolo senza leaders. Vincono le "identità territoriali". Scetticismo sul federalismo e ritorno allo Stato
ROMA - Italiani preoccupati per sanità, previdenza, tenore di vita (paura dell’impoverimento). Italiani che vogliono "sentirsi le spalle coperte" dallo Stato, scettici su federalismo e capi carismatici, poco fiduciosi nella classe politica. Sono alcuni degli orientamenti che emergono da una indagine del Censis effettuata su un campione di 2mila elettori, ai quali è stato chiesto di rispondere ad un questionario all’uscita dai seggi per le elezioni europee. La ricerca - "Come abbiamo votato. Le motivazioni del voto degli italiani alle elezioni del 13 giugno" - è stata presentata dal Direttore Giuseppe Roma e dal Segretario generale del Censis Giuseppe De Rita a coronamento del ciclo di incontri "Un mese di sociale: leaders senza popolo, popolo senza leaders", promossi dal Censis per approfondire vari temi della società italiana.
Il Direttore Roma, illustrando i risultati dell’indagine, ha osservato come le recenti elezioni abbiano fatto affiorare tendenze che vanno lentamente consolidandosi nella società italiana. Non è mancata da parte di Roma la sottolineatura - "è quasi una sorpresa", ha commentato con bonaria ironia - che ben il 60,2% degli elettori ritiene, tramite il voto, di riuscire a determinare molto o abbastanza il futuro del Paese, contro il 39,8% che pensa con il voto di incidere poco o niente sulla realtà italiana. I più convinti dell’efficacia del voto sono gli abitanti del nord est (75%), quelli del centro (65,8%) e quelli in possesso di laurea (73,4). Una conferma di questa tendenza è data dalle opinioni relative al "perché" gli italiani sono andati a votare: il 42% degli intervistati perché ritiene che il voto sia uno strumento per fare sentire la propria voce e per partecipare, il 40,6% perché lo sente come un dovere e l’11,5% come un’abitudine. La percezione del voto come strumento di partecipazione cresce con l’innalzamento del livello di studio e raggiunge il 58,9% fra i laureati. Sono i più giovani (53,8%) a condividere in misura maggiore tale idea e gli elettori del centro sinistra (50,3%). Anziani e possessori di basso titolo di studio, abitanti al sud e nelle isole, elettori del centro destra hanno invece una percezione più di routine o di obbligo del voto.
E’ a partire dalla "voglia di contare attraverso il voto" che, ha spiegato Roma, bisogna interpretare anche un altro dato emerso dalla ricerca: la richiesta di eleggere direttamente il capo del governo (71,6%, sia pure con una contrazione rispetto alle indagini 2001, di oltre 3 punti percentuali). Una richiesta "che va riletta – ha argomentato Roma - in relazione alla diffusa convinzione che votare è potere".
Eppure gli italiani sono poco fiduciosi nella attuale classe politica: il 61% ha dichiarato di avere poca o nessuna fiducia in essa; il 39% di averne molta o abbastanza. Sono soprattutto i residenti nel nord ovest (43,4%) e nel nord est (45,5%), le fasce di età più giovani (42,1% tra i 18-29enni, il 42,3% tra i 30-44enni) e gli elettori del centro destra (48,6%) ad esprimere più fiducia nella classe politica. Sono gli elettori del centro sinistra – rileva ancora il Censis - a sfiduciare in netta maggioranza la classe politica, con punte del 77,3% di elettori di Uniti nell’Ulivo, che hanno poca o nessuna fiducia, e del 73% tra quelli di Rifondazione Comunista. La ricerca segnala inoltre le differenze di atteggiamento degli elettori del centro destra: in Forza Italia (il 71% degli elettori ha molta o abbastanza fiducia nella classe politica) e in Alleanza Nazionale (il 58,2% ha molta o abbastanza fiducia), prevalgono – sottolinea il Censis - coloro che si riconoscono nei fatti nella classe politica, nell’Udc (64,8% ha poca o niente fiducia) e nella Lega (55,2% ha poca o niente fiducia) è più ampia la percentuale di coloro che hanno un giudizio negativo dei politici.
Piace, poi, sempre meno il "leaderismo carismatico". Il Censis rileva che vi è un "evidente affanno della capacità di traino del leaderismo carismatico come si è imposto nell’ultimo decennio, con una contrazione della quota di elettori che ha scelto il partito sulla base del leader e un’attenzione residuale degli italiani per il successo della professione e per la notorietà come doti del buon politico".
L’indagine conferma che "il nostro popolo non ha leaders e nemmeno li vuole", ha rimarcato il Segretario generale De Rita, ponendo l’accento sul trasferimento di consenso dai leader nazionali ai candidati circoscrizionali, percepiti come più vicini a interessi e aspettative territoriali.
"Il leader nazionale - rileva la ricerca - non tira più nel centro sinistra (gli elettori che hanno votato tale schieramento in ragione del leader più adatto a governare, sono passati dal 14,4% al 5,7%) e, dato ancora più rilevante, nel centro destra (dal 24,7% al 13,6%). In Forza Italia, che nel 2001, si era caratterizzato fondamentalmente come partito del leader, la percentuale di coloro che gli hanno concesso il voto per effetto del leader è scesa dal 33,2% al 20,9%".
"Vincono le identità territoriali", ha commentato De Rita. Una realtà che sembrerebbe confermata anche dall’alto numero di preferenze espresse. Una netta connotazione territoriale determinata da una sorta di "neo opportunismo" dei comportamenti elettorali che passa attraverso la richiesta ai candidati di mettere in moto maggiori risorse pubbliche per il proprio ambito territoriale. Andando oltre il commento dei dati, il Segretario generale del Censis ha giudicato "finito il bipolarismo". E ha chiarito il suo pensiero: "Cadendo il berlusconismo cade la struttura sulla quale si è costruito il bipolarismo. Dopo dieci anni di maggioritario costruito su berlusconismo e antiberlusconismo si torna a una logica proporzionale". Con la proposta Udc di ritorno al proporzionale si trova in piena sintonia De Rita, che non ha mai fatto mistero di essere stato sempre contrario al sistema maggioritario.
Tornando alla ricerca, da segnalare che i settori in cui gli elettori ritengono urgente una radicale riforma vi sono sanità (37,3%, 3 punti in più rispetto al dato 2001) e previdenza (34,3%, 7 punti in più rispetto al 2001). La riforma della giustizia sembra interessare meno (20,1%, meno 11,9 punti rispetto al 2001). Cresce invece la domanda di riforma radicale in materia di norme di tutela dei lavoratori (18,4%, +6,1 punti rispetto al 2001). Sostanzialmente stabile il dato riguardante la scuola (15,4%, ma consistente la richiesta da parte dei più giovani), mentre si contrae il dato relativo al fisco (12,5%, -5,4 punti). Il Direttore Roma ha fatto osservare come la riforma federalista sia all’ultimo posto nella graduatoria delle priorità (5,7%, -4,9 punti rispetto al 2001): prima vengono la regolazione delle attività imprenditoriali (10,0%), l’amministrazione pubblica (8,4%), il sistema elettorale e il funzionamento delle istituzioni dello Stato (6,1%). Il dato sul federalismo si può collegare alla richiesta di Stato centrale (dal 33,3% del 2001 al 43,6% del 2004). Si contrae la percentuale dei sostenitori delle Regioni (dal 39% del 2001 al 27,5% del 2004). Il municipalismo registra invece un lieve incremento (dal 27,7% al 28,9%). Allo Stato gli italiani chiedono sicurezze. La maggioranza ritiene che lo Stato debba garantire un lavoro a tutti e renderlo sempre meno precario (66,5%, + 7,8% rispetto al 2001) e rilanciare l’economia facendo ripartire anche gli investimenti pubblici (70,7%, + 5,2 rispetto al 2001). Negli italiani prevale la percezione della precarietà e l’idea di un impoverimento dei ceti medi: l’83,7% condivide questa idea, percentuale che raggiunge quasi il 91 nel nord est. Riguardo ai soggetti che lo Stato dovrebbe sostenere per migliorare il livello di benessere, al primo posto vi è la famiglia (65,8%), seguita a lunga distanza da impresa (20,5%), associazioni di volontariato (5,7%), associazioni di categoria (6,3%), Chiesa e istituzioni religiose (1,7%).
Il Censis osserva infine che "in una campagna elettorale giocata prevalentemente sui temi interni e sui riflessi interni delle vicende internazionali, anche tragiche, l’Europa non è riuscita a scaldare i cuori degli italiani". Gli elettori, ad ogni modo, ritengono che per l’Italia sia importante stare in Europa (l’80,5% pensa che conta molto o abbastanza). Nel centro sinistra il 58,6% è favorevole ad ampliare i poteri della Ue anche a scapito dei governi nazionali, mentre nel centro destra è il 41,4% ad essere favorevole. Il 17,7% degli italiani non sa nemmeno che L’Ue si è allargata a 25 Paesi. All’allargamento è comunque favorevole la maggioranza degli italiani (59,5%), soprattutto i 30-45enni (65%) e i più giovani (64,5%). Nell’elettorato di centro destra si registra il maggior numero di contrari. (Simonetta Pitari-Inform)