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INFORM - N. 117 - 7 giugno 2004

"Ghibli": un romanzo di Luciana Capretti sull’esodo degli italiani dalla Libia

Ventimila connazionali dovettero lasciare il Paese nel 1970

ROMA - Agosto 1970. Nei giorni della "jalaa", della cacciata, Tripoli fu travolta dal respiro selvaggio del Sahara. Il ghibli, il caldo vento del deserto era tornato implacabile come avveniva da tempi immemorabili, ma questa volta per dare il suo addio agli italiani costretti ad andarsene. Lasciando tutto nelle mani di Muammar el-Gheddafi. Atto finale della presa di potere - il 1 settembre 1969 fu rovesciata la monarchia e proclamata la Repubblica araba di Libia - del ventisettenne colonnello, che espulse tutti gli stranieri, gli odiati colonizzatori. Agli italiani furono confiscati tutti i beni, prima del rimpatrio forzato. Sono passati più di 30 anni ma indennizzi, per loro, non ce ne sono stati.

Luciana Capretti, giornalista di Rai International e corrispondente per molti anni da New York, con il romanzo "Ghibli" - appena uscito nelle librerie italiane per i tipi della Rizzoli - racconta una pagina della nostra storia; una pagina dimenticata, rimossa, forse perché troppo scomoda.

Agosto 1970: "Tripoli era soffocata dall’afa, che rendeva tutto più bianco ed irreale. Mancavano poche settimane allo scadere dell’ultimatum. Il porto era pieno di casse, bauli, mobili imballati e gente in fila per ore sotto il sole. Neppure il conforto del venticello marino, quasi la natura avesse deciso di alleviare l’esodo di migliaia con la sua calda, insostenibile brutalità. Perché il mal d’Africa non fosse così forte e persistente. Perché non li accompagnasse per tutto il resto della loro vita di emigranti in patria".

Poi, furono i giorni del ghibli "che spazza, schiaccia, travolge". Quasi una rappresentazione allegorica degli eventi che segnarono la sorte degli italiani.

Ventimila esuli che dovettero, fra la fine della primavera e l’estate del 1970, compiere a ritroso il viaggio dei ventimila che nel 1938-39 erano sbarcati in Libia per realizzare i piani coloniali di Mussolini. Come scrive Daniela Serio in "Il lavoro italiano nelle colonie. Il Molise e l’Africa Orientale (1936-1940)" (collana Quaderni sull’Emigrazione, ed. Cosmo Iannone), "è sulla Libia che si concentrano gli sforzi diretti al trasferimento di interi nuclei familiari in un’ottica non solo di sfruttamento di un territorio d’oltremare ma di occupazione permanente e di popolamento […]. Anche i giornali dell’epoca confermano l’intensità di questo sforzo del regime volto a una rapida moltiplicazione della popolazione italiana sulla ‘quarta sponda’".

"Sono uno dei ventimila, io", dice il vecchio Masino, uno dei personaggi del bel romanzo della Capretti, ricordando che "li avevano reclutati nelle campagne, i più derelitti, i più forti, i più fedeli al fascio. Gli avevano detto che sarebbero andati a lavorare, sì, ma che la loro era una missione. Non avevano bisogno di nulla perché avrebbero trovato tutto". Masino rievoca il viaggio e l’arrivo dei connazionali a Tripoli, l’esistenza che li avrebbe aspettati.

Stralci di storia, costruita sulle vite dolorosamente intrecciate di italiani e libici, colonizzatori e colonizzati: "Li caricarono sulle camionette in direzione dei poderi, i poderi creati sulle terre dei libici, che erano stati trascinati via attraverso il deserto, nei campi di prigionia. Ma loro non lo sapevano che i libici non c’erano più, che i sopravvissuti avrebbero ricevuto solo i resti meno fertili, che sarebbe stato difficile coltivare quella terra, dopo che era stato seminato tanto odio. Pensavano alla casa che gli era stata promessa, ai sussidi che avrebbero ricevuto, cinquecento lire al mese, mai visti tanti soldi insieme, al quintale di farina che li attendeva per fare il pane. E gli sembrò che anche quella interminabile distesa di sabbia che si trovavano di fronte fosse meno arida, meno astiosa, meno estranea di quanto potesse apparire. E con il nuovo aratro e il mulo in dotazione, il giorno dopo cominciarono a lavorare. Per vent’anni. Per vivere".

Sulla base di articoli di giornali, libri, testimonianze e ricordi liberamente romanzati Luciana Capretti tesse una storia che, spiega l’autrice, racconta fatti veri e insieme crea situazioni e personaggi. Con la libertà del romanzo, appunto. E con tale fluidità di scrittura e sapiente montaggio delle vicende da catturare il lettore trasportandolo sull’onda narrativa di eventi storici che l’Italia fatica a ricordare, forse non vuole ricordare.

In "Ghibli" si intrecciano vicende di italiani che, per motivi diversi, scelgono la fuga come risposta alla "jalaa". Personaggi che studiano, ed attuano, piani rocamboleschi per rientrare in Italia da cui li divide il mare, teatro di drammatiche sfide. Personaggi come l’orafo siciliano Santo Attardi arrivato a Tripoli da ragazzo con la famiglia. Dal padre aveva imparato il mestiere e aveva, con il tempo, messo su un prospero negozio. "Papà aveva un ideale. Non si è voluto iscrivere al fascio e lo hanno fatto fallire. Non gli rimaneva che salire su un piroscafo per andare lontano, dove nessuno lo conosceva, dove l’onta di non poter pagare l’affitto, o una minestra a noi figli non lo seguisse più". Ma anche Santo alla fine deve partire: "Non mi resta che ricominciare. Da capo anch’io". E sarà un periglioso viaggio di ritorno. Emblematica un’immagine stridente con il temperamento orgoglioso del personaggio: il rientro in Italia in canottiera e costume da bagno, nel quale aveva infilato il santino di San Giuseppe regalatogli un tempo proprio il padre. ("Questo libro - spiega l’autrice - è nato da una immagine, un uomo che torna a casa, dopo trent’anni all’estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio. E’ nato anche dai ricordi di una donna cui miseria fascismo emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre").

"Ghibli" racconta una pagina dell’emigrazione italiana, l’epilogo della storia di una comunità contro cui i libici riversarono l’odio covato per decenni. Un epilogo non privo però di atti di solidarietà e di amicizia dei libici verso gli italiani. Come quello di Ahmad, che finisce in prigione per avere difeso davanti alla polizia l’avvocato Peluso, del quale era stato autista e segretario per tanti anni. Un rapporto basato sulla stima e il rispetto reciproco.

Il romanzo di Luciana Capretti narra della fine di un’epoca. Ma anche dell’indifferenza dell’Italia verso coloro che "tornati per mare come erano partiti, con le stesse valigie bauli e poche cose con cui erano andati trent’anni prima, ma senza la retorica del ‘nuovo impero’, le sirene degli incrociatori, la fanfara delle trombe e lo scampanio delle chiese", per il resto della vita sarebbero stati emigranti in patria. (Simonetta Pitari-Inform)


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