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INFORM - N. 116 - 5 giugno 2004

Mestieri e professioni degli Italiani di Tunisia

Stampa italiana "operaia" e "borghese" nella Tunisia dell’800 e del ‘900

ROMA - "L’elemento operaio ha preso un enorme sopravvento, e la colonia commerciale, qual era prima, si è fatta, tra il 1885 e il 1895, essenzialmente operaia". Lo annotava il regio Console T. Carletti in un dettagliato rapporto su "La Tunisia e l’emigrazione italiana", datato 1903. Un proletariato, proveniente per lo più dal Sud Italia, sbarcato in massa alla fine dell’800 e che cambiò i connotati della colonia italiana in Tunisia. Vi erano muratori, falegnami, calzolai, minatori, fabbri, sarti, pescatori, scalpellini, tagliapietre, imbianchini, vetturini e così via. La colonia restò in buona parte "operaia" fino al secondo conflitto mondiale (anche se negli anni ’20 e ‘30 una componente diventò agricola": molte le terre tunisine coltivate da italiani).

Un proletariato al quale si preoccuparono di dare voce coloro che le autorità italiane bollavano senza mezze misure come "sovversivi": rifugiati politici che avevano partecipato attivamente ai moti insurrezionali per l’indipendenza italiana, anarchici, socialisti, repubblicani…Emigrati "speciali" che le autorità consolari tenevano d’occhio perché ne temevano l’influenza sugli italiani e sui tunisini. Un influsso che veniva esercitato da "un gruppetto di pochi agitatori, formatosi da poco, e per la propaganda di una certa stampa, anch’essa di recente fioritura, che ne rispecchia le idee", come scrisse il Console G. Ricciardi, dopo i primi grandi scioperi del maggio 1904, nella relazione "Leggi sociali e rivendicazioni operaie in Tunisia".

La stampa degli "agitatori" fu, dunque, strumento di diffusione di teorie sociali che non piacevano alle autorità. Divenne la voce delle masse operaie. La stampa di contestazione sociale e le sue spinte propulsive nei proletariati italiano e tunisino - fatto rilevante, poiché per la prima volta anche i proletari arabi venivano presi in considerazione dalla stampa europea in Tunisia - sono analizzati in un articolo-saggio di Michele Brondino nel volume curato da Silvia Finzi "Mestieri e professioni degli Italiani di Tunisia", il quarto pubblicato nell’ambito del "Progetto della Memoria degli Italiani di Tunisia".

La stampa "operaia" - essa si dichiarava spesso "redatta esclusivamente da operai", come esplicitamente indicato ne "La Voce del Muratore" e "Il Grido del Lavoratore" - attraversò due fasi. Nella prima essa si rivolgeva a tutto il mondo del proletariato con l’obiettivo di sensibilizzarlo alle nuove teorie sociali e alla creazione di sindacati, come precisava "La Voce dell’Operaio" nel 1905, "senza distinzione di razza, di colore, di nazionalità", poiché "francesi, italiani, maltesi, arabi, gli operai sono sottoposti alla legge del mercato del lavoro. Il patriottismo - rimarcava il giornale - si ferma al portafoglio". Nella seconda fase - dall’inizio del XX secolo - divenne espressione diretta di categorie di lavoratori più importanti per numero e peso socio-economico (minatori, muratori, pastai e, negli anni ’30, anche agricoltori e viticultori).

Era una stampa che si poneva in aperto conflitto con quella borghese, accusata di difendere gli interessi delle classi più agiate. Prototipo locale della stampa borghese "L’Unione", il giornale di maggiore durata in Tunisia (dal 1886 al 1943) e l’unico ad essere quotidiano (lo diventò nel 1897). "L’Unione" è una fonte molto interessante per comprendere la posizione della stampa borghese nei riguardi della questione operaia e sindacale, spiega Stefania Milella, autrice di un articolo-saggio contenuto nel volume sui Mestieri e le Professioni, che ha preso in esame una serie di articoli del 1906. Il quotidiano difendeva i propri interessi di parte, condannava le varie forme di rivendicazione operaia e avversava il sindacalismo (emblematico un articolo dal titolo "Il pericolo sindacalista"). Il giornale, tuttavia, aveva spesso anche un intento di difesa delle classi più deboli. Intento che però veniva perseguito, precisa Milella, attraverso l’affermazione e l’esaltazione di sentimenti di identità nazionale e di patriottismo (come nell’articolo "Miseria ed esodo" nel quale vengono espresse critiche nei confronti degli operai francesi, che lamentavano la concorrenza italiana, e vengono difesi i compatrioti: "Con che animo si viene oggi dunque a gridare loro la croce addosso, quando i traditi, socialmente parlando, sono essi soli, gl’italiani?"). Un atteggiamento avversato dalla stampa operaia in quanto tacciato di falsità e di strumentalizzazione a danno di quelle classi. Classi deboli che la stampa di contestazione sociale intendeva difendere.

Fu "L’Operaio" il pioniere di questa stampa. Lo fondò nel 1887 a Tunisi il medico, giornalista e militante anarchico-libertario calabrese Niccolò Converti, che concorse alla nascita di sette giornali in Tunisia e alla creazione dell’Ospedale Coloniale Italiano e della Croce Verde. Il settimanale, dai violenti articoli che costarono una condanna al suo fondatore, ebbe vita breve (dal novembre 1887 all’aprile 1889), così come l’ebbe tanta stampa operaia, ostacolata dalle autorità coloniali e dalla mancanza di mezzi finanziari. Ma "L’Operaio" raggiunse comunque lo scopo di promuovere, spiega Brondino nel suo saggio, i primi fermenti sociali e le tensioni ideali che stimolarono i lavoratori stranieri e tunisini alle lotte per la libertà sindacale e la promozione sociale. Un clima che portò alle prime grandi manifestazioni sociali di inizio ‘900.

All’inizio del XX secolo nacquero periodici espressione di specifiche categorie di lavoratori; giornali che pur dichiarando di volersi attenere solo ai problemi socio-economici della categoria che rappresentavano, in realtà facevano rivendicazioni che andavano al di là di quelle strettamente corporative. In sostanza, non erano affatto apolitici. Come "Il Minatore" (1907) e "La Voce del Muratore" (1907-1911), organi di categorie di lavoratori emigrati italiani in grande espansione in quel periodo.

Gli eventi della Grande Guerra, le tensioni politiche tra Italia e Francia, le rivalità crescenti tra lavoratori francesi, italiani, tunisini e altri gruppi di emigrati, l’avvento del fascismo in Italia portarono alla scomparsa della stampa di protesta sociale, fagocitata insieme alle strutture sindacali dalle istituzioni fasciste. Negli anni ’30 essa rinacque come stampa antifascista.

Negli anni ’20 e’30, intanto, una parte della colonia italiana da "operaia" si trasformò in "agricola". Uscirono due nuovi settimanali: "Il lavoro italiano" (1935, per gli agricoltori ) e "Il viticultore tunisino" (1938-39). Un filone di stampa nel quale era venuto meno il fuoco delle rivendicazioni sociali dei primi anni del secolo, che si concentrava esclusivamente sulle problematiche delle categorie alle quali si rivolgeva, e che scomparve con la Seconda Guerra Mondiale. Seguirono anni drammatici per la collettività italiana,che culminarono nel doloroso esodo di massa. (Simonetta Pitari-Inform)


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