* INFORM *

INFORM - N. 115 - 4 giugno 2004

Bush a Roma: dichiarazioni del Presidente Berlusconi

ROMA - "Un popolo che dimentica il proprio passato non può costruire per sé e per i propri figli un buon futuro. Perciò - ha dichiarato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - ho pensato che fosse giusto che questa sera noi italiani ricordassimo insieme quel 4 giugno di sessant’anni fa, quel 4 giugno del 1944 nel quale gli alleati liberarono Roma, la nostra capitale, dall’occupazione nazista. Due giorni prima che le truppe americane, sbarcando in Normandia, creassero le condizioni per la liberazione dell’intera Europa. Furono i giorni della fine del nostro inverno. I giorni della nostra rinascita come grande nazione democratica. Il Presidente degli Stati Uniti è in questi giorni in Europa per celebrare quelle dolorose, gloriose, decisive pagine della nostra storia. Prima a Roma, poi in Normandia e a Parigi. Ebbene, diversi settori del nostro mondo politico hanno preso a pretesto questa visita per manifestare la loro ostilità nei confronti degli Stati Uniti. Per questo ho deciso di intervenire: perché d l’Italia dovrà mostrare al mondo la sua ospitalità, la sua maturità, la sua consapevolezza della storia.

Non mi preoccupa certo la libera manifestazione del pensiero e tantomeno del dissenso: è l’essenza della democrazia. Mi preoccupa invece la possibile violenza, quell’assurda violenza che abbiamo già visto in opera troppe volte. Mi preoccupa la convinzione, instillata in alcuni ragazzi, che bruciando una bandiera, spaccando una vetrina o peggio, si possa dare maggiore forza alle proprie idee. E’ vero esattamente il contrario. Ma soprattutto ho a cuore un’altra cosa: evitare che qualche manifestazione estremistica possa impedire agli italiani di cogliere l’autentico significato, il profondo valore storico e morale dell’evento che ci troviamo a celebrare. Qualcuno di noi li ha vissuti, quei giorni e li ha raccontati ai propri nipoti, ai propri figli. La maggioranza dei nostri ragazzi, invece, li ha appresi solo sui libri di scuola… Invece è giusto che sappiano che i loro nonni e il loro padri, chi resistendo sui monti ai nazisti, chi più semplicemente accogliendo in festa gli alleati liberatori, quei giorni li hanno chiamati libertà. E’ giusto che sappiano come per liberare l’Europa i nostri alleati americani hanno pagato un enorme tributo di sangue. Mezzo milione di morti nella seconda guerra mondiale. Oltre settemila morti solo nel D-Day, il giorno più lungo, quello dello sbarco in Normandia. 25 mila caduti, infine, per liberare l’Italia, per liberare il nostro Paese. Alcuni di quei ragazzi riposano nella nostra terra, la maggior parte ad Anzio, dove sbarcarono.

Un legame antico ci lega agli Stati Uniti. Milioni di italiani hanno trovato in terra americana lavoro, benessere, la realizzazione delle loro speranze. Hanno, soprattutto, trovato una Patria ospitale. Ma il vero e proprio legame di fratellanza con gli Stati Uniti è nato in quei giorni e perciò è incancellabile. E anche dopo, subito dopo la guerra, la ricostruzione delle nostre città e della nostra economia, oltre che alla operosità della nostra gente, fu dovuta alla generosità di quel piano Marshall che permise all’Italia di porre le basi del miracolo economico".

Berlusconi ha poi ricordato l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York e le vicende successive, la guerra in Afghanistan e quella in Iraq, alla quale - ha detto - "l’Italia non ha partecipato".

"Finita la guerra, solo dopo la destituzione di Saddam Hussein, il governo italiano ha inviato in Iraq, con l’approvazione del Parlamento ed in coerenza con il mandato della risoluzione 1511 dell’Onu, proprie truppe in missione di pace. E’ lo stesso tipo, esattamente lo stesso tipo di missione che i nostri soldati hanno svolto e svolgono in tante altri parti del mondo: in Bosnia, in Kosovo, in Macedonia, in Afghanistan, per garantire la sicurezza, per provvedere al funzionamento di ospedali, scuole, servizi sociali, per consentire la costruzione della democrazia. Sono soldati encomiabili, ragazzi professionalmente e umanamente eccezionali. Sono degni del loro Paese e l’Italia può andarne davvero orgogliosa. La nostra missione in Iraq, dunque, è e resta esclusivamente una missione di pace. Qualcuno, di fronte a ciò che è successo in Iraq, lo nega. Ma non si può confondere l’aggressore con l’aggredito! Una missione di pace non cessa di essere tale solo perché gruppi di miliziani e di terroristi la attaccano perché non vogliono la pace. Anzi, è proprio in questi frangenti che si rivela ancor più indispensabile. Del resto, a fare le missioni di pace vengono inviati i soldati proprio perché è sempre alto il rischio di doversi scontrare con chi, invece, vuole la guerra",

"L’Italia riceverà dunque il Presidente americano - ha concluso Berlusconi -. E’ nostro dovere riceverlo, al di là di ogni diverso giudizio politico sull’intervento militare in Iraq, come il leader di una grande nazione amica e alleata. Come il leader di un Paese colpito, prima e ancor più di noi e degli spagnoli, dei sauditi e dei turchi e di altri ancora dalla crudele barbarie del terrorismo. Attraverso di lui diremo grazie al popolo americano che egli rappresenta per quello che gli americani hanno fatto il 4 giugno del 1944 per noi e per la nostra libertà. (Inform)


Vai a: