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INFORM - N. 112 - 31 maggio 2004

L’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne 4e"La Fiamma" di Sydney

Immigrazione australiana: con la Vanstone forse si apre un nuovo capitolo

Da otto mesi, esattamente dal 7 ottobre 2003, la senatrice Amanda Vanstone è la titolare del dicastero federale dell’Immigrazione e degli Affari Multiculturali e delle Popolazioni Indigene (DIMIA), ereditato dalla parlamentare liberale del South Australia dopo il lungo, troppo lungo, inflessibile dominio di Philip Ruddock, passato a... "miglior vita" a capo del Ministero della Giustizia. Un primo bilancio della gestione del ministro Vanstone del programma d’immigrazione, in particolare del segmento più delicato, il trattamento dei rifugiati, fa capire per vari segni che il capitolo più doloroso e vergognoso della politica australiana degli ultimi quarant’anni - scritto appunto dal "caporale Ruddock" e culminato con l’affare Tampa, la vicenda dei "bambini buttati a mare", il dispaccio delle cannoniere contro zattere sovraccariche di sventurati e la disumanità dei campi di concentramento in deserti e remote isole per clandestini (vecchi, donne e bambini inclusi) – se non proprio finito del tutto, sembra almeno avviato a conclusione.

In questi ultimi mesi qualcosa è cambiato, e radicalmente, come ci confermano fonti dell’apparato ministeriale ed anche varie frequenti notizie di pubblico dominio, nelle decisioni al vertice del Dipartimento d’Immigrazione. Il ministro Vanstone ha usato, e sta usando, il suo potere discrezionale per revocare o attenuare decisioni draconiane di Ruddock in casi individuali e collettivi di rifiuti e deportazione, tanto di chiedenti asilo che di stranieri con permessi di soggiorno scaduti. Sono state più seriamente prese in considerazione le osservazioni critiche di organismi pubblici e privati, nazionali e internazionali, di vigilanza e assistenza umanitaria. Molte delle madri e bambini che il regime di Ruddock aveva rinchiuso dietro il filo spinato sono state inserite nella libera società australiana nell’attesa di decisioni conclusive per i capifamiglia. Quasi tutti i chiedenti asilo trascinati con navi da guerra in isole ed isolette, in base alla spaventosamente costosa, crudele e inutile "soluzione Pacifico", vengono accettati in Australia dopo tanto penare come i genuini profughi che sono sempre stati. Il palestinese Aladdin Sisalem ha potuto lasciare appena ieri il campo di concentramento dell’isola di Manus, in Papua-Nuova Guinea, costruito a tempo di record con una spesa di 4 milioni e mezzo di dollari e dove da dieci mesi è stato l’unico detenuto al costo per l’erario australiano di 23 mila dollari al giorno.

Sono evidenti nell’era post-Ruddock i tratti di più apertura, più disponibilità, più umanità, che sembravano scomparsi nel panorama politico australiano, nel bieco xenofobico rigorismo sia del governo liberale-nazionalagrario, sia dell’opposizione laburista che già per l’episodio del "Tampa" rinnegò il suo vantato idealismo umanitario e si accodò ignominiosamente ai più beceri conservatori. Non va, comunque, dimenticato che il cumulo di menzogne e di allarmismi sui chiedenti asilo, messo a punto a preminenti scopi elettoralistici per compiacere larghi settori popolari disinformati e prevenuti, non fu responsabilità esclusiva del ministro Ruddock, ma anche e soprattutto del primo ministro Howard e collegialmente dell’intero governo, inclusa la Vanstone. La quale, se ora al timone della barcaccia dell’Immigrazione sta tentando di virare di bordo, potrebbe forse dare volutamente a intendere che si era proprio stomacata di quegli eccessi.

Il problema che ancora rimane è la tenace sopravvivenza della cultura del regime di Ruddock nel Dipartimento d’Immigrazione. Il liberalismo, la ragionevolezza, il senso di umana comprensione del nuovo approccio della Vanstone cozzano contro le abitudini mentali e il rigorismo ideologico di funzionari di medio ed alto rango, educati al concetto di "fortezza Australia", che ad ogni passo stemperano, frenano la tendenza aperturistica del nuovo ministro, facendone passare la "discrezionalità" per "pericoloso" arbitrio. E’ ormai notorio il fatto che responsabili di alcuni uffici del Dipartimento passano regolarmente al ministro della Giustizia Ruddock e al primo ministro Howard informazioni critiche e lagnanze sul comportamento e le decisioni della Vanstone, la quale, da quando è stata trasferita dalla guida del dicastero per l’Assistenza alla Famiglia e i Servizi Comunitari a quella dell’Immigrazione, è stata esclusa dall’inner circle del consiglio di gabinetto.

Ad ogni buon conto la personalità della Vanstone una visibile differenza alla politica d’immigrazione la sta operando. Chissà che con lei non si possa aprire anche il discorso su un’annosa questione che tocca il gruppo etnico italiano in questo Paese, al pari di altri gruppi immigrati europei di più tradizionale insediamento: i ricongiungimenti in Australia con genitori, figli non a carico, fratelli, sorelle. Ricongiungimenti familiari da liberare dal ferreo regolamento attuale del rifiuto e della preclusione totale. (Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" di Melbourne)

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