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INFORM - N. 101 - 17 maggio 2004

Su "La Voce d’Italia" di Caracas l’editoriale del direttore Gaetano Bafile

Noi ieri e oggi

La Collettività è cresciuta attraverso il processo d’integrazione che ha convertito in realtà i sogni dei pionieri, facendoci soldati di due bandiere

CARACAS - Quant’è accaduto in Argentina e adesso sta accadendo in Venezuela è stato, e tuttora lo è, causa di improbi sacrifici per le nostre comunità. Gli S.O.S. lanciati da Buenos Aires verso Roma non sempre hanno ricevuto le attese risposte, né gli interventi che si è riusciti a ottenere sono stati tali da appagare sufficientemente le esigenze esposte. Inoltre, invece di contenere con tempestivi provvedimenti i rimpatri, ultima ratio di situazioni disperate, essi sono stati spesso incoraggiati e non per generosa solidarietà ma - diciamolo pure - per sostituire gli extracomunitari. Tutto è valso comunque - forse magra compensazione - a mettere in luce la significativa crescita delle nostre comunità, concorrendo inoltre, non è cosa di poco conto, a smantellare l’ignava politica ch’ebbe in tempi andati le più infami espressioni nel silenzio con cui l’Italietta accompagnò alla sedia elettrica Sacco e Vanzetti e nel sordido baratto di qualche sacco di carbone in cambio degli emigrati immolati nelle caverne carbonifere di Marcinelle.

Lontana è, grazie al cielo, sprofondata tra foschi ricordi, l’Italietta la cui cruda miseria il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi ebbe a interpretare, per frenare l’ira traboccante dalle piazze, esortando a imparare una lingua forestiera e battere i sentieri mal detti della speranza.

Una ventata di quel brutto passato c’è parso di avvertirla in questi giorni nel Centro Italiano Venezolano di Caracas, dove un paio di parlamentari venuti da Roma, nell’intrattenersi con una decina di connazionali, non hanno trovato di meglio che raccomandare loro con accenti paternalistici di mantenersi "uniti, perché solo unita una comunità può pregiarsi di essere tale".

Ma, macchiette a parte, che oggi l’Italia è un’altra, come un’altra è la sua presenza nel mondo, ne han dato positiva conferma da qualche tempo le missioni inviate a Caracas dal Governo, dalla Farnesina, dal Parlamento, dai partiti, dalle istituzioni economiche e industriali, fino ai governi regionali.

Come non considerare impliciti riconoscimenti agli apporti dell’emigrazione italiana allo sviluppo dell’America Latina la fervida accoglienza tributata in Argentina al "nostro" Ministro Mirko Tremaglia la cui effigie circola per l’Uruguay impressa su tutta una serie di francobolli? Né è di meno significato la presenza di ammirati ingegni d’origine italiana nei posti-chiave, d’avanguardia, nella costruzione della Venezuela contemporanea. Qui la crescita della nostra comunità negli ultimi decenni ha inciso con vigore sul processo d’integrazione fino a distruggere sul nascere i ghetti entro i quali si pretendeva ammucchiare gli immigrati annientandone il patrimonio di valori ch’essi hanno portato con sè nel lasciare la terra d’origine, patrimonio divenuto il miglior dono che si potesse fare alla patria di adozione. Sono diventati così gli immigrati - italiani tra i primi - vere e proprie province venezolane scaturite da etnie diverse. Queste province lungi dal mantenersi estranee stanno partecipando con piena coscienza alle vicende ispirate a una primavera che prima o poi tradurrà in realtà i sogni d’un Venezuela ch’è oggi tanto di chi vi è nato come di chi vi è approdato da lontano. C’è è vero, chi pavido, miope, racchiuso nella sfera dei suoi particolari interessi, ci vorrebbe alla finestra a guardare, estranei a quanto sta avvenendo, quasi si volessero sradicare le radici seminate con amore e visione dai pionieri. A rinvigorirle invece c’è già, tra il sangue versato per una Venezuela migliore, quello italiano.

Non a caso, qualche settimana fa, nel riferirci a quel che ci si attende dai nuovi CGIE e Comites, abbiamo sottolineato l’esigenza di conferirgli responsabilità di maggiore ampiezza, fino a estenderle a quanti hanno varcato il Rubicone della nazionalità, tenendo in conto che nelle vene dei nostri oriundi c’è sangue italiano.

La nostra Collettività, abbiamo detto all’inizio, è cresciuta collocandosi in un mondo che cambia, davanti a sempre più impegnative responsabilità. Oggi, checché se ne dica, o si paventi, non c’è posto per gli ignavi. (Gaetano Bafile-La Voce d’Italia/Inform)


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