INFORM - N. 97 - 11 maggio 2004

L’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney

Per l’Italia e l’Australia un’impresa poco bella

Il principe nero del terrorismo internazionale, il Bin Laden che, insieme allo stato maggiore del suo esercito di diabolici criminali, "tutti quanti san che c’è / ma nessuno sa dov’è", si sarebbe pur potuto risparmiare le taglie in chili e mezzo-chili e quarti di chili d’oro che ha posto sulle teste degli invasori anglo-americani dell’Iraq e sugli alleati della "coalizione dei volenterosi", italiani e australiani inclusi. Perché tanto, le sevizie commesse e documentate su uomini e donne dell’Iraq post-Saddam da criminali in divisa e mercenari civili delle maggiori democrazie del mondo occidentale sono più che sufficienti da sole ad infiammare d’eterno odio l’universo islamico - dai moderati ai fondamentalisti ed estremisti - ed a togliere alle forze d’occupazione, in primo luogo ogni illusione di definirsi "forze di liberazione" e secondariamente ogni speranza di portare nel Paese ridotto a brandelli stabilità, pace e democrazia.

Le scuse arroganti, ipocrite e patetiche di Bush, di Rumsfeld, di Blair non convincono più neppure l’opinione pubblica più superficiale e disinformata, non servono a placare neppure minimamente la rivolta accesa nei cuori di centinaia di milioni di musulmani, oggi più che mai istigati e votati alla "guerra santa", e soprattutto non potranno risarcire le vittime sopravvissute di torture e umiliazioni da lager nazista o gulag sovietico, né risuscitare gli sventurati assassinati non solo nelle celle di Abu Ghraib ma in campi di prigionia di tutto l’Iraq - come confermano la Croce Rossa Internazionale e gli stessi informatori militari anglo-americani - fatti morire nelle pozze delle loro urine, feci e sangue o fatti bersagli di "divertente" tiro a segno dalle garitte di guardia. E il "divertimento" proseguiva con le migliaia di "foto-ricordo" che la balda gioventù d’ambo i sessi dell’esercito a stelle e strisce e dell’esercito di sua maestà britannica scattava degli efferati stupri di prigionieri, delle torture, dei torturati e dei torturatori. I trofei da mandare o portare a casa, da conservare negli album per figli e nipoti.

Eppure, erano oltre nove mesi che la Croce Rossa Internazionale ed alcuni alti ufficiali dell’esercito USA notificavano minutamente al Pentagono l’ondata di barbarie, generalizzata, sistematica, per mano dei militari alleati nei campi di prigionia di tutto l’Iraq, spesso nelle stesse carceri che erano stati i luoghi di tortura del regime di Saddam Hussein. E il presidente Bush "non sapeva niente", il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld credeva trattarsi di "bazzecole". Nessuno dei governi della coalizione - che la Croce Rossa afferma di avere informato con le stesse relazioni inviate al Pentagono - "sapeva niente". Ora, se è vero, come è vero perché dimostrato giorno per giorno, che il peggio deve ancora arrivare, che ci sono ancora montagne di immagini e documenti su questa autentica catastrofe umana e civile da rendere pubbliche, solo un tribunale internazionale per i crimini di guerra dovrebbe processare e giudicare i responsabili di questi delitti di lesa umanità. Ma no, gli Stati Uniti non riconoscono per i propri militari la giurisdizione di alcun tribunale internazionale. Ma no, Rumsfeld non può dimettessi, perché, come dice il falco numero uno della Casa Bianca, il vicepresidente Cheney, "è il miglior Segretario della Difesa che l’America abbia mai avuto". Ma no, ci saranno la corte marziale e una commissione d’inchiesta, per fare volare i soliti straccetti per aria e salvare la pelle agli intoccabili della Casa Bianca e del Pentagono. Ma no, come dice non un anti-americano ma Ted Kennedy, l’America deve rassegnarsi a "sostituire la Statua della Libertà col prigioniero incappucciato" in bilico su una scatola e con le dita e i piedi, ed ora è stato rivelato anche il pene, allacciati ai fili della corrente elettrica.

Questa tragedia, ancora alle prime scene di un copione tutto imprevedibile, rivela due aspetti odierni in brutale contrasto di quell’America che non è più quella del coraggio e della lealtà con cui sessant’anni fa fu determinante per liberare l’Europa dal nazismo. Il primo è positivo e relativamente confortante: è la libertà con cui i mezzi di comunicazione di massa, stampa, radiotelevisione, informazione on line, hanno rivelato gli orrori non di poche ma di troppe "mele marce" della società americana, senza paura, senza misericordia per i potenti, per i responsabili morali di quegli orrori ai vertici della cosa pubblica. L’altro aspetto è agghiacciante: è l’immagine di un’America di provincia primitiva, peggio che medioevale, quasi da tribù di boscimani, che emerge dalla dichiarazione - sintomatica, tipica, una fra tante - di una tale signora Colleen Kesner di Fort Ashby, nel West Virginia, la quale difende così la ventunenne Lynndie England, la concittadina soldatessa fotografata mentre porta al guinzaglio un prigioniero iracheno nudo e a quattro piedi: "Tormentare gli iracheni per una come Lynddie è come sparare a un tacchino selvatico. Qui in ogni stagione si va a caccia. Laggiù si va a caccia di iracheni".

Un’altra considerazione alla quale non si può sfuggire è quella relativa alle responsabilità morali degli alleati degli anglo-americani sul teatro di guerra dell’Iraq, inclusi gli australiani e gli italiani. Per carità di ambedue le patrie c’è solo da sperare che effettivamente i governi di Canberra e di Roma siano stati all’oscuro dei misfatti degli anglo-americani e che non corrisponda a verità la voce secondo cui la Croce Rossa Internazionale li avrebbe da un anno tenuti al corrente al pari di Washington e Londra. Ma ora che lo sanno, cosa fanno? Come si comportano? Si sentono totalmente a posto con la coscienza e la certezza di stare contribuendo a portare pace, libertà e democrazia al popolo iracheno, del cui modo di vivere e pensare non hanno capito proprio nulla?

Perché alle menzogne su cui fu impostata e con la quale si è proseguita la guerra si è voluta aggiungere anche quella che presenta gli iracheni come "amici affettuosi delle truppe italiane a Nassiriya", mentre proprio anche sugli italiani gli insorgenti sparano tutti i giorni?

Come ha scritto un vecchio saggio del giornalismo italiano, Enzo Biagi: "Morire per Trieste? Fu giusto, Trieste era Italia. Morire per Danzica? Difficile da capire. Morire per l’Iraq? Impossibile spiegarlo". E l’Italia, al contrario della più fortunata Australia, i morti - finora venti - all’Iraq li ha "regalati" già. L’Australia, se non proprio vite umane finora, grandi risorse economiche ce le ha rimesse pure in Iraq, sottraendole alla sua sicurezza interna e ad esigenze sociali ben più urgenti di una campagna militare sull’altra faccia della Terra. Impantanarsi nella "antica Babilonia", solo per seguire le bandiere di una superpotenza, i cui comandi militari non rifuggono dalla menzogna sistematica e dai più nefandi delitti di lesa umanità, è stata un’impresa poco bella, tutt’altro che gloriosa. E’ stato un triste destino che l’Italia non meritava. E neppure l’Australia. (Nino Randazzo*)

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* Direttore de "Il Globo" di Melbourne


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