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INFORM - N. 93 - 6 maggio 2004

Un articolo di Franco Narducci

Economia: il declino industriale non è solo italiano

ZURIGO - Instancabilmente il Presidente Carlo Azeglio Ciampi sprona gli imprenditori italiani, chiedendo loro maggiore impegno, coraggio e idee innovative per superare il periodo di crisi che attanaglia il sistema industriale italiano e mette a nudo le pecche che ci trasciniamo appresso da tempo. In pari tempo il Presidente, dall'alto dell'autorevolezza morale di cui gode e delle sue grandi competenze in campo economico, non perde occasione per lanciare strali contro la "retorica del declino" e la qualità dell'informazione e dei programmi messi in onda dalle televisioni nazionali: tra notizie distruttive, reality story e idiozie varie, la televisione italiana sta toccando il fondo.

Sicuramente nelle corpose discussioni, convegni e talk show che negli ultimi mesi hanno preso di petto la perdita di competitività del sistema produttivo italiano, non sono mancate le strumentalizzazioni e le esagerazioni di parte. L'Italia, a ben vedere, possiede una rete strategica di piccole e medie imprese che in molti c'invidiano e che hanno reso grande nel mondo il modello del Made in Italy. E poi, l'Italia domina da un quinquennio - con la Ferrari - quel mondo di sofisticata tecnologia che è la formula uno.

Ma l'imprenditoria italiana che soffre e chiede al governo di essere protetta dalla concorrenza della Cina è l'immagine di un Italia senza idee, che non sa più innovare e ha perduto la sapiente capacità dei vecchi artigiani. Soprattutto è l'immagine di un'Italia che possiede - come nel passato - isole di qualità ad altissimo livello, che però restano esempi di vitalità e ingegno che non trovano seguito nel resto del paese.

II declino dell'Italia non è solo industriale, è anche morale e i più recenti scandali - i colossali crac finanziari di Cirio e Parmalat - hanno confermato che l'Italia non ha saputo trarre insegnamento dalla stagione di "mani pulite". Nel panorama delle nazioni europee ad economia avanzata, per esempio, il degrado ambientale è visibilmente marcato in Italia (le immagini scandalose dei rifiuti urbani in Campania hanno fatto il giro del mondo), e il rapporto con l'ambiente e con la natura è semplicemente da ricostruire da capo. Che dire poi dell'incapacità amministrativa di molti sindaci e giunte comunali, che anziché operare per la comunità e lo sviluppo territoriale, investono il loro tempo a consolidare piccoli e grandi poteri personali.

Il declino industriale chiama in causa l’intera comunità europea, che per vincere le grandi sfide deve dare finalmente corpo ad una vera "politica europea" anziché attivare tutte le moratorie possibili, nel timore di una invasione di forza lavoro dai nuovi paesi membri. La libera circolazione delle persone ha dato spinte decisive per riforme sostanziali in vasti settori del mercato del lavoro e occorre richiamare che i vantaggi appaiono nella loro reale dimensione soltanto a distanza di tempo mentre gli oneri dell'adeguamento sono immediatamente palpabili.

Nel processo di adeguamento l’Italia sconta errori e difficoltà che altrove hanno superato da tempo: un sistema bancario sottodimensionato rispetto alle esigenze delle imprese confrontate con le sfide competizione globale, la mancanza di una chiara politica di sostegno alle esportazioni, la fragilità di molti marchi prestigiosi del Made in Italy rispetto alla concorrenza sleale e alla clonazione dei prodotti, e soprattutto l’inconsistenza nel campo della ricerca scientifica e la conseguente fuga di molti giovani e capaci ricercatori verso le nazioni che primeggiano nella società della conoscenza.

Sul piano strettamente politico, non ha senso consolarsi con le disgrazie altrui affermando che "la Germania sta peggio di noi", come hanno fatto illustri Ministri del Governo. La crisi della Germania ha ben altre radici e cause rispetto a quella italiana: la Germania è tra i primi paesi al mondo per investimenti in ricerca scientifica ed ha una cultura amministrativa semplicemente invidiabile. La realtà ci dice con crudezza che la quota tedesca del commercio mondiale è aumentata sostanziosamente, mentre l'Italia è arretrata al 3,5 per cento.

Ben vengano allora gli apprezzati appelli del Presidente Ciampi, che devono essere presi in seria considerazione per sconfiggere il pericolo di una relegazione dai tratti infernali. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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