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INFORM - N. 85 - 26 aprile 2004

Marcello Alessio (Associazione Italia Sudamerica): "di che si è occupato il Comitato di Presidenza del CGIE?"

CURITIBA - Le scarne cronache pubblicate finora non ci dicono se il Comitato di Presidenza del CGIE, conclusosi il 23 aprile scorso, si sia occupato dei problemi legali sorti dall'applicazione delle nuove norme sui Comites, né di quelli che potrebbero sorgere dall'ormai imminente processo elettorale per il rinnovo dello stesso CGIE. Solo Frizzera avrebbe saputo che il Comitato aveva "accolto" il suo reclamo contro l'elezione dell'esecutivo di Buenos Aires; ma questo "accoglimento" presuppone una interpretazione del fantomatico art. 24 della legge, magari anche possibile (ma pochi giorni fa, nella sua risposta alla interrogazione Sereni, il governo ha ribadito la "interpretazione estensiva" dell'art. 7 del Regolamento, secondo cui "solo i Comites decidono sulla regolarità della loro elezione"!!! - con leggi del genere tutto è possibile!) ma altrettanto sicuramente é contestabile.

Neppure è trapelato, finora, se la Presidenza uscente abbia trattato la questione delle disparitá nella distribuzione geografica dei membri del CGIE. Speriamo di si! Per ora, il Segretario uscente Narducci nella rituale conferenza stampa, si è limitato a ripetere i soliti dati niente affatto confortanti: un aumento dal 21% al 34% della percentuale dei votanti, quandanche fosse un dato attendibile (e non doppiamente falsato dalle ambiguità relative al numero degli aventi diritto, che nel 1997 inclusero impropriamente anche le "dichiarazioni sostitutive" e quest'anno escludono le vittime della mannaia dell'AIRE), sarebbe stato veramente il minimo che ci si poteva aspettare dopo l'introduzione del voto per corrispondenza. Ad ogni modo, se e quando (!) verranno pubblicati i dati definitivi sulle votazioni, si potrà tentare qualche confronto significativo - prima è inutile.

Nel frattempo, le mie esortazioni ad evitare eccessive formalizzazioni e pignolesche contestazioni nella applicazione di questa normativa-colabrodo - a meno che non siano in gioco importanti equilibri politici, come potrebbe essere il caso di Buenos Aires - hanno suscitato, da Porto Alegre, le proteste del delegato CTIM Calcara, il quale si scandalizza del fatto che nelle elezioni dei Comites si sia proceduto un po' ovunque (sicuramente in Sudamerica) "a tarallucci e vino", "all'amatriciana", a "pizza e fichi" e così via secondo altre metafore gastronomiche, in contrasto con il rigore e la solennità con cui, secondo le pie illusioni di Calcara, verrebbero svolti gli adempimenti elettorali in Italia.

A questo proposito, Calcara garbatamente mi rimprovera la disinvoltura con cui, pur se ex servitore dello Stato, io spingerei (in verità, dimostro tolleranza) verso una "sottile disobbedienza della legge", per giunta in base a una "interpretazione politica" dell'intero processo normativo da cui é venuta fuori questa aberrante legislazione.

Vorrei assicurare Calcara, che mi conosce da poco tempo, e rassicurare quelli che mi conoscono da più tempo, che il mio personale culto della legalità non è certo diminuito dopo la mia uscita dall'Amministrazione; uscita che, anzi, è stata determinata essenzialmente dalla comprovata, consolidata e apparentemente irreversibile situazione di illegalità in cui mi trovavo a operare, ad esempio in materia di riconoscimenti di cittadinanza, ma anche di concessione di visti, di adempimenti di stato civile, giudiziari, ovviamente anche elettorali etc. Situazione in cui peraltro si trovano, più o meno, quasi tutti i pubblici ufficiali e funzionari italiani, nella selva di norme contrastanti, ambigue, talvolta incomprensibili o oggettivamente inapplicabili, che é rigogliosamente cresciuta in Italia direi a partire dagli anni '70, col venir meno della dirigenza democristiana di vecchio stampo degasperiano e l'arrembaggio di una nuova orda di politicanti (neodemocristiani compresi, ovviamente!) completamente privi non solo del senso, ma spesso anche di qualunque nozione dello stato. E ho già spiegato privatamente a Calcara che questa non é un'interpretazione "politica", ma purtroppo, una semplice constatazione tecnica, su cui chiunque, di qualunque fede politica, dovrebbe concordare senza difficoltà.

Dopo aver resistito per quasi trent'anni remando controcorrente, tra i frizzi e i lazzi della maggioranza dei miei colleghi allineati con la tendenza allo sfascio istituzionale, mi sono rassegnato al fatto che per l'Italia, per ora, anche uno Stato così mal ridotto in fondo va bene. Nella società italiana, basata su una pluralità di organismi tutti più o meno "sovrani" nel loro ordine, dalle più benemerite entità assistenziali fino alle più truci organizzazioni criminose, lo stato di modello napoleonico, totalizzante e burocratico, è rimasto una presenza esotica, utile elemento decorativo per i rapporti con l'estero ma assolutamente non preso sul serio all'interno. A cominciare dalle sue leggi, di cui tutti si attendono un'applicazione "graduata", "ponderata" e via dicendo, a significare che le si applicano solo nella misura in cui non diano troppo fastidio a troppe persone troppo importanti....

Ecco, per dirla in sintesi: a uno stato del genere, fondato sulla "semilegalità", io, come semplice cittadino e anche come operatore politico, mi posso anche rassegnare e adattare. Non pretendo di raddrizzare le gambe ai cani, come si ostina a fare il mio vecchio amico/avversario Pannella. Non arrivo al punto di "spingere" alla "sottile disobbedienza", però non mi scandalizzo davanti ad essa, e, in mancanza di alternative, la sopporto. Quello che non sopportavo più, invece, era di far finta di applicare, e addirittura di far applicare, leggi del genere! Questo, e solo questo mi ha spinto a rinunciare alle laute prebende della diplomazia ufficiale e a ritirarmi (o forse allargarmi?) a forme di diplomazia "non governativa" che probabilmente, finché in Italia non ci sarà uno stato sul serio, sono assai più produttive (ancorché, temo, assai meno redditizie).

E, per tornare a quello che giustamente sembra preoccupare di più Calcara - cioè la presunta discriminazione ai danni degli Italiani all'estero, a cui verrebbero riservate dosi piú massicce di spazzatura legislativa e amministrativa - mi permetto di insistere, come faccio da anni, sul fatto che non si tratta di una scelta "politica", ma piuttosto di una conseguenza oggettiva del fatto che in Italia la gente é assuefatta a questo stato di semilegalità, e sono anche state elaborate raffinate tecniche per ricoprirlo sotto suggestivi manti di solennità e di formalismo. La parola d'ordine, a tutti i livelli istituzionali, é: si faccia di tutto, purché si salvino le apparenze!

All'estero, invece, dove un po' di senso della legalità vera sussiste, casca l'asino e certi raffazzonamenti appaiono tristemente per quello che sono. (M. Alessio - Associazione Italia Sudamerica)

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