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INFORM - N. 59 - 22 marzo 2004

L’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma di Sydney

Gli equilibri sconvolti

Il primo anniversario dell’attacco anglo-americano (tanto per citare i due belligeranti d’avanguardia) all’Iraq ha suscitato nel mondo una serie di reazioni a tutti i livelli, da quello politico a quello popolare, ancora più vasta e complessa della protesta scatenata all’atto dell’apertura delle ostilità. Non sono soltanto le straordinarie dimostrazioni di piazza, che pure si fanno interpreti di un’aspirazione universale ed echeggiano un grido corale contro la guerra di gran parte dell’umanità, ad incidere in questi giorni sulle coscienze degli individui e delle collettività. Se fossero solo queste le conseguenze delle iniziative di massa per la pace, sarebbe tutto positivo e tutto di guadagnato per la dignità e le sorti dell’umanità. Sono invece in gioco altri fattori di perturbazione e di feroci interessi di parte, di ciechi egoismi e disonestà intellettuale elevata a sistema. Oltre a chi provoca materialmente le guerre e il terrorismo, c’è chi corrompe i sentimenti della gente e macchia di opposti estremismi l’anelito alla pace, finendo col soffocarlo.

La guerra dell’Iraq non ha solo abbattuto il regime di Saddam Hussein, ma ha negli ultimi dodici mesi rotto delicati equilibri interni e internazionali in molte regioni del mondo. La rivelazione è stata di un conflitto impostato sulla menzogna delle armi di distruzione di massa, che ha da un lato creato divisioni profonde fra popoli già alleati e aggravato il fenomeno del terrorismo, dall’altro ha alimentato l’atteggiamento intollerante e oltracotante di quei governanti che, come Bush, Blair, Howard, i tre alleati della prim’ora, continuano a battersi ad oltranza per giustificare l’originaria menzogna. E chi non è d’accordo è un traditore, addirittura un amico dei terroristi.

Così, in Australia Howard umilia e mette a tacere il capo della Polizia federale Mick Keelty, il quale onestamente e logicamente stabilisce l’ovvio rapporto di causa ed effetto tra la partecipazione all’occupazione militare dell’Iraq e il rischio dei Paesi partecipanti di divenire obiettivi di un folle terrorismo islamico che non accenna ad estinguersi. Bush continua ad esaltare la strategia della "guerra preventiva" presentando l’insanguinato e dilaniato Iraq come battistrada di democrazia per il mondo arabo, e sollevando l’aspra osservazione, bruciante come una staffilata, del segretario generale dell’ONU Kofi Hannan: "Un anno fa in Iraq il terrorismo non c’era". In Gran Bretagna Blair non sfugge alla convinzione diffusa e all’accusa generale di avere mentito sapendo di mentire per entrare in guerra a fianco degli USA, mentre echeggia il lamento del governo polacco, membro della "coalizione dei volenterosi", di "essere stato preso in giro dagli USA".

Intanto la Spagna democratica, colpita al cuore dalla strage di Madrid, cambia registro, elegge un governo socialista che decide di ritirare il contingente militare dall’Iraq, e la libera scelta di un civilissimo popolo viene bollata da Washington come "vittoria dei terroristi". Senza contare l’inutile partecipazione dell’Italia ad un’operazione di "peace keeping" in un Iraq dove di pace ce n’è sempre meno e di sangue se ne continua a versare copiosamente, incluso quello delle 19 vittime italiane della strage di Nassiriya.

In mezzo a tutti gli equilibri sconvolti al pari delle coscienze, mentre l’idra del terrorismo internazionale solleva, dovunque sceglie nel mondo, le sue teste che nessuna potenza sembra capace di mozzare, l’insulto più ingiusto, vile e infamante scagliato a chi non vuole la guerra, e a chi in particolare la guerra in Iraq non volle, di essere un amico dei terroristi. Questa forma di degrado e corruzione dei sentimenti e dell’intelletto è un’altra conseguenza della più sciagurata delle avventure militari dopo quella del Vietnam. (Nino Randazzo*)

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* Direttore de "Il Globo" di Melbourne

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