Rino Giuliani (Istituto Santi): "La pace è di tutti"
Tra alcuni giorni si svolgerà una grande manifestazione per la pace. Non è la prima e non sarà l’ultima. Affermare la pace come bene comune è ormai la necessaria manifestazione di volontà che occorre continuamente ripetere. Sarà sabato 20 marzo, in Italia, avverrà appunto nel modo il più visibile e sarà ad alta voce perché, come si suol dire, la misura è colma.
E’ difficile pensare che la rivendicazione della pace possa essere avversata da chicchessia. Pur tuttavia vi sono persone che ritenendo valido il principio "se vuoi la pace prepara la guerra" valutano il ricorso alle armi il mezzo più efficace per pacificare situazioni quali quella dell’Irak o della Cecenia. Il fatto che i conflitti, ieri locali, siano oggi messi in comunicazione dal terrorismo che agisce in modo globalizzato sembrerebbe giustificare i fautori degli interventi preventivi e delle prove di forza. Al contrario la spirale ininterrotta che si è messa in moto conferma che le soluzioni vere e stabili non sono quelle militari ma quelle negoziate politicamente con una impostazione multilaterale degli interventi. Il coraggio di risolvere le questioni dell’oggi deve trovare complemento nell’esercizio della memoria sugli errori fatti nel tempo in tema di relazioni fra paesi, popoli , aree geopolitiche e geoeconomiche.
E gli altri, quelli che hanno consapevolezza che la pace deve essere giusta e che vogliono raggiungere tale obiettivo per togliere l’acqua nella quale vive e si alimenta il terrorismo come andranno all’appuntamento di sabato prossimo? Quali saranno le motivazioni che sospingeranno tanti cittadini nel grande corteo pubblico?
La domanda non appare illegittima a fronte di una serie di "distinguo" che, sul tema della pace, hanno attraversato il confronto fra tutti quelli che non hanno condiviso la decisione del governo di affiancare militarmente gli Stati Uniti e che oggi, di fronte all’Iraq senza Saddam, si pongono il classico quesito: "che fare"? La pace, nel cui nome si manifesta, è un valore in sè e come il divieto di uccidere che, in primo luogo imperativo della coscienza solo dopo è norma recepita dagli ordinamenti giuridici.? Dobbiamo rendere testimonianza "senza ma e senza se" per usare il linguaggio della nostra contemporaneità, decontestualizzare la relazione fra la persona, il perseguimento della pace ed il rifiuto di uccidere oppure dobbiamo misurare nel nostro tempo l’affermazione di questi due principi- valori, in termini storici alla luce della difesa del bene comune del consorzio umano?
Già all’annuncio della manifestazione è apparso chiaro dal confronto di punti di vista che l’omaggio ai principi, la scelta della pace andava di pari passo con diverse analisi sul dato concreto della situazione esistente e sulle prospettive immediate in Irak , in Palestina ed in Israele in Cecenia
La discussione non è di quelle sulla predicazione del santo di Assisi né quella sul "bellum iustum o iniustum" che tanto ha impegnato, dai padri della Chiesa cattolica ai padri conciliari del Concilio Vaticano II°. Se le diverse e talora divergenti posizioni riguardano, qui ed ora, il merito, gli accadimenti che sono conseguenti a scelte ed a decisioni di politica internazionale, le opinioni sono legittime e possono essere, come è stato, oggetto di confronto e di scontro democratico.
Di certo nessuno ha la "griglia dei requisiti" utile per redigere l’albo di accreditamento di soggetti individuali e collettivi che sono per la pace. Si tratta piuttosto di ricercare, se possibile, le vie per una posizione comune che parta dalla condivisione dei principi e da un comune sentire nel proporre forme e modi d’intervento i più solleciti per l’autodeterminazione del futuro di popoli la cui odierna condizione non è di libertà.
La lotta al terrorismo impone la maggiore responsabilità di una unità nell’azione la più ampia possibile, il che non cancella le permanenti diversità fra le scelte fatte del governo e la prospettiva indicata da tanta parte di chi in parlamento e nel contesto sociale si batte per un ruolo italiano dentro il protagonismo dell’Europa e delle Nazioni Unite a sostegno della pace e della legalità internazionale,
Se vogliamo prenderla alla lontana, le carte in regola non ce l’hanno avute i paesi del nord del mondo che hanno tratto vantaggi e benessere dalla costruita instabilità di tante aree planetarie e, se vogliamo partire dall’inizio del secolo, non ce l’hanno gli Stati Uniti.
Dobbiamo anche prendere atto che l’intenzione di chi ha sferrato l’attacco terroristico alle "Due Torri" era quella di colpire non solo l popolo americano ma anche l’Europa
Oggi, all’indomani dei gravissimi fatti di terrorismo accaduti in Spagna suonerebbe come una campana incrinata limitarci a gridare il nostro no alle guerre ed il nostro no contro i terrorismi senza indicare insieme una via d’uscita al contempo rispettosa dei valori umani e dei diritti delle persone. Sul "che fare" occorre un sano pragmatismo che faccia sempre perno sui principi ma che sia in grado di far avanzare le situazioni in un quadro di certezze date dal diritto internazionale.
Non aiuta la trasformazione delle posizioni in dogmi su cui non si tratta come anche il prescindere dalla correlazione delle forze che si trovano sul campo, o il ridurre un tema tanto drammatico a dettaglio tecnico della dialettica politica nazionale.
La nostra azione deve essere ispirata alla tutela del bene comune. Un paese come l’Italia, lo hanno detto in molti, non si doveva collocare in armi accanto agli Stati Uniti nel nome di una astratta "speciale" amicizia, sacrificando, come ha fatto il nostro governo, anzi sperperando una politica di amicizia o di buon vicinato con i paesi arabi. Oggi non possiamo pensare che la situazione irakena si riavvoltoli su se stessa come in quel film americano nel quale un simpatico giovane attore guidando un’automobile ad alta velocità può ritornare indietro nel tempo e nello spazio.
Si deve uscire anche dalla trappola di far propria l’idea di coloro che affrontano le questioni aperte internazionalmente come uno scontro fra civiltà, fra religioni per l’egemonia planetaria dimensionando invece, laicamente, protagonisti e ragioni politiche vere dello scontro in atto, risalendo allo 11 di settembre di New York ed anche oltre nel tempo, quando i guasti attuali hanno iniziato la loro incubazione.
Mai come al momento del recente attentato di Madrid ci siamo sentiti colpiti in primo luogo come appartenenti al genere umano proprio perché ripugna umanamente pensare che si possa agire attraverso stragi per sostenere qualsivoglia causa come ripugna la violazione del principio di non uccidere. Solo dopo ci siamo sentiti colpiti anche come cittadini di una comunità vasta fondata su valori democratici condivisi, su una comune storia e su un comune avvenire, in quanto cittadini europei.
Come cittadini dell’Europa dobbiamo insieme, tutti, rispondere con fermezza , con le regole che ci siamo dati alla aggressione di quelli che agiscono attraverso il terrorismo.
Dobbiamo riprendere più intensamente una politica d’amicizia, di collaborazione e di integrazione con i paesi del Mediterraneo tenuti oggi sotto tiro da un gruppo politico che usa strumentalmente la fede islamica. Lo dobbiamo fare come Unione Europea in primo luogo e come Italia in quanto paese naturalmente e storicamente direttamente interessato ad una politica di pace e di prosperità e di scambi economici e culturali nell’area del Mediterraneo.
Non basta l’esercizio solitario della potenza militare che, gravemente sbagliando, sta impantanando in Irak sia gli Stati Uniti che gli altri paesi in un modo o nell’altro coinvolti nell’azione militare.
La manifestazione di sabato non può non assumere con forza il duplice rifiuto della guerra e del terrorismo. Le ragioni del profondo dissenso sulle azioni unilaterali dell’attuale governo degli Stati Uniti permangono tutte intere e non saranno azzerate da una partecipazione più estesa determinata dalla adesione di chi è contro il terrorismo, per la pace ma non chiede, con motivazioni da tempo note, il ritiro immediato delle truppe straniere oggi presenti in Irak. (Rino Giuliani, Vice Presidente dell’Istituto Fernando Santi, componente l’Ufficio di Segreteria della FIEI)
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