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INFORM - N. 40 - 24 febbraio 2004

Volontari trentini in Eritrea: l’Associazione "Il Tucul" festeggia dieci anni di solidarietà

TRENTO- "Sono felice di avere accettato questo invito e di essere qui, oggi, in Eritrea. Sono stata molto colpita dalla generosità dei volontari della Vallarsa, dall’amicizia che hanno costruito in questi dieci anni con la popolazione locale. Questi tre giorni sono stati una grande lezione di vita, e vedendo le opere realizzate dall’associazione ‘Il Tucul’ non posso che dire di sentirmi orgogliosa di essere trentina".

Con queste parole domenica 22 febbraio l’assessore provinciale alla solidarietà internazionale Iva Berasi si è rivolta alle tante persone riunite attorno ai cinque nuovi edifici - dei tucul, appunto, ovvero le tipiche costruzioni di pietra, a pianta rotonda e con il tetto di paglia del centro-nord dell’Eritrea - inaugurati dai volontari trentini in occasione del decennale della loro presenza nel paese africano. Cinque costruzioni realizzate con tecniche moderne e in parte con il legno della Vallarsa (in Eritrea il legno è prezioso e raro) che costituiscono la nuova scuola di Bsgdirà, e che accoglieranno oltre 200 studenti.

Molta ovviamente l’emozione, in ogni momento della grande festa organizzata assieme alle autorità civili e religiose (erano presenti fra gli altri il vescovo Kidane Yerbio e il padre spirituale dell’associazione, padre Romedio) e alle suore cappuccine di Madre Francesca Rubatto, dalla cui missione di Feledareb, nel 1994, l’attività de "Il Tucul" ha cominciato a diffondersi in tutto il paese. Una festa fatta di canti, balli, tamburi, spade, bandiere italiane ed eritree, un cippo con un’aquila di San Venceslao scoperto nel cuore della missione di Feledareb. Una festa fatta soprattutto di parole piene di calore, anche se a volte pronunciate in lingue sconosciute ai trentini, come il tigrino o il bileno.

In Eritrea l’associazione "Il Tucul" ha fatto veramente di tutto, come constatato dalla delegazione della Provincia autonoma che ha visitato prima alcuni progetti a sud di Asmara, a Enghelà, Segeneiti, Berachit Abay, e poi nel nord, a Feledareb e dintorni. Ha portato l’acqua, innanzitutto, scavando pozzi, posando condutture, realizzando fontane pubbliche gestite direttamente dalla gente dei villaggi, che prima doveva fare anche ore di cammino per procurarsene una tanica (spesso non potabile). E ha portato l’energia elettrica, per chilometri, attraverso distese pietrose dove a volte, oltre agli scheletri dei carri armati, affiorano ancora, durante gli scavi, delle mine. E poi la scuola di Bsgdirà, e poi ancora due ospedali, più altri ambulatori più piccoli nei centri minori, forni per il pane (che qui, contrariamente a quanto accade nella gran parte dell’Africa, è molto apprezzato), persino, a Feledareb, una coltivazione sperimentale di vigneti e agrumeti, con l’irrigazione a goccia, e un centro audiovisivi per produrre e proiettare materiale didattico rivolto soprattutto alle donne e i bambini.

In questo paese, che fu un tempo colonia italiana, le due guerre combattute contro l’Etiopia hanno lasciato segni indelebili. Ancora adesso nei villaggi gli uomini sono pochissimi: la maggior parte di essi è stata richiamata dal governo per il servizio militare, che in Eritrea dura un tempo indefinito, e interessa anche le donne, se non hanno figli. Anche per questo il lavoro dei volontari trentini è importante. Per il decennale dell’associazione sono arrivati a Feledareb una ventina degli oltre cinquanta volontari che si alternano, con turni di circa un mese, nella realizzazione dei diversi progetti. (m.p.-Inform)


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