Allargamento UE: ne conseguirà una libera circolazione dei lavoratori?
Se lo chiede la Fondazione Migrantes, dal momento che quasi tutti gli Stati membri annunciano misure restrittive.
BRUXELLES - Con l’entrata a maggio 2004 dei nuovi dieci Paesi membri dell’Unione, si apre ufficialmente un periodo in cui la legislazione europea subirà notevoli cambiamenti legislativi. Uno di questi riguarda i lavoratori dei nuovi dieci partner: dal primo maggio dovrebbero teoricamente godere dei medesimi diritti degli altri cittadini europei, compreso quello di stabilirsi in altri paesi membri, in pratica dovranno invece attendere alcuni anni prima di poter godere del diritto di muoversi liberamente all’interno del Vecchio continente. Numerosi governi stanno decidendo di approfittare del diritto, previsto dal trattato di adesione, a limitare l’ingresso nel proprio mercato del lavoro dei cittadini dei "paesi entranti", introducendo "periodi transitori" che possono arrivare fino ad un massimo di sette anni. Questa al momento attuale è la mappa. Germania e Austria, hanno fin da subito fatto capire che avrebbero adottato la linea dura, usufruendo del diritto a chiudere gli ingressi per il periodo transitorio massimo consentito di 7 anni. Olanda: a fine gennaio il governo ha annunciato di volersi riservare il diritto a chiudere le frontiere ai lavoratori dei futuri partner nel caso in cui questi superino le 22.000 unità nel primo anno. Danimarca, Belgio, Grecia e Finlandia, si appresterebbero a congelare il diritto alla piena libertà di circolazione per almeno due anni. Francia, Italia e Spagna: stanno ancora riflettendo sulle misure più appropriate. Parigi non vuole introdurre quote annuali, ma non intende neanche aprire completamente le frontiere. Madrid starebbe pensando di concedere l’ingresso solo a chi possa dimostrare di avere un lavoro. Le autorità italiane infine stanno vagliando diverse ipotesi, inclusa quella più drastica di una messa al bando totale di sette anni. Portogallo: avrebbe bisogno di 20mila unità, ma ha deciso di limitare gli ingressi. Svezia: inizialmente aveva deciso di aprire le frontiere; ha deciso di cambiare idea annunciando qualche settimana fa l’intenzione di imporre restrizioni all’ingresso dei lavoratori.
Gran Bretagna e Irlanda, entrambe a corto di mano d’opera, sono le uniche che restano determinate a mantenere la politica della "porta aperta" ai nuovi partner. Anche se Londra sta pensando di limitare in qualche modo il peso dei nuovi lavoratori sul già precario stato del sistema sociale britannico. Si teme un’invasione dall’Est? Secondo i calcoli della Commissione, nei primi anni dopo l’allargamento, il flusso annuale di lavoratori migranti sarà compreso fra i 70mila e i 150mila.
Anche la Norvegia, che non appartiene all’UE aveva deciso di aprire le frontiere ai lavoratori dei dieci nuovi Stati membri dell’UE. Ma ora sta facendo come la Svezia passi indietro, come dichiarato dallo stesso Primo Ministro: "Quando tutti gli altri attorno a noi stanno introducendo norme provvisorie, è difficile resistere da soli. Ci rendiamo conto che ciò avrebbe portato a una pressione irragionevole sulla Norvegia". Si teme infatti che l’avanzato sistema del Welfare norvegese venga messo a dura prova da un afflusso massiccio di immigrati, provocato appunto dalle restrizioni agli ingressi, annunciate dagli altri Stati dell’UE. (Migranti press/Inform)