L’articolo di fondo di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney
Australia-USA: "niente di meglio"
"meglio di niente" o "meglio niente"?
La sigla in questi giorni usata con maggiore frequenza nel dibattito politico nazionale e sui mezzi d’informazione è FTA (Free Trade Agreement), quella bozza d’accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Australia, di cui si conosceranno i dettagli solo fra qualche mese e che dovrà poi venire approvata dai parlamenti delle due parti. L’iniziativa, che ha una valenza politica prima e più che economica, può trarre facilmente in inganno, tanto per la forma quanto per la sostanza, l’australiano della strada, non proprio incline ad analisi e valutazioni di intricate formule burocratiche in un migliaio di pagine zeppe di numeri, calcoli, grafici, proiezioni, ipotesi, modelli, condizioni, codicilli. Neppure gli esperti (al di fuori forse di quelli governativi di Washington e Canberra) e gli operatori economici interessati sulle opposte sponde del Pacifico possono ancora avere una visione totale dell’intesa e dei suoi effetti, e si aggrappano ad alcuni degli aspetti più appariscenti e generici dello "storico" Free Trade Agreement.
Per gli osservatori più scettici e critici, o più cauti, se non è proprio la classica montagna che partorisce il proverbiale topolino, poco ci manca, in attesa di conoscere i contenuti dettagliati, e di vederli definitivamente approvati dalle legislature della due parti. Tenendo presente che per prassi il Congresso USA appoggia o boccia in blocco questo genere di trattati, non consentendo la minima deviazione o modifica, e che d’altro canto anche il più piccolo emendamento in sede parlamentare australiana manderebbe a monte il progettato accordo. E l’opposizione laburista, oltre a quella dei democratici, dei verdi, degli indipendenti e di alcuni nazionalagrari all’interno della stessa coalizione di maggioranza, annuncia già severi approfondimenti, specie al Senato dove il governo è in minoranza. Realisticamente a Canberra non saranno molti i politici su ambedue i versanti a lasciar cadere a cuor leggero i presupposti e lo spirito di un rafforzato legame istituzionale con la massima potenza economica mondiale, e volersi assumere la responsabilità morale di azzerare un tentativo di liberalizzazione di scambi, anche se su base bilaterale, nel contesto di un processo di globalizzazione economica in marcia. Intanto, però, in questa fase preliminare di chiarimento, finalizzazione e ufficializzazione dell’accordo, non si riscontrano eccessivi entusiasmi, neppure nei settori più direttamente interessati del mondo economico australiano e potenzialmente più avvantaggiati, mentre invece si segnalano negli USA giudizi ben diversi dalle acclamazioni scaturite in questi giorni dal governo Howard e che suonano anzi come schiaffi e sberleffi del colosso transoceanico all’ingenuità della piccola Australia.
E’ stato, e sarà sempre, facile per il governo Howard difendere e fare accettare il principio di un’area di libero scambio. Più difficile difendere e fare accettare alcuni di quegli aspetti che genericamente si conoscono fin d’ora del particolare accordo bilaterale raggiunto all’inizio della scorsa settimana a Washington dal ministro del Commercio Mark Vaile e dall’omologo americano Robert Zoellick. In primo luogo, il sospirato "libero accesso" di prodotti, servizi e capitali fra le due parti è molto relativo, e in parecchi casi tanto distante nel tempo far rispondere da parte dei più delusi e scettici "Meglio niente" al governo di Canberra che grida "Niente di meglio" ed agli ottimisti più moderati che ripetono "Meglio di niente".
Tanto per cominciare, la quota di carne bovina australiana per il mercato USA (attualmente fissata a 378.000 tonnellate annue) verrebbe aumentata di 70.000 tonnellate, non in un anno ma nello spazio dei prossimi 18 anni. Dopo, le quote e relative tariffe daziarie sarebbero abolite del tutto, ma automaticamente reimposte l’istante in cui il prezzo del manzo statunitense dovesse scendere del 6,5 per cento. Diciotto anni: campa, cavallo! Tempo per il succedersi di due nuove generazioni della popolazione e dei politici d’Australia, magari tempo per l’era della nuova più grande potenza economica mondiale, la Cina, per l’emergere di un mondo dagli equilibri geopolitici totalmente rivoluzionati e imprevedibili, dove le partite australiane e americane di manzo e di montone potrebbero avere la stessa considerazione che nell’economia odierna avrebbero gli allevamenti ottocenteschi di bachi da seta. Diciotto anni ancora per la parità dei "diritti bovini", undici anni per le carni ovine, però già da subito i produttori americani di insaccati e altri prodotti suini salutano l’apertura a breve del mercato australiano, nonostante le ferree restrizioni di quarantena che hanno fino ad oggi fatto dell’Australia un "santuario" relativamente esente da epidemie infettive del patrimonio zootecnico. Sarebbe sommamente ironico se, mentre si rischiano salate multe e persino la galera per il contrabbando di un salamino o di un prosciutto italiano, si lasciasse via libera a un genere di carni americane che, portate in scatola della truppe alleate durante l’ultimo conflitto mondiale, già una volta distrussero con un’infezione parassitaria tutti gli allevamenti suini del continente australiano.
Tutto da verificare l’impatto sul movimento di capitali, quando agli odierni 57 miliardi di dollari di investimenti americani in Australia corrispondono 73 miliardi di dollari di capitali australiani investiti in America, e la sparuta base di mercato (venti milioni di consumatori, equivalente ad una metropoli come New York) non offre prospettive proprio allettanti. E’ vero che si contempla un innalzamento da 50 a 800 milioni di dollari del tetto massimo per l’acquisizione di cointeressenze in gruppi societari australiani, ma questo agevolerà il passaggio in mani americane delle più floride aziende australiane. Si parla anche dell’Australia che diventerebbe l’ottantunesimo dei Paesi "designati", vale a dire autorizzati, a partecipare alle gare di appalti americani: un nuovo piccolo concorrente internazionale di scarso, quasi insignificante, peso.
Ancora, gli USA si troveranno di fronte al 55 per cento di contenuti australiani per i programmi degli attuali quattro canali televisivi "a libero accesso d’utenza", ma gli americani sanno già di potere inondare a volontà la programmazione delle Pay-TV (che sono già al 25 per cento del mercato) e dei futuri innumerevoli canali digitali. La colonizzazione culturale americana è irreversibile e l’FTA la consoliderebbe ulteriormente.
Mentre gli operatori del settore caseario salutano il previsto triplicarsi delle quote di latte e latticini da export, per altri prodotti agricoli le aperture sembrano minime e di semplice facciata. Immaginarsi quanto potrà incidere la libera esportazione australiana in USA di fiori freschi, arance, noci macadamia, avocado e olio d’oliva. Totalmente chiusa invece l’America allo zucchero australiano, i cui bassi costi di produzione e prezzi al consumo metterebbero in pericolo i superprotetti produttori di barbabietole del Michigan, del New Mexico, della Pennsylvania, della California e della Florida, dove si giocano le sorti politiche di Bush nelle presidenziali di novembre.
Sulla questione "zucchero", poi, i commentatori americani sono più critici e sinceri degli ipocriti politici governativi australiani, che cercano di minimizzare l’effetto della porta sbattuta in faccia ai produttori del Nord Queensland. Il "Wall Street Journal" stigmatizza lo scandaloso potere politico ricattatorio della "lobby dello zucchero", che rappresenta lo zero e qualcosa per cento dell’economia americana, scrivendo fra l’altro: "Il protezionismo arricchisce ancora i pochi già ricchi a spese dei più fra i consumatori". Secondo il "Washington Post" il trattamento riservato allo zucchero australiano "manda un segnale d’incoraggiamento ai protezionisti: il governo Bush cede non appena si alza un tantino la voce".
Per il resto la stampa americana plaude a chiare note al successo della manovra americana per buggerare la periferia dell’impero. Esplicito, e largamente rappresentativo, il commento del "Los Angeles Times": "I potenti interessi agricoli statunitensi hanno conquistato una grande vittoria quando Stati Uniti e Australia hanno raggiunto un annacquato accordo mercantile che promette un potenziamento delle esportazioni americane e limita l’importazione di prodotti australiani quali zucchero, carni bovine e latticini". Gli fa eco il "New York Times", che esalta "la rara vittoria di Bush in un anno di elezioni presidenziali e che può aumentare di 2 miliardi di dollari all’anno il valore delle esportazioni americane in Australia".
Insomma, il preminente valore dell’FTA non è tanto nel lungo termine e nella realtà degli effetti pratici, quanto nel supporto immediato che può dare alle simultanee campagne elettorali di Bush e di Howard. Il vantaggio potrebbe essere più del primo che del secondo, poiché la percezione generale del progetto, una volta sottoposto a serio vaglio dentro e fuori del Parlamento federale, potrebbe rivelarsi controproducente ai fini del governo uscente di Canberra. Senza contare che nel frattempo, nel rapporto con gli USA, viene riconfermato un ruolo nazionale subalterno che promette poco di buono agli occhi delle vicine potenze asiatiche. (Nino Randazzo*)
Inform
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Direttore de "Il Globo" di Melbourne